Cultura Madrid

Il Conte di Modica e il potere impune

Famose le scorribande nella Madrid dei suoi anni giovanili

Madrid - Da oltre cinque anni inseguo per biblioteche, archivi nazionali, librerie antiquarie e mercatini Juan Tomás Enriquez de Cabrera, undicesimo e ultimo Almirante di Castiglia, conte di Modica.

Un’antica curiosità, la mia, nata tra i banchi delle Superiori frequentate a Modica in quel Palazzo degli Studi che è stato nei secoli la gloria e il vanto della città.

Più tardi, da vecchio, finalmente mi spiegai la “damnatio memoriae” che come una sinistra aureola accompagnava la sua figura.

Non starò qui a riepilogare anni e anni di studi e notti passate a leggere documenti che lo riguardano.

In altra sede, più opportuna e legittima, forse lo farò.

Qui, invece, voglio solo raccontare un momento della sua complessa e travagliata esistenza per rafforzare, se ce ne fosse ancora bisogno, la convinzione di un potere che assolve se stesso e, con sé, gli uomini che lo gestiscono e lo esercitano.

Juan Tomás Enríquez de Cabrera nasce in una delle famiglie più importanti di Spagna. Dai Cabrera eredita, infatti, il titolo di conte di Modica. Un titolo prestigioso al quale nessuno dei suoi avi e, poi, dei suoi discendenti ha mai rinunciato. Dagli Enríquez gli vengono l’almirantato e il titolo di duca, nonché la parentela più prestigiosa del regno.

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Il padre, Juan Gaspar era un povero diavolo tormentato dalla mania del collezionismo: aveva trasformato il suo antico palazzo di Madrid in una casa museo, spendendo di più di quanto introitasse dalla nostra contea d’oltremare nell’acquisto di pitture, sculture, di qualsiasi oggetto artistico che poteva rastrellare nei mercati del suo tempo. A suo modo era anche un letterato e un appassionato di tauromachia. Come tutti i nobili dell’epoca conta pure delle esperienze diplomatiche ma, alla fine, l’ozio gli fu più congeniale.

In questo clima rilassato di mollezze e ricchezze cresce Juan Tomás e, a imitazione dei rampolli della Monarchia spagnola, porta, in quanto primogenito, un titolo, quello di Conte di Melgar.

Il bambino già dalla tenera età è viziatissimo, dunque. Crescendo, si trasformerà in un giovane arrogante, violento, sprezzante e insofferente di qualsiasi regola o legge, aiutato da un’intelligenza non indifferente che lo rende più pericoloso e audace.

Sono famose le scorribande nella Madrid dei suoi anni giovanili. Bravate alle quali il povero don Juan Gaspar doveva porre rimedio.

La città non lo aiutava come non lo aiutò il tempo nel quale si consumò la sua parabola politica ed esistenziale.

È proprio di una di queste bravate che voglio parlare.

Due documenti interessanti rinvenuti presso l’Archivo Histórico Nacional di Madrid testimoniano fatti che, spesso, nella biografia sono solo appena citati.

Felipe IV era morto nel 1665 lasciando una montagna di debiti; un regno allo sbando; un figlio legittimo in tenera età, nato dopo due figli maschi morti prematuramente; una sfilza di figli bastardi che tentavano d’impadronirsi della sua immensa eredità; una giovanissima moglie, nipote, che sposò da vecchio per garantire alla Spagna un erede e con lui la continuità della Casa d’Austria.

Il bimbo, Carlos II, aveva appena quattro anni quando il padre morì, mentre un fratellastro, don Juan Josè d’Austria, era abbastanza grande e deciso a prendere in mano le redini del regno.

La regina Marianna era una donna fragile, in balia di un confessore austriaco, Juan Everardo Nithard, che nella corte faceva il bello e il cattivo tempo.

Madrid viveva in quei giorni momenti di angoscia che preludevano a un colpo di stato. Di notte la città era preda di una feroce guerriglia urbana.

In un clima così rovente alcuni rampolli dell’alta nobiltà sono arrestati. Tra loro è un amico di merende del Nostro. Si tratta di don Lorenzo De Cárdenas che ostentava numerosi titoli tra i quali V marchese di Bacarés, conte di Villalonso ecc…

Juan Tomás, spalleggiato dal fratello Luis, più giovane di lui e minorenne, piomba nel carcere della Villa y Corte e, sotto la minaccia delle armi, libera l’amico.

Ovviamente in città è scandalo.

La giustizia fa il suo corso. I due guappi si nascondono con molta probabilità nel castello di Coca, un borgo nei pressi di Valladolid, di proprietà del conte di Melgar.

Il povero padre, appena è informato che i suoi figli la avevano fatta grossa, li va a cercare e li obbliga a costituirsi.

E fin qui è cronaca di tutti i giorni.

Ma ecco una lettera, frutto di una sofisticata strategia di potere, a sconvolgere il senso della giustizia nella storia.

Juan Tomás aveva ventiquattro anni all’epoca dei fatti e già da più di dieci era stato “sposato” a Catalina de la Cerda Portocarrero, figlia del potentissimo VII duca di Medinaceli.

La moglie Catalina indirizza una supplica, dunque, alla regina perché intervenga e salvi il marito adducendo che in prigione Juan Tomás soffre di una forma grave di artrosi (perlesía) che potrebbe, in seguito, se trascurata, procurargli anche la paralisi. La donna chiede che gli siano concessi gli arresti domiciliari a casa del padre, l’Almirante.

La regina fa i suoi calcoli e così risponde al Presidente del Consiglio di Stato che le sottopone la richiesta:

“Per quanto riguarda don Luis, considerando che da piccolo è vissuto come paggio alla mia corte, che vada a casa dell’Almirante, suo padre, e ci resti ben vigilato fino a mio ordine; per quanto riguarda il conte di Melgar (cioè Juan Tomás, ndr) decidete voi in quale castello portarlo, dando ordine all’Alcalde (in quest’attribuzione non sindaco ma giudice della Monarchia, ndr) che lo accompagni personalmente e ve lo lasci, che lo tratti secondo il suo rango e ritorni solo senza le guardie.”

Il Presidente del Consiglio di Stato annota poi per la regina a verbale chiuso:

“Dopo avere scritto quest’ordine, è venuto da me l’Alcalde don Pedro de Salsedo per informarmi che aveva già eseguito le Vostre disposizioni (che tempestività, sic!). L’alcalde, infatti, si era recato presso il carcere con quattro soldati, aveva prelevato i due fratelli e li aveva accompagnati al domicilio dell’Almirante lasciando le guardie a vigilarli. Comandi Sua Maestà, nel caso abbia altro da aggiungere.”

Juan Tomás si arruolerà in quello stesso anno col grado di capitano assieme ad altri rampolli della Madrid bene nella chamberga, un corpo militare molto simile alla Legione Straniera francese, nel quale confluirono delinquenti e gente poco affidabile. Questo corpo di “guardie scelte” fu creato per vigilare sull’incolumità del piccolo re e della regina minacciate dal bastardo don Juan José d’Austria.

La chamberga fu cacciata dai madrilegni dalla città dopo neppure un anno di permanenza per i numerosi abusi ai quali si abbandonarono i soldati.

Juan Tomás fu, allora, destinato al contingente spagnolo di Milano per allontanarlo dalla Capitale e, per un tempo, ricoprì in quella città anche il ruolo di governatore.

Il potere protegge se stesso.

In quell’epoca non c’erano i telefoni e le intercettazioni non erano possibili ma c’erano sempre i documenti che hanno ora raccontato questa storia di pessima giustizia molto simile a qualche altra storia italiana che in questi giorni sta facendo impazzire i giornali nazionali ed esteri.

CREDITI

Archivo Histórico Nacional Madrid, Consejos, legajo 51441

Qui, di seguito, la trascrizione dei documenti.

El Presidente del Consejo                                       23 de febrero 1669

Condesa de Melgar

Dize a V.M. lo que se ofrece en la pretension de la condesa de Melgar sobre que V.M. se sirva conceder licencia al Conde su marido para que pueda volver a su casa

Como parece y dareis la orden necesaria para esto                                           

                                                      SEÑORA

 

En decreto del 18 del corriente se sirve V.M. mandarme decir que la condesa de Melgar ha representado a V.M. que el Conde su marido se halla enfermo, suplicando a V.M. que atendiendo a la falta que le puede hacer la puntualidad de los remedios fuera de su casa, se sirve V.M. permitirle volver a ella, para que consulte lo que se ofreciese sobre esta instancia.

Y aun que el exceso que ha cometido el conde de Melgar es de la gravedad que el consejo ha representado a V.M. y muy digno de toda severa demostración, no siendo la remoción que pide la condesa de la prisión de su marido alivio de la pena que mereciese, sino reparo preciso a su salida y haverme informado que el achaque que padece es de perlesia que necesita mas que otros de remedios promptos, y en atención a acción voluntaria de respecto y obediencia que hizo de haverse presentado en la carcel parece podría servirse V.M. de mandar que al Conde se le removiese la carcelería a casa de el Almirante de Castilla, su padre, con precepto de que no salga de ella sin licencia de V. M. que mandará lo que sea su Real Voluntad. Madrid, febrero 23 de 1669.

El Presidente del Consejo                               3 de junio 1669

Conde de Melgar

Dice a V.M. lo que se ofrece en la prisión del Conde de Melgar y Don Luis Henriquez su hermano

En cuanto a Don Luis Henriquez respeto de ser menino y por lo demas que repusais, se dise al Almirante, su Padre, que le tenga retirado en su casa hasta otra orden mia, y por lo que toca al conte de Melgar, dispondreis, se llebe al castillo que os pareziere y dareis orden al Alcalde que fuere con su persona que dejándole en él con pleito, omenaje y sin guardias se vuelva.  

Haviendo resultado culpados el conde de Melgar y Don Luis Henriquez su hermano en la violenta entrada de la carcel de Corte y extración de la persona de don Lorenzo de Cardenas que se hallava preso en ella por la causa que es notoria a V.M. y procedido la sala de Alcaldes a su prisión y de los demas complices para executarla en la forma que el Consejo dio cuenta a V.M. en consulta de primero de este no han podido ser havidos por haverse ocultados y esta mañana ha estado conmigo el Almirante di Castilla su padre a participarme como haviendo tenido noticia de lo sucedido y de que sus hijos se substrayan de ser presos les havía buscado y determinaba llevarlos él mismo a la carcel y entregarlos en ella presos en cumplimiento de su obligación y de las grandes atenciones con que sirva al mayor servicio y respeto de V.M. y a la autoridad de la justicia y por ser esta acción de tan loable exemplo y tan propia de su sangre. Muy digna de la real Noticia de V.M. me ha parecido no dilatarla para que con ella mande V.M. lo que fuesse servida y respecto de star resuelto por la sala la prisión del conde de Melgar en un castillo, parece se podría ordenar a  un Alcalde. Vaya luego a sacarle de la cárcel y le mene con quatro alguaciles al castillo de Coca y porque Don Luis Henriquez su hermano es menino de V.M. de muy poca edad y que en haver asociado al conde y mas delinquentes no parece puede considerarse la deliverada malicia que se requiere para severa demostración se podría por aora detener en casa del Almirante su padre y entregarle al Mayordomo mayor de V.M. para que le advierta y castigue, sobre todo mandase V.M. lo que fuese servida. Madrid 3 de junio 1669

Despues de escrito esta consulta para reseñarla vino a darme cuenta el Alcalde don Pedro de Salsedo de haver executado el Almirante  lo referido y que haviendo ydo a la carcel y hallado presos en ella al conde de Melgar y a su hermano les sacó y puso presos en casa del Almirante su padre con quatro alguaciles destacados. V.M. mandara lo que sea mas de su Real servicio.  

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