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Le notti di Regalbuto

Una storia inedita

Regalbuto - Tanto Cervantes quanto Manzoni entrambi fingono nei loro romanzi di rielaborare storie immaginarie, scoperte per caso, con la precisa funzione di collocare i fatti da loro narrati in un tempo storico ben determinato che faccia a questi da sfondo ma anche da cornice.

Il Manzoni, nell’Introduzione al suo capolavoro “I promessi sposi”, non solo parla di un misterioso manoscritto antico ritrovato, fonte accidentale d’ispirazione, ma addirittura lo confeziona abilmente con la meticolosità del falsario, al punto tale da renderlo “incredibilmente” vero. A conclusione della furberia, proprio quando stava per chiudere lo “scartafaccio” e per riporlo, c’informa che una storia così bella non poteva non essere raccontata “perché in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella come dico; molto bella. Perché non si potrebbe –pensai- prender la serie de’ fatti da questo manoscritto e rifarne la dicitura? Non essendosi presentata alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato.”

E il lettore turlupinato, così, alla grande!

Ma io non ho avuto bisogno di confezionare alcun falso perché una storia antica –vera!- l’ho per caso appresa da un importante documento del Consejo de Italia, nel quale casualmente m’imbattei tempo fa nel corso di alcune ricerche presso l’”Archivo Histórico Nacional” di Madrid. Documento emerso miracolosamente da un oceano di carte di argomento e tenore diversissimi di cui qui, in calce, riporto la fedelissima trascrizione.

Confesso che anch’io, al pari del Manzoni, fui molto catturato dall’argomento narrato in esso e, per questo, l’ho voluto richiedere in copia e salvare nel mio archivio personale.

Molto dipese dal fatto che la storia somigliasse tantissimo ad un’altra storia raccontata da mio padre al quale l’aveva raccontata già mio nonno. In ultima analisi, m’incuriosì anche il fatto che riguardasse un piccolo centro della provincia di Enna, Regalbuto, non lontano dalla mia Scicli.

I FATTI

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Il 3 marzo del 1700 il Consiglio d’Italia, presieduto dal Marchese di Villafranca, dà disposizioni al suo segretario di redigere un verbale da sottoporre all’attenzione del re di Spagna Filippo V in merito ad un’incresciosa vicenda per la quale il Vicerè di Sicilia, il Duca di Veraguas, con una lettera chiedeva lumi.

Nell’agosto del 1699, in quel di Regalbuto, un uomo aveva scavalcato il muro di cinta del monastero di Santa Maria degli Angeli nel quale erano rinchiuse monache che obbedivano alla regola agostiniana e aveva abusato di una di esse, mettendola incinta.

La suora aveva, in seguito, tentato di abortire e, poiché l’aggressore era disposto a riparare col matrimonio la sua offesa, la donna aveva avanzato la richiesta di annullare i voti perpetui con il preciso desiderio di diventare sua moglie.

Questo avvenimento non avrebbe meritato comunque il risalto e la preoccupazione che la lettera, invece, gli attribuiva se un inquisitore, nominato dal Vicerè, non avesse scoperto un clima di connivenze e di rilassati costumi non solo all’interno di quel monastero ma addirittura in altri conventi attigui ad esso. Scandali così gravi che turbano la serenità del piccolo centro siciliano e scuotono la coscienza del Vicerè, indignato anche dal comportamento del Vescovo di Catania, dal quale Regalbuto dipendeva per un antico censo, fermamente deciso ad insabbiare tutta la vicenda.

Don Thomás Bonifacio, l’inquisitore nominato dal Duca di Veraguas, porta a termine, infatti, una veloce indagine che accerta senza ombra di dubbio i fatti. Purtroppo l’autore del misfatto, reo di aver agito secondo la logica dell’amore, sfugge alla cattura.

Don Thomás, nel corso delle indagini, viene a conoscenza, suo malgrado, di vere e proprie turpitudini. Più che relazioni peccaminose, autentiche orge tra monaci agostiniani e suore dello stesso Ordine i cui conventi erano vicini, quasi attigui. La “direzione spirituale”, dettata dai religiosi alle monache, si era rivelata non solo galeotta ma, soprattutto, strumento vero e proprio di corruzione e di plagio.

A far andare su tutte le furie l’inquisitore e il Vicerè, l’atteggiamento, come già accennato, dell’arcivescovo di Catania molto prudente e deciso a minimizzare o ad ignorare i fatti.

La storia è molto simile per non dire identica all’altra della Monaca di Monza, raccontata dal Manzoni.

Stessi meccanismi, stesse complicità all’interno del monastero, scontata fuga del reo che non sappiamo, però, se alla fine sia stato catturato e assicurato alla giustizia o fatto fuori come nella storia citata dal Manzoni.

A distanza di un centinaio d’anni e in un posto lontanissimo da Milano, a Regalbuto appunto, Gertrude alias Virginia De Leyva ed Egidio, alias Gian Paolo Osio, risuscitano dalla polvere di un archivio per affermare ancora una volta l’invincibilità di una passione esasperata fino all’estremo ricorso al crimine.

Più che le famiglie, in queste due tristissime ma vere storie parallele è una società ad essere messa sotto accusa, quella spagnola, non già i poveri amanti che affermavano un loro sacrosanto diritto all’amore e ad esistere.

Le donne, scippate di un’eredità che l’ordinamento giuridico del tempo (Istituto del maggiorasco) assegnava al maschio primogenito, erano, per questo, prese in ostaggio e “monacate”, costrette, cioè, a vivere all’ombra fredda e smorta di un chiostro una vita che altri avevano scelto per loro mentre fuori, oltre la clausura, il mondo brulicava di gioie, di passioni, di tentazioni e d’affanni.

Il parere del Consiglio d’Italia, confermato personalmente dal re, è inappellabile e duro.

Si vuole colpire il male alla radice trasferendo tutte le monache di quel convento in altri monasteri e riportando suore nuove e di santa vita là dove il peccato l’aveva fatta da padrone.

O sottraendo il convento alla giurisdizione dell’Ordine agostiniano per sottoporlo alla cura e alla vigilanza dell’Ordinario, nel caso in esame il vescovo di Catania.

Di queste soluzioni sarà informato l’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede per studiare con gli eminenti cardinali della Sacra Congregazione per il Clero la soluzione più efficace ed ottimale.

Il Consiglio raccomanda, anche e caldamente, la cattura del reo e la sua giusta punizione. Della suora neppure un accenno e temo che la povera sia stata lasciata marcire fra quelle sacre e profanate mura. Il ricorso per annullare i suoi voti perpetui rimarrà sospeso nell’aria come il grido di libertà che si era levato dalla sua anima.

I nomi degli attori di quest’incredibile dramma io non li conosco. Il documento tace al riguardo e voglio credere che lo faccia per pudore. Ma a me in buona sostanza poco interessano. Interessano il dolore e le lacrime per una reclusione ingiusta che vede ancora una volta vittima la donna. Il vero stupro non lo fece il suo amante ma il mondo che la partorì e che la condannò senza un processo, senza un movente e senza appello.

Quando a Scicli fu abbattuta la chiesa di Santa Maria La Piazza, mio nonno raccontava a mio padre che, in occasione del ripristino dell’area, venne fuori un passaggio sotterraneo segreto che metteva in comunicazione il vicino convento dei padri francescani con l’altro delle suore benedettine. Dalla sua buia e squallida penombra, decine e decine di scheletri di piccoli feti risuscitarono, come nel giorno del Giudizio Universale, vincendo l’oblio infernale di un limbo nel quale religiosi e religiose senza scrupoli li avevano abilmente occultati, per puntare il dito contro una società ingiusta e sostanzialmente ipocrita.

Chissà quante volte le lacrime della giovane e rassegnata Addolorata dell’ospedale (sotto questo titolo era ed è tuttora venerata l’Addolorata custodita nel monastero delle suore benedettine di San Giovanni Evangelista di Scicli) avranno confortato le disperate solitudini di tante ragazze, colpevoli solo di essere nate ricche e di aver ceduto agli assalti inferociti di un’ardente passione!

Spesso, fissando il suo volto semplice e bello di statua, l’ho chiesta, questa verità,  magari solo per ricevere una confidenza o semplicemente una conferma di quel racconto antico tramandatomi dalle parole di mio padre.

Ma Lei, la Vergine del dolore senza più speranza, è sempre rimasta muta e immobile sotto i miei occhi curiosi, lo sguardo basso e complice, la memoria cancellata, le labbra appena appena dischiuse sulla mia irriverente domanda.  

 Sizilia                                                                                     A 3 de Marzo de 1700

Registrada en oficio 27 a folio 353

El Consejo de Italia, pone en la Real noticia de Vuestra Magestad la que escrive el Virrey Duque de Veragua, de haverse cometido en la ciudad de Regalbuto el sacrilego delicto de haverse escalado un monasterio de monjas siguiendo el estupro, preñado e intentado aborto de una religiosa; y dize lo que se ofreze:

Como parece

Presente en 5                                                                                                               dicho


Marques de Villafranca

Don Pedro Guerrero

Don Antonio Jurado

Don Pedro Jacome Rubin

Don Juan Francisco Marchano

Don Ignacio de Zarate

                                                               SEÑOR

 

El Virrey Duque de Veragua en carta para Vuestra Magestad del 14 del pasado, dize que por el mes de agosto llegó a su noticia que en la ciudad de Regalbuto se havía cometido el inorme sacrilegio de haverse escalado el monasterio de Santa Maria de los Angeles, y San Antonio de religiosas calzadas del Orden de San Agustín, siguiendose el estupro, preñado e intentado avorto de una religiosa y que  la misma pretendia annular su profesion para casarse con el agresor de estas maldades cometidas con la promessa de matrimonio, y de facilitar que se declare por sentencia la nulidad de profesion, que haviendose destinado de orden suia delegado por la Gran Corte à Don Thomas Vonifacio para que reciviese informaciones ha dado quenta ultimamente de que tiene conclusa y plena la prueva del delicto remitiendo las informaciones aunque sin haver podido prender al reo por haverse ausentado añadiendo, segun consta del resumen que embìa, haver averiguado ay indicios màs que vehementes de haverse cometido otros excesos de la misma calidad porque estando sujeto este monasterio à los religiosos de San Agustìn que en aquella ciudad tienen convento muy vecino al monasterio ay tanta travazon de elicitas correspondencias entre los religiosos y monjas que aunque no se huviessen seguido (como se cree) ni se pusiesen seguir (como se deve temer) iguales desordenes à esta, serìan por  si solas dignas de remedio como escandalosas y proximas à producir maiores daños, en que deviendo el Duque inbigilar por su obligaciòn ha dado las ordenes convenientes para que se vaya replantando aquel convento de otros religiosos de la misma Orden que con su vida y costumbres puedan asegurar el preservativo que se solicita. Pero que siendo este un remedio que no cura el mal en su raìz quedando expuesto aquel con el tiempo se experimenten nuevas relaciones y quizàs desde luego por la dificultad de hallarse en  qualesquiera religiosos de los que pueden embiarse à aquella ciudad. La ejemplaridad que es nezesaria no se aquieta todavìa su conciencia, y assì ha juzgado indispensable el participarlo à Vuestra Magestad para que, informado de ello, se aplique el remedio que màs convenga al servicio de Dios y el Duque tendrìa por preciso el de abolirse aquel monasterio pasandose à otros las religiosas a que darà comodidad la circustancia de ser dos los que ay en aquella  ciudad de la misma Orden, este de Santa Maria de los Angeles sujeto à los religiosos y otro sujeto al Ordinario à quien no puede que darlo el primero assì porque no se cuitarìan de esta forma los desordenes que hasta àhora se han experimentado naciendo igualmente de la  subordinaciòn a los religiosos y de la vecindad del convento con el monasterio, que importarìa poco la mutaciòn de govierno no haviendola en la separaciòn de las monjas complizes ni en la situaciòn de aquellos dos edificios como por que el Obispo de Catanea, segun las noticias que tiene el Duque y acredita el Instrumento que remite, parece haya ocupado el delicto de la escalaciòn que ahora està aberiguado, y pudiendo él quizàs probarlo lo ha omitido, que, aunque quiera no creerlo, las noticias y papeles que de ello le han informado le han conducido la desgracia de no ignorar tales sospechas, y, el sentimiento de ser precisas, noticiarlas à Vuestra Magestad como causas de la exclusiva del Ordinario en esta dependencia siendo mui dignas de reflexiòn en cosa de tan dìficil prueva, las circustancias que se refieren que acumulandose à los demàs absurdos haze se comprehenda mejor la nezesidad que hay de remedio eficàz en la raìz, y que no puede ser otro que el propuesto à cuio fin, aunque el inmediato recurso deviera hazerce à la Sagrada Congregaciòn de Cardenales, no se ha resuelto à ello sin dar quenta primero à Vuestra Magestad.

El Consejo pone en la Real noticia de Vuestra Magestad el contenido de la carta referida del Virrey, siendo de parecer se le responda ordenandole en quanto al primer punto que haga todas las diligencias posibles para la captura y con digno castigo del delinquente. Y en quanto al segundo que mira à dar providencia que evite la continuaciòn de nuevos escandalos y desordenes en aquel monasterio.

Juzga el Consejo por conveniente se remita copia de esta carta del Virrey al Embajador en Roma para que solicite con la Congregaciòn de Cardenales se sujete este convento de Santa Maria de los Angeles al Ordinario o se extinga, pasando las monjas à otro convento de su religion sujeto al Ordinario encargando al Embajador procure el logro de uno de estos dos medios, el que le pareciere tenga màs facilidad de conseguirse, para obiar estas ofensas de Dios y el grave escàndalo y horror que traen consigo y que dé quenta de lo  que executare y consiguiere à este fin;

Vuestra Majestad mandara lo que màs fuere servido.

Madrid a 3 de marzo de 1700                 

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