Cultura Modica

Bernardino Nigro e il polittico della Chiesa di San Giorgio di Modica

Scoperti i contratti di incarico e di consegna dell’opera

Modica - Il polittico della chiesa di San Giorgio di Modica è una delle opere più imponenti e monumentali dell’arte siciliana, da confrontare con alcuni polittici marmorei rinascimentali e con alcuni polittici lignei siciliani e napoletani per quanto riguarda i dipinti, mentre per quanto riguarda l’ “ architettura” la memoria va a polittici spagnoli.

    Collocato nella parete di fondo della navata centrale è composto da nove tavole sistemate dentro una cornice lignea lavorata con motivi decorativi in bassorilievo e tutta dorata e da una lunetta che conclude il partito centrale. Partendo dal basso verso l’alto i temi rappresentati sono i seguenti: nel primo registro da sinistra a destra San Giorgio, il drago e la principessa, la Sacra famiglia, San Martino; nel secondo registro la Presentazione di Gesù al tempio, l’Adorazione dei Magi, Cristo tra i dottori; nel terzo registro la Pentecoste, la Resurrezione e l’Ascensione. Oltre al santo titolare e a San Martino, in onore ad una confraternita che gestiva la chiesa San Martino, limitrofa alla chiesa di San Giorgio, che aveva la sepoltura all’interno della chiesa di San Giorgio, il tema dominante è legato al rosario, ai misteri gaudiosi nel secondo ordine e ai misteri gloriosi nel terzo ordine. In particolare assume un ruolo centrale Maria.

    L’opera che il Di Marzo aveva attributo a Girolamo Alibrandi[1], attribuzione messa in dubbio dal Mauceri[2], assegnata prima dal Bottari[3] e poi con motivazioni fondate e definitive da Vito Librando a Bernardino Niger[4], attribuzione accettata da tutti gli altri storici dell’arte[5], oggi vede la conferma con la scoperta dell’incarico dato dai procuratori della chiesa di San Giorgio a Bernardino Nigro, con i pagamenti relativi e con la consegna. L’incarico al Nigro viene dato dai procuratori Giovanni Guarrasi, Antonio Giarratana, Matteo di Tommaso, Tommaso Lixsandro, quest’ultimo anche procuratore dell’assente Pietro Lorefice, il 26 settembre del 1566[6]. Col contratto il Nigro, detto il “greco”, che a quella data risulta abitante a Caltagirone, s’impegna a dipingere la “cona” in base ai soggetti che indicheranno i procuratori, con colori “finissimi”, ad olio e con “azolo” di “Alemagna”(Germania). Il prezzo non è fissato fin dall’inizio, ma sarà deciso da parte di periti scelti di comune accordo e nel caso di una valutazione discordante da parte di un terzo perito alla consegna dell’opera. Al Nigro saranno dati acconti nel prosieguo dei lavori; gli è consentito di poter avere come collaboratore il siracusano Girolamo “lo spagnolo”, da individuare in Girolamo Gomes, e di poter scegliere l’artista che dovrà dorare la cornice lignea del polittico. Per tutta la durata del lavoro al Nigro si da una stanza con annessa cucina per lui e i suoi collaboratori ed il costo dell’affitto sarà computato nel prezzo definitivo. L’opera sarà consegnata nel 1571 ai procuratori, il magnifico don Antonino Palazzolo, don Francesco Occhipinti, don Giovanni Guarrasi, don Pietro Lorefice. Delle tavole citate nell’atto di consegna che dovevano essere dieci sono citate: “uno di nostra Donna (la Sacra Famiglia), lo quatro di Santo Georgi, lo quatro di San Martino, lo quatro di la Aportasioni di Cristo a lo templo, li Tri re, la Disputa, la Ascensioni di Cristo,  la Missioni di lo Spirito Santo e lo Dio patri”. Non è citato il tema della Resurrezione. Come periti sono nominati per conto di Bernardino Nigro il siracusano Girolamo “lo spagnolo” (Girolamo Gomes) e per conto dei procuratori della chiesa un pittore chiamato il Calabrese[7]. I periti non sono dello stesso avviso nel valutare la qualità del lavoro. Il perito nominato dai procuratori della chiesa e i procuratori stessi non accettano l’opera in quanto non dipinta a regola d’arte come previsto dal contratto del 1566. Si concede al Nigro un mese di tempo per intervenire nuovamente sull’opera e ove necessario raschiare alcune tavole per ridipingerle. Nel novembre dello stesso anno il Nigro riconsegna l’opera. Questa volta come periti si nominano per conto del Nigro un pittore di Lentini (non è specificato il suo cognome); per conto dei procuratori ( don Simone Salemi, don Matteo Di Tommaso, don Vincenzo …., don Benedetto Baglieri, il magnifico don Antonino Palazzolo, Giovanni Guarrasi, Giovan Pietro Cicero, don Pietro Lorefice) il maestro Antonino ( Adorno ?) di Noto. Le tavole questa volta sono accettate con un ruolo determinante del maestro Antonino di Noto. Il prezzo concordato sarà di 220 onze[8]. Tra l’incarico del 1566 e la consegna risultano diversi acconti[9].

    Definita la paternità del polittico a Bernardino Nigro sono diverse le considerazioni da fare. La consegna delle tavole è del 1571, mentre la data che si trova dipinta nella tavola di San Martino è del 1573. Probabilmente i due anni serviranno per migliorare l’intervento pittorico e soprattutto per la realizzazione della cornice e per la definitiva collocazione nel 1573 anno in cui, nel mese di ottobre il pittore si sposerà con Agata Scolaro, secondo quanto pubblicato di recente da Pietro Boncoraglio, proprio nella chiesa di San Giorgio davanti al suo polittico[10]. Non è del tutto chiaro il ruolo del siracusano Girolamo lo spagnolo (Girolamo Gomes), indicato prima come possibile aiuto per la realizzazione dell’opera e poi come perito di parte per conto del Nigro. Nel perito Antonino della città di Noto è

possibile individuare Antonino Adorno che troviamo nel 1567 impegnato a dipingere il tabernacolo con varie figure dell’altare maggiore della chiesa di Santa Maria del Gesù di Modica ( perduto)[11] e l’anno successivo uno “scabello” ( piedistallo) con immagini dei dodici apostoli per la scultura del Crocifisso (perduta) della chiesa di Santa Maria di Betlem di Modica[12].

    Il polittico, nelle nove tavole (escludendo la lunetta), non mantiene lo stesso livello formale. Le tre tavole della terza fascia sono più deboli stilisticamente rispetto alle sei tavole dei due registri sottostanti e alla lunetta con Dio Padre, e tra queste le più vivaci e formalmente più risolte, sono quelle riguardanti San Giorgio e San Martino e il Dio Padre della lunetta. Nel complesso un’opera classicistica nell’impianto, nelle citazioni architettoniche, nella spazialità prospettica prevalentemente centrica ad opera di un pittore, il Nigro la cui pittura “ mostra una qualità - nota Teresa Pugliatti - superficialmente illustrativa, e un gusto che si direbbe quasi popolaresco se non vi si leggesse in realtà la traduzione, in chiave semplificata di modelli “colti”[13], esemplificati per una comunicazione più popolare in linea con le indicazioni didascaliche del concilio tridentino. Sul piano iconologico predomina il ruolo di Maria (‘Nostra Donna’ è indicata la tavola centrale del primo registro con la Sacra Famiglia tra i santi Anna, Elisabetta, Gioacchino e San Giovannino). Dei nomi dei periti restano da conoscere il pittore di Lentini, il Calabrese e l’ Antonino di Noto. Gli indizi ci dicono di una situazione artistica più ricca e vivace tra Siracusa, Noto, Lentini e Caltagirone, ancora da approfondire per una migliore comprensione del tardo Rinascimento nella Sicilia sud orientale. Un riferimento ai committenti: aristocratici e borghesi che sovrintendono alla cura della chiesa di San Giorgio: “onorabili” e “magnifici” di cui alcuni cognomi, importanti nel secondo Cinquecento scompariranno tra la classe dirigente nei secoli successivi mentre altri aristocratici, i Lorefice, i Salemi, saranno presenti nei secoli successivi. Molti ancora i vuoti sulla personalità del Nigro documentato tra il 1558 e il 1588. Le sue opere firmate e datate sono il San Giacomo di Castello Ursino del 1572, un dipinto per l’oratorio dei Santi Pietro e Paolo ad Acireale (perduto) del 1573, un dipinto con la Madonna e il bambino dello stesso anno (perduto), la tavola con Sant’Agata condotta al martirio della chiesa del Santo carcere a Catania del 1588[14]. A queste vanno aggiunti l’attribuzione della Campagna Cicala di un’Adorazione dei Magi del Museo Bellomo di Siracusa proveniente dal convento dei Santi Filippo e Lorenzo di Scicli datata 1570[15], il dipinto, probabilmente un trittico, del 1583-84 per l’altare della cappella Riva nella chiesa di Santa Maria del Gesù (perduto) con le immagini di Sant’Anna, Maria con Gesù bambino, San Giovannino, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, oltre ad altre immagini (affreschi?)

di Santi nelle pareti della cappella per il costo complessivo di 34 onze[16]. L’incarico per il polittico del 1566 e il suo matrimonio, a Modica, del 1573, fanno  ipotizzare, dopo la sua permanenza a Caltagirone, la sua permanenza a Modica a partire dall’incarico del 1566 fino agli anni ’80, pur avendo ottenuto in quegli anni altre commissioni di opere per altre città della Sicilia sud-orientale.

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    Un’ultima domanda e una risposta: in quale contesto architettonico, in quale spazio absidale fu collocato il polittico? Ci viene in soccorso un importante documento. Il 24 ottobre 1537 “il magnifico Giovanni de Ascenzo e il magnifico Matteo Palazzolo, procuratori della fabbrica della maggiore parrocchiale chiesa di San Giorgio, espongono che nei giorni passati è stato deciso di ampliare ed accrescere detta chiesa di San Giorgio per il comodo e la maggiore capienza del popolo e dei parrocchiani, deliberando di accrescere ed ampliare detta chiesa verso la tribuna…e vicino detta tribuna ed essendoci di spalle alla chiesa un luogo di maestro Tommaso dove deve avvenire l’ampliamento della chiesa i procuratori cercano un accordo con detto Tommaso” [17]. Alla data del polittico l’ampliamento sulla base di un gusto manieristico tardorinascimentale (ne fanno fede i due telamoni collocati sotto il polittico) è stato realizzato. Tra coloro che lavoreranno alla fabbrica troviamo oltre ai falegnami Giovanni Garraffo e Tommaso Morana impegnati nel 1569 nella realizzazione del tetto del transetto[18], i capimastri Vincenzo Pullara ed un altro esponente della famiglia, Antonino de Ramundo e Pietro di Maria[19], capimastri che sono impegnati negli stessi anni nei più importanti cantieri ecclesiastici della città.

                                                                                   


[1] G. Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI, vol. I, Palermo 1880, pp. 679-680.

[2] E. Mauceri, La Contea di Modica, in “L’Arte”, XVIII, 1914, p. 127.

[3] S. Bottari, La cultura  figurativa in Sicilia,  Messina-Firenze, 1954, in nota a pg. 252.

[4] V. Librando, Scheda di restauro “Bernardino Niger e collaboratori, 1973 ”, in  XI Catalogo di opere d’arte restaurate(1976-78), Palermo, 1980, pp. 83-89.

[5] Vedasi T. Pugliatti, Pittura del Cinquecento in Sicilia, La Sicilia orientale, Napoli, pp. 185-192.

[6] Modica, Archivio di Stato, notaio Di Francesco Antonino, n. 182, vol. n. 4, cc. 44v-47v.

[7] Modica, Archivio di Stato, notaio Di Francesco Antonino, n. 182, vol. n. 5,  11 ottobre 1571.

[8] Modica, Archivio di Stato, notaio Di Francesco Antonino, n. 182, vol. n. 5, cc. 133r-134r, 9 novembre 1571.

[9] Modica, Archivio di Stato, notaio Di Pietro Matteo, n. 170, vol. n. 26, c. 176, 23 marzo 1566; cc. 221v-222r, 12 marzo 1567; stesso notaio, vol. n. 27, cc. 165-166, 23 febbraio 1567.

[10] P. Boncoraglio, Giornale di Sicilia, 5 maggio 2011, Cronaca di Modica, p. 24; Ragusa News.com, 13 maggio 2011.

[11] Modica, Archivio di Stato, notaio Di Pietro Matteo, n. 170, vol. n. 27, c. 63rv, 21 ottobre 1567.

[12] Modica, Archivio di Stato, notaio Trindullo Pietro, n. 175, vol. n. 18, c. 161, 10 novembre 1568.

[13] T. Pugliatti, cit, p. 186.

[14] T. Pugliatti, cit, pp. 185-190.

[15] F. Campagna Cicala, scheda su Bernardino Nigro o Niger, sta in Opere d’arte restaurate nelle province di Siracusa e Ragusa IV (1993-1995) a cura di Gioacchino Barbera, Siracusa, 1997, pp. 48-49.

[16] P. Nifosì, Il maestro delle chiese, Fu l’honorabile Mauro Galfo il primo architetto modicano, sta in La Sicilia Ragusa, 11 agosto 2013, p.31; P. Nifosì, Mauro Galfo, la Cappella Riva ed alcuni grandi cantieri ecclesiastici di Modica del Cinquecento, sta in Ragusanews.com, 12.08.2013.

[17]  Modica, Archivio di Stato, notaio Di Pietro Matteo, n. 170, vol. n. 2, cc. 76v-77r, 24 ottobre 1537. Il documento è di difficile lettura.

[18] Modica, Archivio di Stato, notaio Cannella Vincenzo n. 177, vol. anni 1558-1559, cc. 217-218, 28 marzo 1559.

 

[19]  Modica, archivio di Stato, notaio Di Pietro Matteo, n. 170, vol. n. 20 c. 231v 8 giugno 1559.

Foto di Luigi Nifosì.

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