Sanità Inchiesta

Sanità privata, in Sicilia il sistema è un buco nero

Un reportage di Mario Barresi su La Sicilia

Catania - Quant'è lontana la cella Rebibbia dalla camera mortuaria dell'ospedale "Villa Sofia-Cervello" di Palermo? È la stessa distanza, in apparenza abissale, che c'è fra la detenzione di Totò Cuffaro, condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, e il pianto dei familiari del neonato morto martedì nella clinica "Triolo-Zanca" perché - come denunciato dalla Cgil Medici, ma seccamente smentito dai vertici della struttura - «la culla non entrava nell'ascensore per trasportarla poi in ambulanza». L'elemento in comune fra questi due orizzonti lontanissimi (e che, sia chiaro, non sono assimilabili) sta tutto in due parole: sanità privata. Laddove è rimasto invischiato l'ex governatore per i suoi rapporti con il re delle cliniche siciliane, Michele Aiello, ritenuto dagli inquirenti vicino a Bernardo Provenzano; laddove i sindacati, dopo l'ultimo caso, chiedono alla Regione di «vigilare sull'adeguatezza delle strutture».

«Settore fuori controllo»
Sul settore si concentra l'attenzione della commissione Sanità all'Ars. Un «buco nero», quello di un sistema definito «completamente fuori controllo», con «sprechi di centinaia di milioni di euro», gare d'appalto «orientate e spesso anche truccate per forniture milionarie», ingombrante presenza di «forti pressioni da parti delle lobby del farmaco»; il tutto «con la connivenza di pezzi del servizio sanitario pubblico».
Parole del presidente Pippo Digiacomo. Che precisa: «Il termine ante quem, per analizzare quello che succede nella sanità privata in Sicilia è il 2008, apice della vicenda giudiziaria di Cuffaro con i boss Aiello e Guttadauro. Da lì in poi c'è stato un impegno da parte della Regione in termini di razionalizzazione della spesa, ma il livello di controllo su sprechi e ruberie si è mantenuto inadeguato».

Un business miliardiario
Così come messo nero su bianco da Maria Aronica, vice procuratore generale della Corte dei Conti siciliana, nell'udienza dello scorso 28 giugno, la spesa della sanità in Sicilia, nel 2012, è stata di 9 miliardi e 791 milioni di euro, «più del 50% della spesa complessiva del bilancio regionale, pari a 18 miliardi 536 milioni di euro».
Gran parte di questi soldi sono utilizzati per il personale, ma ci sono altre voci significative sul rapporto con i privati. La spesa per l'assistenza ospedaliere convenzionata è di 702 milioni di euro, in aumento rispetto al 2011 (694 milioni) e al 2010 (673 milioni). Un dato contestato da Barbara Cittadini, presidente dell'Aiop, l'associazione italiana ospedalità privata in Sicilia: «Nel 2012 la Regione ha speso per le prestazioni sanitarie delle cliniche private 462 milioni», sostiene. Sbandierando un tetto di spesa imposto dall'assessorato regionale, che dal 2008 «non ha più riconosciuto alcun extrabudget alle case di cura». I 702 milioni, dunque, sarebbero «costi e dati riferibili a strutture differenti da quelle delle nostre». A questi fondi bisogna aggiungere 443 milioni per assistenza specialistica convenzionata. La spesa per le Residenze sanitarie assistenziali nel 2012 è di 43 milioni.
C'è un trend di risparmio rispetto al passato, anche grazie al Piano di rientro dal deficit sanitario a cui è sottoposta la Regione, eppure il totale delle convenzioni esterne in Sicilia è in aumento: 1.476 rispetto alle 1.438 del 2011; così come cresce il ricorso a consulenze e incarichi esterni (da 520 a 595), con un costo di 10,5 milioni, equamente distribuito fra Asp e ospedali, aumentato di 3 milioni in un anno. La spesa farmaceutica ammonta invece 913 milioni nel 2012, 74 in meno rispetto al precedente bilancio. Un dato inquietante è sulla cosiddetta "mobilità passiva extra regionale", ovvero ricoveri e prestazioni specialistiche dei siciliani che si curano fuori regione: la Sicilia spende 235,3 milioni l'anno per i viaggi della speranza e ne incassa 56,3 per chi invece viene a curarsi da noi, con un saldo negativo di 179 milioni.

Cliniche e laboratori
Digiacomo parte dalle convenzioni con i privati, cliniche: «Il sistema sanitario siciliano acquista dal privato quei servizi che non riesce ad erogare. Ma la domanda è: compriamo sempre quello che ci serve? E la risposta è: non sempre, anzi quasi mai». Il presidente della commissione Sanità parla infatti di una «dimensione ragionieristica delle convenzioni», che «equipara cliniche con uno standard di eccellenza a realtà piccole e non all'altezza, che andrebbero chiuse». Un discorso che vale anche per i laboratori d'analisi, «caratterizzati negli ultimi anni da una polverizzazione che ha prodotto un numero di convenzioni dissennato, con prestazioni non sempre all'altezza».
Il deputato regionale del Pd denuncia dunque «l'esistenza di un sistema stagnante, una sorta di "rete assistita" che negli ultimi anni ha prodotto affari milionari per pochi, che adesso si trincerano dietro alle migliaia di posti di lavoro comunque creati per rallentare una rimozione, dolorosa ma necessaria». Ma Digiacomo, già autore di una pesante denuncia sul «pizzo dei camici bianchi sulle liste d'attesa negli ospedali», riapre il "file" («Dopo quell'intervista al vostro giornale ho ricevuto decine di altre segnalazioni che stiamo vagliando») e lo collega al rapporto pubblico-privato. «Se una prestazione non la trovo in un ambulatorio pubblico o magari c'è un'attesa di diversi mesi, mi rivolgo al privato. E per favorire questo "vaso comunicante" ci risultano alcuni casi emblematici: Tac e macchine per l'endoscopia misteriosamente sfasciate, ecotomografi inutilizzati per non spendere 150 euro di riparazione, più altri episodi di malaffare travestito da malasanità. Anche su questo versante esiste la zona grigia di professionisti con ruoli di rilievo nella sanità pubblica, che hanno interessi più o meno occulti nelle strutture private. E così il sistema dei mascalzoni che truccano le liste d'attesa è lo stesso di quelli che rallentano la qualità e la quantità di prestazioni per favorire quelle esterne. Con la stessa carenza di controlli e la stessa impunità, nonostante siano in molti, a partire dai vertici sanitari locali, a conoscere queste situazioni».

Il sistema degli appalti
L'altro aspetto riguarda il sistema degli appalti. A tutti i livelli. «Ci risulta che anche la magistratura stia facendo luce su alcune situazioni, a confronto delle quali lo scandalo dei pannoloni è soltanto la punta dell'iceberg». Gare che Digiacomo definisce «quanto meno orientate quando non addirittura truccate». Ma come funziona il sistema? «Basta, al momento della redazione del bando, cambiare una parolina nel capitolato per favorire chi deve vincerla. È successo, ci sono le prove e mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo».
Esempi? «Si va da aggiudicazioni con ribassi irrisori dello "zero virgola zero" per servizi richiesti in modo talmente specifico da poter essere forniti soltanto da pochissime aziende, fino all'acquisto milionario dello stesso tipo di reagente, che però a Ragusa costa 50 centesimi e ad Agrigento 2,50 euro». Il tutto senza quella trasparenza («colpa anche di bandi pubblicizzati in modo inadeguato») e quell'economicità che dovrebbero essere garantite. Le stesse «gravissime anomalie» che Digiacomo segnala su «alcune scelte orientate dalle fortissime lobby del farmaco». Con un esempio che emerge su altri: «L'impiego di un farmaco pediatrico acquistato in notevolissima quantità a Ragusa. Un medicinale che a parità di principio attivo, costa sei volte di più naturalmente si compra quello più costoso».
E poi gli appalti di servizi apparentemente minori, «ma che movimentano affari e appetiti per decine di milioni». Come ad esempio la pulizia di ospedali e Asp, «in cui c'è una sperequazione sui costi, perché non è possibile che pulire un metro quadro costi anche dieci volte di più in un contesto rispetto a un altro in Sicilia». In quest'ultimo settore una denuncia a latere, «sulla quale stiamo approfondendo», riguarda il rapporto le fra aziende appaltatrici e lavoratori, che «spesso sono legati da rapporti quasi di caporalato», afferma Digiacomo.

Assistenza integrata e Cta
Un ultimo riferimento del dossier riguarda il sistema dei servizi socio-sanitari, e in particolare l'assistenza domiciliare integrata e le comunità terapeutiche assistite. Sul primo punto Digiacomo parla di «situazioni spesso fuori controllo, soprattutto nella Sicilia orientale, al fronte di contesti che funzionano, come Trapani e Ragusa. Il problema è lo stesso: mancano i controlli, eppure la Regione ha tutti gli strumenti per farli».
Gli stessi controlli che il presidente della commissione Sanità auspica «sul mercato delle Cta, storicamente concentrate nel Catanese per il 70% dell'offerta terapeutica in Sicilia con decine di strutture e circa 500 occupati, ma che adesso si sta cercando di riequilibrare. Anche perché se io vivo ad Agrigento ricoverare un parente a Catania significa spesso abbandonarlo al suo destino, lontano dagli affetti e dall'attenzione dei cari». Un percorso di riforma che però «sta riscontrando delle forti resistenze».

Lo scenario
«A questo punto l'assessore Borsellino dev'essere ancor più coraggiosa nel suo percorso di razionalizzazione e moralizzazione del sistema sanitario», dice Digiacomo. Che ricorda un recente incontro in cui, oltre all'assessore, davanti alla commissione c'erano commissari e direttori sanitari di Asp e aziende ospedaliere. «Siamo stati chiari su tre obiettivi: riduzione delle liste d'attesa per i cittadini, bilanci in ordine e riduzione delle spese per prestazioni fuori regione».
Un'operazione-pulizia, necessaria a maggior ragione «in un momento in cui si segnalano - afferma Digiacomo - fortissimi interessi da parte degli "squali" della sanità privata a livello nazionale per tutto ciò che succede in Sicilia». Non a caso i pm titolari dell'inchiesta milanese sugli scandali della sanità privata, Laura Pedio e Antonio Pastore, hanno inviato «carte interessanti» ai colleghi del pool pubblica amministrazione di Palermo guidato dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci per valutare l'opportunità dell'apertura di un fascicolo. Oggetto: lo sbarco dei signori della sanità privata nazionale in Sicilia. Compreso il verbale dell'interrogatorio di Umberto Maugeri, numero uno dell'omonima fondazione al centro delle indagini che coinvolgono l'ex governatore lombardo, Roberto Formigoni. Racconta Maugeri ai giudici: «Nei nostri centri, a Milano, il trenta per cento dei ricoverati arriva dalla Sicilia perché in Sicilia non c'è un centro di riabilitazione. Quindi, evidentemente, qualcuno della Regione, l'assessore, ha capito che è un affare. Perché poi la Regione li paga doppi, quelli lì. È la Regione che paga. E allora è venuto fuori un discorso molto serio che ha individuato nella Fondazione Maugeri quella che doveva fare gli istituti di riabilitazione in Sicilia». Un business che non conosce crisi. Definito da Digiacomo «fiorente e fin qui non controllato, un bengodi che ammicca promettendo affari facili e miliardari».

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