Lettere in redazione Scicli

Titanic africano

Prima l’angoscia dei soccorsi, poi il silenzio della morte

Scicli - “Correte, bestie, salite sulla barca! Veloci o vi spariamo.” Sparateci... Forse è meglio. Una bagnarola di legno fradicio, qualche toppa per bloccare quei fori che potrebbero destare terrore, qualche chiodo piegato e scoperto sta lì conficcato in quell'asse di legno probabilmente giunta sulla costa da una terra chiamata Eden, Paradiso, Salvezza. Eppure quel pezzo di legno scheggiato è il relitto di una imbarcazione della speranza, spezzatasi in due davanti agli occhi quasi divertiti e menefreghisti di un gruppo di uomini che oltre continente sono chiamati “scafisti”. Il fumo di una sigaretta si leva al chiarore di una luna che illumina lo scuotersi frenetico delle acque e i volti di centinaia di uomini la cui unica colpa è essere nati in una terra in cui i diritti umani sono come la carta igienica, uno strappo e via! 

Questo è il viaggio di una generazione umana priva di vita.

Ore 4 del mattino i telefoni della sala operativa iniziano a squillare, l'ufficiale di turno solleva la cornetta e sente la voce di un uomo mista a pianto, balbuzia, tremore e urla di altri uomini, donne e bambini. “SOS” sussurra stanco “ stiamo affondando. Aiutateci!”
Appena il tempo di intercettare la chiamata fatta dal solito cellulare satellitare salvavita e dalla sala operativa parte l'allarme. Motovedette, elicotteri, gommoni danno il via a una corsa contro il tempo, i soccorritori da una parte e i corpi galleggianti dall'altra, i motori sono al massimo della loro potenza, forse anche loro capiscono la gravità e si sforzano pur di raggiungere in tempo quel barcone al fine di evitare una tragedia.
Ma... sul posto non c'è sangue, non c'è più lo schiamazzo che l'ufficiale di turno aveva sentito al telefono, anzi un silenzio tombale, anche il mare si è fermato. In superficie si vedono alcune schiene ricurve, altri corpi sono sprofondati nelle profondità del cimitero marino, altri sono in fin di vita, boccheggiano sperando di sopravvivere. Uno di questi poveri martiri ormai in fin di vita viene trasportato d'urgenza in elicottero ma durante il viaggio anche quell'ultimo superstite si spegne. Gli uomini della Capitaneria presi dall'adrenalina cercano, si immergono, si tuffano nella speranza di salvare ancora qualcuno, ma in realtà sono tutti morti.
Quella trappola di morte che li aveva trasportati sin lì si era inabissata trascinando con sé i poveri bambini e le povere madri che non riuscendo a nuotare sprofondavano tendendo le mani al cielo e urlando con un filo di voce, soffocata dalla disperazione, Aiuto.
Il mare scuro, in lutto, aveva divorato i corpicini esili e l'amore materno. I sommozzatori con le lacrime agli occhi smuovevano massi e assi di legno pur di riportare a galla i poveri sciagurati e dar loro degna sepoltura. Dopo un giorno di ricerche queste terminano, in bilancio 200 morti. Commoventi bare bianche accostate a bare in mogano scuro segnavano la fine di una famiglia. Oggi è stata sconfitta l'umanità.

Nella foto di Luigi Nifosì, il primo barcone approdato a Sampieri, verso la fine degli anni novanta.

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