Cultura Scicli

Battiato: Io, sorpreso dall’atmosfera di cultura che permea Scicli

L’intervista di Elisa Mandarà

Scicli - Il XV VideoLab Film Festival lo ha festeggiato come regista, ma la liaison che Franco Battiato coltiva con Ibleide prescinde dall’occasione mondana: corre sul filo più profondo di una scelta che investe la pietra nobile di Scicli, le sue singolari vedute-visioni, il mare sereno che ne bagna la costa. Permane qui col suo entourage, Battiato, e per un tempo di vacanza ragionevole, tanto da accettare la cittadinanza onoraria di Scicli. Complice l’obiettivo fotografico di Luigi Nifosì, lo incontriamo in un suggestivo spazio della cittadina, un noto albergo scavato con eleganza nella Cava di San Bartolomeo, dove Battiato interrompe il silenzio blindato tanto caro alle meditazioni del cantautore, che ha fino a oggi preteso legittima privacy alla sua estate sciclitana.

Lei è pervenuto a un eclettismo originale, che le consente di rifondere, nella sua cifra musicale, generi assai distanti. Ci svela il segreto delle sue alchimie, dell’armonia da esse risultante?

“Tolta la mia avventura pittorica, che è qualcosa che resta a parte, tutte le altre cose che faccio stanno in una categoria, la canzone, che resta sempre la stessa. Parlerei più di metafisica, il campo è solo uno”.

Bufalino parlava di cento Sicilie, quale la sua?

“In questo momento parlerei di una Sicilia fatta di naturalismo, perché coltivo pochi contatti esterni. Vivo abbastanza isolato. La natura è di una potenza straordinaria: in essa ci sono cielo, nuvole, alberi, fiori, profumi, tutto un linguaggio”.

Quanto si è liberi da questa sorta di koinè spirituale che è l’insularità, che per molti siciliani si traduce in costanti della forma e dell’immaginario, il barocco, la tensione alla speculazione (in lei così viva), discendente forse dalle radici greche?

“La Sicilia è una terra atavica, e come tale pretende. A diciannove anni ho lasciato questa terra, perché ero stanco di sentire quanto scarsa fosse l’offerta dell’Isola. Per un po’ di anni ho scordato le mie radici. La prima volta che sono tornato, per le vacanze, sono stato male; malore classico, che si è ripetuto. Ho dovuto riappacificarmi con la Sicilia e questo è un fenomeno molto interessante”.

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Chiamiamo in causa due componenti fondamentali della sua ispirazione artistica, cultura e creatività. Quali le rispettive dosi?

“La creatività dobbiamo considerarla un dono, non è un patrimonio personale, è oggettivo e sta in rapporto coi regali che il Soprasensibile fa a certi esseri. L’altra invece può essere una storia di doveri, personale, che puoi avere anche come persona fisica. Acculturarsi è molto difficile”.

…In “Perdutoamor”, che possiamo cogliere come romanzo di formazione, l’apparato culturale entra molto dentro l’arte…

“Aiutati che Dio ti aiuta: non possiamo aspettare come un ‘passuluni’ che tutto ci cada dall’alto. Tutti gli musicisti sanno cosa vuol dire ispirazione, tranne quelli che copiano”.

Mondi lontanissimi, lei ha avvicinato Orienti e Occidenti del mondo…

“Le unioni tra popoli differenti sono necessarie. Le cose più belle che ho visto, dal punto di vista dell’estetica profonda, nascono dalla diversità. Penso alla bambina meravigliosa di un mio amico danzatore, papà indiano e mamma francese. Non ho mai capito come si possa essere razzisti”.

L’imprinting con Scicli.

“Questa città mi ha sorpreso culturalmente, per la sua pulizia, per l’onestà di questa gente, cose oggi assai rare”.

Siamo nella patria del Gruppo di Scicli, di Guccione, con cui lei ha realizzato delle esposizioni.

“La presenza di Guccione qui è qualcosa di significativo. Ho fatto più di una mostra con Piero, che è di una generosità straordinaria. Ricordo che fu lui a disporre i miei quadri alla nostra prima mostra comune. Non parlo neanche di un confronto da pittore a pittore con lui: la mia ‘discesa’ nella pittura nasce da una scommessa, essendo io fermamente convinto che noi possiamo fare qualsiasi cosa, i limiti sono imposti da noi. Non sono andato da nessuno a imparare, per accelerare il mio percorso. Ora sono un pittore, da un punto di vista tecnico”.

La sua produzione sterminata è già storia. Parliamo dunque di progetti futuri. Per il suo prossimo film su Haendel c’è nell’aria la collaborazione con Willem Dafoe, attore di intensa espressività, che in queste settimane abbiamo visto passeggiare tra le vie di Scicli.

“Ho radunato alcuni attori, tra cui Charlotte Rampling e Willem, che, senza porsi problemi di compenso, hanno già accettato. Cominceremo il prossimo anno. Ho conosciuto Willem in Puglia, poi ci siamo rivisti a New York, dov’ero per un concerto e dove lui mi invitò. Sapevo che seguiva il mio lavoro, ma poi siamo diventati amici”.

Di recente è stato parte attiva della scena politica siciliana e nazionale. Un artista deve coltivare l’engagement o lei crede nell’artista puro?

“I tipi sono tanti. I tibetani, i più grandi mistici del mondo, dividono gli uomini in due categorie. Quelli che tornano in questo pianeta per aiutare gli altri e quelli a cui non importa nulla. L’artista puro non si contamina. Ma io non posso pensare solo all’arte, seppure ciò è un tradimento. Non sopporto i soprusi per natura e se devo dire qualcosa contro un politico la dico senza pietà”.

Una riflessione sulla sua spiritualità e sulla sua consuetudine alla meditazione. Come si coniuga con le urgenze del presenze e con la fisicità?

“Il periodo è molto difficile. Io sono nato dopo la guerra, dopo milioni di morti. C’era una gioia di vivere negli esseri umani, non c’erano soldi, nessuno rubava. Forse ci vorrebbe un nuovo cataclisma perché l’essere umano cominciasse a ragionare. Col boom economico si è passati da una gioia naturale a una gioia pericolosa. Ci sono scene di Totò che, se le metti a colori, sono attualissime”.

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