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Scicli, la città fedele

Brani inediti di storia

Madrid - In consulta dell’ 11 maggio 1679, il Segretario del “Consejo de Estado”, eseguendo un ordine del re di Spagna Sua Maestà Carlo II, esprimeva all’Almirante di Castiglia, perché lo riferisse al Magistrato Municipale di Scicli, tutto il suo più vivo ringraziamento circa la fedeltà dimostrata dalla città alla Corona Spagnola e, più direttamente, al Suo re.

“Amore, lealtà e gratitudine misti a finezza” sono le peculiari caratteristiche con le quali Carlo II definisce e classifica i sentimenti esternatigli in una precedente lettera dal Magistrato Municipale, supremo interprete della volontà popolare.

Qual è, però, il motivo di tale ponderata ma anche tanto importante decisione del re?

Il Carioti nelle sue “Notizie storiche della città di Scicli”, splendidamente curate dall’indimenticabile prof. Michele Cataudella, a pag. 219 del I volume scrive:

“Fatt’uso la città nel suo magistrato a praticare i pronti più propri ripari al ben pubblico, si adoperò con felice successo nella carestia del 1672 universale del regno a provvedere i nazionali di frumenti forestieri sino a che l’Ecc.mo Gran Maestro (dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, Malta, ndr) commiserandola con una provisione notabile di riso la provvide… del secolo stesso nelle rivoluzioni del 1647 e dopo di Messina, quale custodia a lungo nel litorale ed infra terra applicò, può il legatore informarsi nel capo…del militare.”

Ebbene, seppur con molte lacune, il testo preziosissimo del Carioti ci dà il riscontro necessario per poter capire e correttamente interpretare le parole del re.

Dal 1647, infatti, un malcontento antispagnolo si era diffuso per tutta l’isola. A  volte alimentato ad arte dagli stessi funzionari preposti alle supreme cariche dalla Corona.

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Il pesante indebitamento dell’erario, reso ancora più importante da costi lievitati per mantenere posizioni strategiche militari, obbligarono spesso i reali spagnoli a svendere incarichi e benefici non solo in Sicilia ma in tutti gli stati che facevano parte della Corona spagnola.

A questo bisogna aggiungere che non sempre la vita dei re di Spagna fu ordinata e pacifica.

Gli intrighi di una corte madrilena, pettegola e avida, più di una volta degenerarono in vere e proprie congiure che obbligarono, obtorto collo, i monarchi a ricorrere ad espedienti poco legittimi ed esemplari per conservare nelle loro mani un potere smisurato e, a lungo andare, ingestibile.

Le carestie e calamità naturali d’ogni tipo, complicarono non a caso le cose, favorendo un clima di sfiducia e di delusione che nella povertà del popolo trovava un humus pericoloso e fertile.

Non si era ancora spenta l’eco napoletana della sommossa antispagnola del luglio del 1647, cavalcata dal capopopolo Masaniello, che già un’altra, ben più devastante e strategicamente pericolosa, scoppiava nel 1674 a Messina.

L’innesco, provocato da un’infelice contrapposizione tra nobili, ceto medio e popolo, voluta dalle più alte cariche spagnole, trasformò la città di Messina in un’autentica polveriera che, esplodendo, rischiava di scatenare non a torto un altro secondo Vespro.

In breve i fatti.

Messina era stata da sempre la città più amata dagli spagnoli. Ho avuto modo di constatare personalmente, investigando nell’Archivo Histórico Nacional di Madrid e  nell’altro ugualmente importante di Simancas, i numerosi privilegi di cui essa godeva presso i vari re che nel tempo si erano succeduti sul trono di Spagna.

Il suo valore strategico e la sua filiale devozione alla Corona avevano fatto di quella città un vero grande avamposto inespugnabile nel cuore del Mediterraneo.

La subdola gelosia della nobiltà palermitana, spesso succube dell’egemonia messinese, provocò, ad arte, un’assurda disaffezione delle élite culturali e politiche, le quali trovarono in Luigi XIV, il re di Francia, il mecenate che cercavano da tempo, il protettore di un antico disegno indipendentista vagheggiato e segretamente coltivato  assieme allo strategoto di quella città.

Bastò che il senato cittadino spedisse un uomo di fiducia, tale Antonino Caffaro, alla corte di Luigi XIV per rendere possibile un sogno di libertà che gli spagnoli invano avevano cercato di ridimensionare e comprimere.

Luigi XIV, da quel furbo che era, promise mare e monti pur di rientrare in possesso dell’isola che il glorioso Vespro aveva strappato secoli prima al dominio angioino.

Dopo una lunga e complessa trattativa, condotta dal faccendiere del senato messinese a Parigi, la città, il 28 aprile del 1675, fece voto di fedeltà al re di Francia che lo accettò e lo ratificò il 26 febbraio del 1676, mandando a capo di una piccola flotta il duca di Vivonne, Louis Victor de Rochechouart de Mortmart, recante derrate alimentari e uomini per sostenere gli insorti.

Gli spagnoli furono costretti a ritirarsi, spesso battuti dai francesi. Capitolavano così roccaforti come quella di Savoca, altre come Milazzo, Taormina e Augusta erano espugnate.

Il nordest dell’isola si trasformò in una vera santabarbara.

Ma il desiderio d’indipendenza e di libertà di Messina sarà presto ingannato dal Re Sole.

A sorpresa, dopo attenti calcoli, Luigi XIV firmò una pace con la Spagna a Nimega, abbandonando agli spagnoli i patrioti messinesi che si erano affidati a lui.

Un’epurazione degna del primo Novecento fu portata a termine dalle truppe del Vicerè che da Palermo riconquistarono con facilità una città stordita, disorientata, rea di aver tradito il suo migliore amico, la Spagna.

Nel giro di una notte una nave francese imbarcò con destinazione Marsiglia quanti vollero sfuggire alla dura rappresaglia spagnola. Chi rimase a Messina, invece, ebbe i beni confiscati e fu dichiarato, in pratica, un vero e proprio morto civile.

Gli spagnoli, dimenticando gli antichi privilegi concessi alla città, rasero al suolo il palazzo del senato. Su quell’area vi costruirono un monumento a Carlo II e una nuova cittadella. Sostituirono lo strategoto, di bizantina memoria, con un anonimo governatore. Spogliarono la città e il suo Duomo delle memorie più care. Non più fortuna ebbe, anzi!, chi cercò libertà a Marsiglia.

Questi, in sintesi, i fatti di Messina.

Carlo II nel 1678 aveva appena 17 anni. Era ancora un giovane e fragile re. Fragile lo fu anche dopo la maggiore età. La madre, Marianna d’Austria, reggeva le sorti dello Stato in sua vece, motivo abbastanza valido da istigare alti funzionari della Corona a suscitare spinte eversive nella speranza di conquistare un potere che, invece, si dimostrò molto ben ancorato e saldo nelle mani dei militari, fedeli alla monarchia.

Sembra la cronaca di uno stato moderno.

Anche a Ragusa nel 1677 scoppiò una sommossa antispagnola. Lo ricorda Giovanni Morana in un saggio relativo a “un’incursione francese nelle acque di Scoglitti” (documento facente parte dell’archivio Statella), contenuto nel Volume II 1955-2005 Cinquant’anni di archivio/ Sette secoli di storia, a cura di Anna Maria Iozzia. Il Morana riporta, in effetti, una citazione tratta dal testo di E. Sipione, “Ragusa 1677, una rivolta antispagnola”.

Premesso tutto questo, è necessario fare ora alcune considerazioni suggerite dal documento sopra analizzato.

Il vicerè di Sicilia, il marchese di Villafranca, in occasione della sommossa di Messina, ordina al tercio della Sergenzia di Scicli, di presidiare Siracusa per evitare che la rivolta si estenda anche a quell’importante capitale.

Scicli, una città estremamente militarizzata al pari di Augusta e Milazzo ma scevra da ogni ansia libertaria o egemonica come invece lo erano Modica e Ragusa, esegue fedelmente gli ordini, confermandosi la vera longa manus del potere centrale.

Lo sapeva bene il Magistrato Municipale che in epoca non sospetta, per la precisione nel 1672, aveva richiesto e ottenuto “dalla Maestà di Carlo II, re delle Spagne, la conferma del titolo di città a Scicli” (pag. 656, II volume Carioti /Cataudella).

La città si riappropriava, proprio nel 1678, del diritto di riconoscere, essa sola, “le patenti del Pozzallo e di tutte le altre marine del contado di Modica”. Privativa questa concessa da lettere del Real Patrimonio, date in Messina il 20 dicembre di quello stesso anno e poi confermate con altre del Real Patrimonio del 14 agosto 1716 come si legge a pag. 175 del  I volume del Carioti/Cataudella.

Il primo settembre del 1678 trovavano finalmente esecuzione pure le lettere del vicerè, date in Palermo il 26 agosto del 1675, relative all’istituzione della carica di Vice Ammiraglio, “sull’istanza de’ giurati della città per l’osservanza de’ diritti dell‘Ammiraglio, in conformità de’ capitoli della regina Blanca, sanciti nell’anno 1409”(pag. 183 Volume I Carioti/ Cataudella).

Fedeltà uguale privilegi, dunque.

Dopo la pacificazione della Sicilia orientale e il declassamento di Messina, partito il tercio di Scicli, Siracusa tuttavia stentava a recuperare la serenità sociale di cui aveva bisogno.

Prova ne è una supplica al re, scritta il 21 aprile del 1690 da Don Giuseppe Montalto, senatore; da Don Giulio Trigona; da Don Scipione Arezzi; da don Daniele Calascibetta e da don Francesco Platamone, tutti giurati nobili; da Don Giuseppe Bonanno, sindaco della città.

In essa si chiedeva la revoca dei due giurati del corpo della plebe che nel 1647 il vicerè Pietro Faxardo Zuniga y Requesens,  marchese de los Veles, aveva voluto introdurre nel governo della città per placare i tumulti che già in essa si erano verificati.

Nel 1660 il vicerè Don Pedro Martinez Rubio, arcivescovo di Palermo, aveva revocato la carica dei due giurati popolari.

In corrispondenza dei fatti di Messina e dell’espugnazione di Augusta, città distante solo dodici miglia da Siracusa, il popolo aveva chiesto, senza successo, al vicerè Don Vicente Gonzaga che venissero riconfermate tali cariche.

Il conte di Santisteban, Francesco Benavides, subentrato nel frattempo al Gonzaga nella carica di Vicerè di Sicilia, aveva imposto, invece, in occasione dei tumulti di Messina e cioè nel 1675, motu proprio, i due giurati popolari dimenticando di consultare il popolo attraverso il voto come avveniva all’inizio, quando tale carica fu istituita.

La lettera implorava la revoca di tale provvedimento temendo la possibilità “di continuo fomento di disordini popolari”.

La nobiltà faceva come sempre il suo gioco. Camaleontica e perversa, astuta e sottile.

Scicli e la sua Sergenzia perseverarono nel loro ruolo di cane da guardia della Corona in quest’angolo di mondo che dopo si chiamò il sudest siciliano. Alla fine del Seicento, entrambe saranno ricompensate con la nomina vitalizia a sergente maggiore del capitano Don Domingo de Serratón, cavaliere dell’Ordine di Santiago, uomo forte dell’agonizzante Casa d’Austria ma, soprattutto, alter ego del vicerè, il Duca di Veraguas.

Domingo de Serratón arriverà a Scicli dalla lontana Palermo un giorno di primavera del 1699. Troverà una città cantiere che faticosamente vuole risorgere dalle macerie provocate dal terremoto del 1693. S’identificherà con essa a tal punto da renderla lo specchio chiaro del suo pieno, legittimo ed indiscusso potere fino alla data della morte avvenuta il 17 agosto del 1710, come ha appurato padre Ignazio La China in una recente ricerca eseguita nel libro dei defunti della ex venerabile Matrice di San Matteo apostolo di Scicli.

CREDITI

Archivo Histórico Nacional de Madrid

Archivo General de Simancas

Notizie storiche della Città di Scicli, Antonino Carioti, ed. a cura di Michele Cataudella

1995-2005 Cinquant’anni di archivio/ Sette secoli di Storia, a cura di Anna Maria Iozzia

DOCUMENTI

 

Carta al Señor Almirante de Castilla, AGS, EST,  legajo n. 3515- 0725

Carta del senado de Siracusa al Rey,  AHN legajo 818, n,2

Bando e Comandamento d’ordine delli Eccellentissimo Signor Don Vincenzo Gonzaga, AHN, Estado, 2147

Carta da parte del re Louis XIV, AHN, Estado, 2262/2263

 

Trascrizione del Documento del Consejo de Estado, Carta al Señor Almirante de Castilla

El Secretario  Ilustrisimo delegase                                            Madrid a 29 de Mayo1679

Al Señor Almirante de Castilla

                                                              Participandole  lo que Su Magestad ha resuelto se

                                                               ha de escrivir a la ciudad de Scili


Al Señor Almirante de Castilla

Consulta de 11 de Mayo 1679

Aviendo escrito a Su Magestad la Ciudad de Scili significando el sentimiento que le ha causado la solevación de Mecina y refiriendo las continuas oraciones que se hacían para que aquella gente salga de su herror y que de orden del señor Marques de Villafranca havía enviado el tercio que tiene para presidiar a Siracusa, quedando armado el pueblo para suplir y ocurrir a qualquiera invasion hasta derramar su sangre, ha sido Su Magestad servida de resolver en Consulta de 11 del corriente se participe a Vuestra Excelencia lo que la ciudad escrive para que Vuestra Excelencia (como señor de ella) la dé gracias y a entender la gratitud con que justamente se halla Su Magestad las expresiones de su amor y lealtad y quan digna es de sus obligaciones la fineza con que se emplea en su Vuestro servicio. Participolo a Vuestra Excelencia en cumplimiento de la orden de Su Magestad.

Vuestro estimado señor (firma del secretario del Consejo de Estado).

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