Cultura Scicli

L’ulivo di Gianni Mania

Due anni di ricerca fotografica

Scicli - Ai confini del mondo, fu Ercole a raccogliere il primo olivo caro ai greci, ceppo primigenio dal quale originò il bosco sacro a Zeus, dal quale si attingevano le fronde destinate ai vincitori dei giochi olimpici. Così vuole il mito. E, tra fiaba e storia, tema principe l’olivo e il prezioso olio estratto da questo albero, muove la ricerca di Gianni Mania, virtuoso fotografo ibleo, da anni attento osservatore della fisionomia antropologica ed estetica dei luoghi.

Oltre un biennio di scatti fotografici, centinaia di immagini che immortalano una pianta antica quanto la memoria dell’umanità, potentemente espressiva, come spiegano le inquadrature sapienti di Gianni Mania, che ha viaggiato nei paesi tanti del bacino del Mediterraneo, area nella quale l’ulivo è stato centrale, per la storia delle civiltà. Nelle ultime settimane, il fotografo ha concentrato il suo reportage in Palestina e in Israele (e parte oggi alla volta del Libano), regioni in cui l’ulivo e il suo olio la storia ha caricato di numerose funzioni e valenze simboliche. È forte, per chi come Mania coltiva un’attenzione fondamentale alla composizione, la tentazione di indagare nodi e giunture, artisticamente e basta, per quel fascino magnetico dei grigi e dei bruni stratificati delle superfici legnose, ruvide, antiche, saldate caparbie alla terra con radici quasi umane. Ma l’obiettivo di Mania allarga la vista alla ricostruzione storica degli usi dell’olio, finalizzando lo studio alla realizzazione di un volume che vedrà a breve luce di stampa. Una indagine diacronica che risale la linea del tempo a duemila anni fa, e che ha portato Mania a inquadrare pure i processi produttivi, di trasformazione dell’oliva in olio, ove le maggiori innovazioni si sono avute nell’ultimo quarantennio, dopo secoli di tradizione continuata in modalità pressoché immutate.

Il reportage dice di un frutto della terra che è basilare nell’alimentazione, ma che è stato emblema di fecondità e di purificazione, presso i greci, che volevano l’affetto di Atena all’olivo, che – lo leggiamo in Omero – pensavano gli eroi ungersi i corpi d’olio d’oliva. Metafora materiale ancora di vittoria, di pace, in una simbologia che, dalla cultura grecoromana continua nel cristianesimo, ove ha una gamma ampia di funzioni sacrali, e ove, del resto, già nel Vecchio Testamento, si raccontava che la colomba inviata da Noè dall’arca, per sapere se il Diluvio fosse cessato, fosse ritornata portando un ramoscello d’olivo. Restando in ambito cristiano, riferiamo di come Mania abbia portato i suoi obiettivi nel Giardino del Getsemani, a Gerusalemme. Qui, in Terra Santa, ove l’aria respira di memorie evangeliche, recenti indagini del Cnr hanno dimostrato che le otto piante d’ulivo presenti sono antichissime, tra le più antiche del mondo, e risalirebbero a novecento anni fa, all’epoca della conquista di Gerusalemme a opera del Saladino; essendosi sviluppate tutte dallo stesso genotipo, sarebbero inoltre tutti ulivi fratelli.

Tutto un cosmo idillico, sostanziato della poesia sublime dell’ulivo, che è uomo e lavoro e spiritualità di segno. Ma, oltre i confini incantati del Giardino, oltre i recinti ameni della campagna, batte il cuore di popoli che vivono una pagina a tutt’oggi complessa della loro vicenda. Due mondi in difficile intesa, ove lo stato ti richiede di indicare la tua appartenenza religiosa sulla carta d’identità. Gianni Mania lo racconta nella sintesi icastica di un lucchetto, di una porta che è ancora barricata, ancora taglio, ancora dolore.

La Sicilia