Cultura Scicli

Caffè Brancati, Alessandro Sparacino è Elio Vittorini

Serata nella più bella città del mondo

Scicli - «Uno degli anni in cui noi uomini di oggi si era ragazzi o bambini, sul tardi d’un pomeriggio di marzo, vi fu in Sicilia un pastore che entrò col figlio e una cinquantina di pecore, più un cane e un asino, nel territorio della città di Scicli. Questa sorge all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo del letto d’una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini. (…) chi vi arriva dall’interno se la trova d’un tratto ai piedi, festosa di tetti ammucchiati, di gazze ladre e di scampanii; mentre chi vi arriva venendo dal non lontano litorale la scorge che si annida con diecimila finestre nere in seno a tutta l’altezza della montagna, tra fili serpeggianti di fumo e qua e là il bagliore d’un vetro aperto o chiuso, di colpo, contro il sole». Avrebbe dovuto spezzare un protratto silenzio creativo, per Elio Vittorini, “Le città del mondo”, che lo scrittore siciliano compose nei primi anni ‘50, prima che una serie di contingenze pubbliche e private lo portasse a interromperne la stesura del romanzo, poi pubblicato postumo nel ’69. Già l’ouverture sfarzosa, lussureggiante di immagini, è bastevole ‘giustificazione’ alla piacevole conversazione organizzata dal Caffè Letterario Vitaliano Brancati, sotto le luci dorate di quella via Mormino Penna alla quale certo non dovette restare indifferente l’estro creativo di Vittorini, che consacrò Scicli come “la più bella di tutte le città del mondo”.

La serata ha consentito la fruizione diretta della pagina letteraria, grazie alle letture dell’attore Alessandro Sparacino, nonché la ricostruzione della figura di Vittorini, nella lucida conferenza tenuta da Giuseppe Pitrolo.

Non è una autocelebrazione, la rievocazione del rapporto complesso tra Scicli e lo scrittore, ma l’occasione per guardare con occhi altri a cose nostre iblee, viste normalmente, nella quotidianità distratta, in difetto del loro valore pieno.

Alla ricerca della loro cittadella ideale, utopia d’un mondo bello e buono, padre e figlio sono protagonisti di un viaggio allegorico, entro una costruzione narrativa mitica e simbolica, che è testimonianza del radicalismo intellettuale di Vittorini, impegnato a indagare sulla bontà dei valori dell’arte e della cultura, in relazione alla realtà sociale. È una sorta di iniziazione alla vita, il romanzo, lo scontro e l’incontro col mondo, l’esaltazione implicita delle virtù liberatrici della fantasia, dei diritti dell’uomo.

E in questa visione globale della vita, Scicli si offre ‘approdo’ e teatro carico di suggestioni, come quella potente della Madonna delle Milizie, la Signora a cavallo, che, con fierezza, impugna la sua spada contro gli infedeli, contro gli invasori, catalizzando la vis della femminilità e dell’intemperanza. Luogo edenico, la più bella città – nella sua trasfigurazione epica, mitologica, fantastica – lo è anche perché i suoi abitanti sono contenti, “e la gente è contenta nelle città che sono belle”. Questa equazione, dei cittadini felici in luoghi felici, tra gli innumerevoli messaggi di Vittorini, dà forza attuale alle sue parole, che superano le atmosfere luttuose di “Conversazione in Sicilia”, dove l’occhio del visitatore è compassionevole, non partecipe. Vittorini, all’apice della sua liaison con la scrittura, si è certo liberato da quella Sicilia immobile dalla quale era scappato da ragazzo, ma la conserva in forma di archetipi ancestrali e universali, arroccata nella mente e nel cuore.

La Sicilia

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