Cultura Storia siciliana

Rosario Gregorio, storico

Si occupò di storia e diritto

Nasceva a Palermo duecentosessanta anni fa, il 23 ottobre del 1753, Rosario Gregorio, uno dei maggiori siciliani di sempre. Era uno storico (principalmente, ma in realtà fu anche giurista, teologo, insegnante). Venne destinato sin da piccolo dalla madre alla vita ecclesiale, e nel 1762 entra nelle scuole gesuitiche. Nel 1777 inizia a insegnare teologia nel seminario dei chierici.

Nell’ottobre 1781 giunge in Sicilia come viceré Domenico Caracciolo (un uomo “illuminato” che seppure contrastato fortemente dal clero e dalla nobiltà siciliana, riuscì anche solo in parte a modernizzare l’Isola), che nel dicembre 1783 fece eleggere il Gregorio canonico della cattedrale di Palermo e lo spinse verso la storia araba, “utile per sapere quale incremento e quale progresso ebbero le scienze nelle mani degli Arabi, i quali le sostennero nel X secolo, mentre esisteva fra noi la massima oscurità”. Lo scriveva il Vicere di Sicilia, quando eravamo civili e degli altri riconoscevamo i meriti.

Il Gregorio aveva iniziato questi studi compilando “una raccolta delle iscrizioni saraceniche esistenti in Sicilia” per una nuova edizione (Palermo 1784) delle “Iscrizioni di Sicilia” di Castelli e Giglio, principe di Torremuzza.

Il 7 agosto 1785 un dispaccio istituì la cattedra di lingua araba nell’Accademia, assegnandola all’abate maltese Giuseppe Vella, che stava componendo la traduzione (che poi si rivelò una pura fantasticheria) di un codice arabo conservato nel convento benedettino di San Martino, sostenendo si trattasse del carteggio degli emiri di Sicilia con i principi arabi dell’Africa settentrionale.

Nel novembre 1786 il Gregorio inizia ad avere seri dubbi sul lavoro di Vella e decide di imparare la lingua araba e, quand’ebbe una sufficiente padronanza dell’idioma, lesse il Vella e subito dopo pubblicò la dissertazione “De supputandis apud Arabes Siculos temporibus” (Palermo 1787).

Quando il Gregorio dimostrò che l’abate Vella aveva del tutto inventato la lingua e la storia di quei manoscritti (il maltese aveva molto semplicemente utilizzato la lingua dell’Isola dei Cavalieri, che è in effetti un dialetto nordafricano frammisto a tantissimo siciliano ed italiano), a Palermo, ma anche nel resto dell’Isola e nel continente europeo, venne coniata la famosa formula della “Arabica Impostura”, vicenda raccontata da Leonardo Sciascia nel celebre “Consiglio d’Egitto”.

Rosario Gregorio, “chiuso” il capitolo della Arabica Impostura, tornò ad occuparsi di storia e di diritto.

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Quello di aver smascherato il Vella è il merito minore del grande storico, che nei suoi studi mostrò un talento non comune e soprattutto uno sviscerato amore per la sua terra, considerata scrigno di cultura, di antiche tradizioni, di grandi uomini e donne. Un esempio da seguire se si vuole dimostrare che noi isolani, attualmente coinvolti nel più generale decadimento del Paese, siamo stati e perciò potremmo tornare ad essere (almeno secondo questa mia teoria), un popolo civile, capace di alzare la testa quando necessario, e non solo di preferire (come però abbiamo preferito fare troppe volte nella storia, anche recente) il “male minore”, o, peggio, il quieto vivere. La vicenda di Rosario Gregorio è in tal senso emblematica: il siciliano (certo, un siciliano colto e appartenente ad una elite) che nello straniero (certo, uno straniero fino ad un certo punto, posto che i maltesi sono – e a maggior ragione erano due secoli fa – siciliani come noi, per lingua, storia, cultura e geografia) non vede il salvatore, quello che ne sa di più solo perché ha lingua – o anche solo accento – diverso.

Il grande studioso palermitano sarebbe poi morto, nella sua città, il 13 giugno 1809.

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