Cultura Scicli

Piero Guccione, dall’iperazzurro al nero mare

La mostra al Brancati

Scicli - È ‘altro’ il volto di questo mare guccioniano, altro dalle campiture astratte dell’iperazzurro al quale il maestro ci ha educati e viziati. Altro dalla tensione compatta del pastello che fa camera ovattata di quell’azzurro, altro dalle velature stese infinite dell’olio, che volano liriche, che intrecciano un eccezionale dialogo estetico tra astrazione e rappresentazione, in una dialettica ‘semplicemente’ risolta, e all’insegna del valore assoluto della bellezza.

Il cuore della preziosa mostra che il Brancati di Scicli ha dedicato a Piero Guccione è “L’altra faccia del Mediterraneo”, un’opera che possiamo assumere a testimonianza ulteriore di una cifra che, nell’eclettica varietà di strumenti, resta subito riconoscibile, subito unica, subito arte. Questo mare è nero, le onde di plastica comprimono il celeste in un brevissimo lacerto di cielo. È urgenza di prendere parola civile in anni così duri per chi tende mani e braccia e figli verso la sponda opposta del nostro mare. Ma è pure un omaggio a Courbet, dunque un mirabile d’après, libero da pesanti debiti iconografici, in un’atmosfera ‘nuova’, quasi felliniana, sognata, in un linguaggio consapevole e insieme libero del contemporaneo – torna in mente Burri, ma solo per la ricerca condotta con materiali concreti.

Quella dimensione apparentemente informale delle plastiche, impiegate da Guccione in una composta eleganza, si carica di una intima drammaticità, per cui la fisicità povera di quel materiale percepiamo come materia pittorica, quasi quanto quel filo di rosso che solca di tragedia l’orizzonte basso, quasi quanto quell’omino che si rivolge enigmatico al mare. È ‘semplicemente’ arte, ancora arte, questo gioiello di Guccione, che conferma la sua vocazione a un dire civile per metafore, a un discorso umanistico ed esistenziale sulle ferite che lacerano i mondi primi e ultimi.

L’esposizione del Brancati, affidata alle cure di Paolo Nifosì, accosta questa tela a venticinque “Cammei grafici”, come li dice il titolo della mostra. Un percorso nell’archeologia della poetica guccioniana, una pagina aperta su un versante fondamentale della sua eccellenza, il disegno, che indaga con definitoria morbidezza su nudi e volti, che ‘continua’ Michelangelo e Caravaggio, ma nelle sfumature e dolcezze sublimi leonardesche. In acquetinte, acqueforti, litografie, ecco dispiegati i temi cari, l’ibisco, la maschera, l’ombra, quella che incanta di poetico mistero il fiore vero sensibile, e quella ideologica nel paesaggio, che allude con dolorosa denuncia a Portella della Ginestra. Una prova di come, con qualsiasi mezzo espressivo, Piero Guccione riesca a conferire una poetica che è Guccione. Che riesce a fare poesia con un cumulo di pietre, di cui l’artista racconta la “geometria” e la “malinconia”, ovvero, rispettivamente, il disegno e uno stato d’animo. In quella malinconia c’è l’artista e vi indoviniamo l’uomo, perché è lirico il filtro impiegato a ogni soggetto da Guccione, capace di tradurre, anche intellettualmente, da conoscitore, la poesia in sintesi contemporanea.

Il vernissage ha beneficiato dello studio pregevole di Manuel Gualandi, “L’atelier di Guccione”, volumetto di recente pubblicazione, che indaga sul percorso creativo del pittore, diacronicamente e tematicamente. Un “discorso sopra la pittura”, sostanziato di pregnanti considerazioni sullo stato attuale dell’arte, sulla sua legittimazione e sulle sue stratificate epifanie, tra le quali le due brillanti interviste al maestro possono offrire lucida cartografia.

La Sicilia

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