Cultura Scicli

Mimmo Puzzo, il pittore fanciullo

E’ stato artista del Gruppo di Scicli

Scicli - “Nel disegnare e dipingere di Puzzo ci troviamo di fronte ad un procedere spontaneo, basato su un automatismo selvatico e inconsapevole (non naïf ma surreale) dove si coagulano alcuni risultati sorprendenti di poetica autenticità”. Così Piero Guccione percepisce l’essenza del dettato pittorico di Mimmo Puzzo, personaggio davvero speciale, attivo nella Scicli dell’ultimo ventennio del ‘900.

Nella storia maiuscola, quella che il potere disegna e gli scienziati del passato raccontano, le piccole esistenze di una comunità siciliana certo sono quasi invisibili. Guglielmo Puzzo è una di quelle comete apparse per un istante, non del tutto comprese, e rilucenti di una luce propria, che oggi lotta contro la trasparenza della sua storia. Chi fosse questo pittore così ‘incatalogabile’ nei compartimenti regolari dell’estetica, ce lo narrano i suoi concittadini, gli amici del Movimento Culturale Vitaliano Brancati, i suoi collezionisti, i pittori del Gruppo di Scicli, tra i quali Giuseppe Colombo, che ha eseguito un raffinato ritratto di Mimmo Puzzo, all’indomani della sua scomparsa, nel 2004, “spinto dalla nostalgia, dal senso profondo della perdita”, ci confida il maestro modicano.

Pur provenendo da una famiglia disagiata e pur essendo stato costretto, dal bisogno, a una varietà di mestieri, una scuola Mimmo Puzzo l’aveva frequentata, l’Istituto d’Arte di Comiso, dove s’era diplomato nel ’70, e pertanto non si può parlare propriamente di un attore di Outsider Art, di uno stile creativo spontaneo, completamente avulso dalle norme estetiche convenzionali, anche se, guardando ai fogli e alle tele di Puzzo, non pare improprio sottotitolarli con la formula con cui Jean Dubuffet sintetizzava i caratteri dell’Art Brut, “lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo, contrariamente a ciò che avviene negli intellettuali, abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, materiali, messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro profondo, e non da stereotipi dell’arte classica o dell’arte di moda). Non era certo classico, Puzzo, che rompe l’armonica compostezza della classicità, frantuma ogni ordine, disattende a ogni aspettativa di equilibrio, serbando nel petto una sorta di maledettismo, assieme a una innegabile poeticità, marcatura prima della sua arte.

Sulla sua “quotidiana irregolarità” riferisce Tina Causarano, uno dei capisaldi del Brancati, fornendoci degli elementi preziosi alla ricostruzione dell’uomo. Mimì aveva un compagno inseparabile, il suo gatto, sul quale aleggiano fatti quasi leggendari: “il suo gatto era il suo amico infedele – afferma Tina Causarano – gli faceva compagnia, arrotolato sul pizzo del tavolo da lavoro, già ingombro e affastellato di fogli, ritagli, giornali”. Si racconta che, nella stagione degli amori, Mimì chiuse il suo gatto in casa, non si sa se apposta o distrattamente. Al rientro, il gatto lo aggredì, abbandonandolo per diversi giorni, finché, vinto dalla fame e forse alla ricerca della ‘sua’ casa, tornò da Mimì, che lo accolse con vera gioia.

Commosso il ricordo che ne conserva, nella memoria poetica e in quella affettiva, Franco Polizzi: “Se penso a Mimmo Puzzo, mi vengono in mente due parole: il dolore e la sua poesia. Perché, quasi a dispetto della sua ironia amarissima, lui rende profondamente poetico il suo dolore, in un sentimento dell’arte che ha un quid di evangelico. Lui è “l’ultimo”. Non cerca redenzione. I suoi angeli sono la sua voglia di volare, di spirito di libertà, di tutto quello che Mimmo non ha avuto sulla terra”.

Tra arte e umanità corre la ricostruzione di Paolo Nifosì, che ci parla di un Mimmo Puzzo “inerme, indifeso, mentre fissa con la matita il suo gatto, un affettuoso ed aggressivo compagno, con cui dialoga quotidianamente, mentre tratteggia una rondine, un pappagallo, con segni che rivelano la gioia di un gesto”. Definendo la sua cifra, Nifosì la vede come “l’opera di un sognatore, deciso a vivere tra realtà ed immaginazione, vocato alla contemplazione, disinteressato al fare comune. Con i suoi poveri mezzi a disposizione ha tradotto in immagini il suo diario intimo, senza censure, un libro aperto all’inconscio, nella frequenza quotidiana di un luogo circoscritto: Scicli”.

“Un inventore”, lo definisce Franco Sarnari: “sulle sue opere finivano schizzi d’olio, perché era un po’ ‘impiastrone’. La casa gli bruciò, ma le sue carte bruciate possono considerarsi opere. Era suggestionabile dalle cose che stavano intorno, e questa era la sua caratteristica migliore. Ero riuscito a fargli avere un contratto con una galleria, pregandolo di non vendere in giro a pochi soldi le sue opere. Se capivi la natura di Mimmo, era bella l’aria che si respirava a casa sua. Il suo amico più vicino era il gatto, nonostante una volta lo avesse aggredito seriamente perché impedito a uscire; con lui si confidava, lo disegnava, in un rapporto continuo”.

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Suggestiva la lettura che di “questo misterioso artista sciclitano” ci offre Davide Bonelli, estimatore e collezionista dell’opera di Puzzo: “Cielo e mare precipitati nel microcosmo di una pozzanghera di fango di plumbea memoria… E la campagna avìta, polverizzata in grumi di sangue e vomito. Mimmo Puzzo non appartiene a nessuna scuola! È angoscia universale dell’esistenza che nega l’utilità dell’essere cartesiano. Per il suo essere visionario e ossessivo, darebbe agio e struttura a una rinascita della psicoanalisi. Nell’incompleta comprensione di se stesso, viene al mondo senza porre domande, senza richiedere risposte. Sotto forma di servo. Si fa mediatore e messaggero tra gli dei superi ed inferi”.

Artista indifeso

Un occhio che si fermasse alla semplicità formale di quel tratto inconfondibile veloce, il colore stirato senza cura alla verosimiglianza mimetica alle esattezze del reale, catalogherebbe entro l’alveo naïf l’arte di Mimmo Puzzo. L’artista non si cura delle leggi prospettiche, non esita a tingere di verde l’insonnia sul volto di un paradigma umano.

Ma non può essere etimologicamente “ingenua” un’arte che popola fogli e tele di creature tanto imparentate con la materia dei sogni, con la sostanza delle visioni. Sono sbigottiti di vita, i bambini di Puzzo, sinuosi e occhieggianti i suoi angeli, vibranti d’un intimo animismo gli alberi, vivi d’un moto proprio i fiori, creature scaturite da un bagaglio eidetico perturbato, perennemente commosso.

Se a una poetica storicizzata volessimo ricondurre quest’arte così originale, così ribelle al canone, forse Puzzo si sentirebbe più a casa nella cultura complessa del surrealismo. Perché ognuna delle sue immagini, antropomorfe, paesaggistiche, animali, è viva d’una vita completamente libera da preoccupazioni estetiche, completamente autonoma dal dominio della ragione. Perché è fuori dall’ordine razionale, il senso di una pittura che è poesia e basta, che sollecita le sfere emozionali di chi guarda dentro gli occhi socchiusi della ballerina dei fiori, di chi, al cospetto con le madri avvolgenti, si sente sprofondare dentro la tenerezza struggente di questa essenza di abbraccio.

Sogno e inconscio, i campi d’azione di Puzzo, che col colore traduce gli automatismi della mente e i graffi incisi al suo cuore, da un’esistenza che non avrebbe potuto essere ‘regolare’, semplicemente perché la norma è opposta a questa tipologia di canto poetico. I sogni di Mimmo gli tengono compagnia quando è sveglio, e in questa trascrizione di note e ‘parole’ libere, le immagini s’incidono ora con forza ora con sublime levità, sulla pagina dell’arte, in apparente corsa libera, sciolta da freni inibitori, come pure da un progetto estetico, che esiga organicità e coerenza.

È amore il fulcro della vita, anche se Puzzo lo inquadra di sbieco, senza il coraggio di porglisi frontale e diretto, quasi che l’uomo non avesse diritto alla piena di questo sentimento impastato di deità. Occorre ancora sognare, assieme a una dose legittima di follia, per valicare il confine stretto delle convenzioni sociali. Valicarlo rende soli, ma concede la vertigine della libertà, e Mimmo Puzzo, con la caparbia dei poeti fanciulli immortali, questa vertigine l’ha catturata nell’anima della sua arte.

L'affetto degli amici artisti

“Per molti anni, diversi amici, dentro e fuori del Brancati, gli stettero accanto, procurandogli i materiali per lavorare, rendendogli più confortevole la casa che abitava in via Mormina Penna, dopo il brutto incendio degli anni 80. Mimì accettava di buon grado, ma nessuno doveva interferire sui suoi ritmi sconnessi: di giorno all’aperto, più spesso fermo all’angolo tra piazza Municipio e via Nazionale, una sigaretta dopo l’altra, il saluto di tanti conoscenti. Questo rito quotidiano non cambiava con le stagioni, specie negli ultimi anni della sua malattia, che gli avanzava dentro, implacabile, e che lui negava a se stesso e agli altri. A casa, nelle tarde ore serali, metteva mano ai suoi lavori, in quell’unico ambiente al primo piano, che era anche cucina, pranzo, soggiorno”. Ci ha aiutato Tina Causarano a ricostruire l’esistenza di questo poeta puro, nato il primo gennaio del 1946 a Scicli, dove, dopo la scuola dell’obbligo, frequenta varie botteghe artigiane.

Consegue il diploma di maestro d’arte nel 1970, e intraprende allora la sua attività di artista, compiendo al contempo una serie di mestieri saltuari, presso un’agenzia assicurativa, una farmacia, una macelleria, eseguendo pure disegni di architettura.

Nel 1980 inaugura la sua prima personale. È l’anno in cui un incendio distrugge la sua casa e devasta la sua produzione, oli, disegni, sculture, lasciando recuperabile solo qualche opera bruciacchiata. Continua la sua attività espositiva, entro la quale segnaliamo la mostra “Opere insieme”, a cura del Brancati di Scicli, che interessa nove città siciliane, del ’90; dello stesso anno, “Omaggio a Leonardo Sciascia”, all’Androne (Scicli) e alla Nuova Figurazione (Ragusa), curata dal Giornale di Scicli, mentre nel ’91 è a Santa Sofia di Romagna per il Premio Campigna. La sua ultima personale, precedente di un anno la sua prematura scomparsa, è del 2003, presso la Koinè di Scicli, che quest’estate ha dedicato a Mimmo Puzzo una splendida mostra di inediti.

La Sicilia