Cultura Scicli

Val di Noto, una sorpresa siciliana

Un pezzo apparso sul Jurnalul National, Romania

Scicli - In questo periodo l’intero continente si prepara per l’inverno o quanto meno per un tardo autunno. In Sicilia trovi ancora l’estate: 25, 26 e perfino 28°. Partiamo, una decina di giornalisti di tutto il mondo sulle tracce del „commissario” di una fortunata serie tv: Montalbano, già programmato in una quindicina di paesi, Romania compresa. I luoghi dove sono state fatte le riprese incuriosiscono, sembrano troppo belli per essere reali. E invece dove si trovano? Nel Sud-Est della Sicilia.

Aeroporto di Catania poi, dopo più di un’ora di pulmino, arriviamo a Scicli, 26 mila abitanti: la mano di un bimbo sembra aver sparso case dappertutto, una sopra l’altra, strette, incollate, legate, affratellate, scorrono lungo le strade, si arrampicano sulle colline, la linea del cielo è spezzata da cupole, torri, croci, un’altra casa, una roccia... no, è una casa... no, invece è una roccia...

Abbassi lo sguardo per difendere gli occhi dal riflesso della luce e ti capitano davanti i balconi, sorprendenti balconi appoggiati su forme fantastiche o, quantomeno, gigantesche. Sirene, animali, maschere terrificanti, le mostruose forme del barocco.

Questa zona, il Val di Noto, è la zona del barocco siciliano del quale fanno parte Scicli, Modica, Ragusa Ibli e Noto. Le località che visitiamo hanno una terribile storia comune legata al grande terremoto del 1693. Sessantamila morti. Città così distrutte che, come nel caso di Scicli e Noto, le vecchie città medievali in cima alle colline sono state ricostruite a valle. A Scicli, la vecchia città giace ancora sotto le proprie rovine su una delle tre coline che circondano la città attuale.

In Italia, di solito, sotto qualsiasi edificio si trovano le fondamenta di quelli che lo hanno preceduto, tracce che vanno indietro nella storia fino ai romani o ancora più in là. Il Val di Noto fa eccezione. Si è ricostruito ex-novo. E visto che il secolo del terremoto era quello dell’architettura barocca, tutta la zona è, appunto, del tardo barocco. Senza interferenze, senza influenze. Forse solo con l’idea così cara al Rinascimento, della città ideale, visto che il rifacimento è iniziato proprio ridisegnando le nuove mappe. La ricostruzione è durata pressappoco cent’anni ed ha avuto come principali attori l’aristocrazia ed il clero. Quindi palazzi e chiese. Una sontuosa dimostrazione di potere e ricchezza, un tacito concorso: „il mio edificio è più grande, più bello quindi io sono il più forte”. Le chiese, lo stesso: „Io, monaco o religiosa vivo in una cella disadorna ma il mio Signore è il più grande e merita la Chiesa più ricca”.

L’interno della chiesa, qualunque essa sia, è un tripudio di marmi dai colori più sorprendenti, di sculture, di luccichii dorati, di infinito splendore, ma anche di immagini scioccanti: una Madonna a cavallo e spada tratta  parte dalla sua nicchia dentro la Chiesa Madre per difendere la cristianità. Nella chiesa di San Giovanni, un’icona con un Cristo vestito da una lunga gonna bianca. Non meno sorprendente trovare strumenti musicali sulle pareti della chiesa dedicata a San Michele.

Per terra, un’inattesa sobrietà: le grandi lastre di calcare dorato si uniscono con la pietra pece creando perfette forme geometriche. Quest’ultima pietra è, in realtà, un calcare bituminoso, impregnato lungo i secoli dalla pece accanto alla quale è nato. Oggi viene utilizzato per fare l’asfalto ma all’epoca decorava palazzi e chiese ma anche le case della gente, visto che si trattava di una pietra comune della zona.

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Nel 1992, otto località della zona barocca, Caltagirone, Catania, Militello, Modica, Noto, Palazzolo, Ragusa e Scicli, sono state dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Più dell’interno degli edifici però, è la magia degli esterni che toglie il respiro. Il sole accecante dà riflessi dorati al calcare dei muri e la sabbia portata dal vento dai deserti africani si incolla sugli edifici e ci aggiunge una polvere rosata.

Le strade sono strette, gli edifici sono alti, raramente si può fotografare una chiesa „per intero”, manca lo spazio, si passeggia sempre a testa in su. In questo modo tutto si piazza sullo sfondo di un  cielo eternamente azzurro. Emozione pura.

Difficile capire come mai, fino all’altro ieri, i conoscitori di questi posti si contassero probabilmente sulle dita delle mani e come, soltanto dopo il successo internazionale della serie tv (le riprese sono iniziate nel 1999) gli abitanti di questi posti abbiano cominciato a capire che non vivevano in una „città vecchia” ma nel cuore di un’opera d’arte.

Le amministrazioni locali, frastornate, sembrano dire „aspettate un momento, non siamo pronti per un tale successo!”.

E come poteva non essere un successo quando, in realtà, Montalbano è semplicemente la piccola pietra che ha cominciato a rotolare da una montagna che esiste per davvero, non come finzione televisiva. Una volta arrivati in questi posti,  Montalbano è solo un dvd su uno scaffale, non si ha più tempo per lui. Scicli, Noto, Ragusa, Modica ti rapiscono, ti portano nel loro mondo, ti fanno girare la testa.

E non si tratta solo dell’arte. Si tratta della gente, così ospitale, così socievole, così generosa da rappresentare forse la sintesi di tutti i popoli passati da queste parti: normanni, greci, romani, arabi... Un posto difficile da immaginare se non lo si vede. Un luogo che assomiglia ad una matrioska: una sorpresa ne nasconde un’altra e un’altra ancora... ancora una... senza fine.

Si tratta anche della gastronomia di una fantasia infinita, con verdure fatte in ogni modo, pesce appena pescato, varietà di formaggi, vino fatto da decine di piccoli produttori in eterna gara tra loro per la qualità, come una volta gareggiavano nella costruzione di palazzi. Si tratta dell’olio d’oliva che profuma di frutti maturi. Dei dolci che cambiano forma, gusto e ricetta da una città all’altra. Si tratta di imprenditori coraggiosi che si sono inventati un lavoro: una grande fattoria di piante aromatiche per la cucina, probabilmente unica in Italia del suo genere. Qualcuno sa, per caso, che esistono 70 tipi di basilico? 1200 (si, milleduecento!) tipi di salvia? Cammini tra piante di salvia più alte di te, dai fiori rossi o viola o gialli... Ti incanta l’odore dell’origano tipico di questi posti. Ti inteneriscono i capperi che sbocciano da muri talmente aridi da non poter credere che qualcosa vi possa nascere.

Le colline e le valli di questa regione sono coperte da carrubi, mandorli, ulivi... Alberi che profumano delle fiabe della nostra infanzia*. 80% della produzione italiana di carrube è qui che si fa. La dolce farina di carrube che si usa perfino per fare il gelato.  Accanto ai mestieri tradizionali però, ancora sorprese: un piccolo museo „della cucina”, un altro dei costumi... La gente è sveglia, si dà da fare, ci prova.

Che altro dire. Il mare pulito dalle spiagge nascoste, i piccoli porti nei quali le barche stanno ordinate, ubbidienti, una accanto all’altra, il clima (Scicli è una delle quattro città più soleggiate d’Italia), la gente che, se ti incontra per la seconda volta ti dice „buongiorno” perchè ti ha già visto...

La mafia? Se c’è, qui non lascia traccia. L’ultimo omicidio, tre anni fa. Uno stupro, quattro anni prima. Il commissario Malandrino in carne ed ossa (in realtà „una commissaria” dall’allure di star del cinema) ci dice però che „sono aumentati i furti anche da queste parti”. Cade ancora un pregiudizio: non tutte le donne vestono di nero e portano il fazzoletto in testa…

Un posto benedetto da Dio e scordato (fino a pochi giorni prima) dagli uomini.

In realtà non sono proprio sicura che il commissario Montalbano abbia proprio fatto un bene agli abitanti del Val di Noto. La bolgia non tarderà ad arrivare.

Chi può, venga a vedere questi luoghi prima delle orde di turisti e finché i prezzi si manterranno a portata di tasca.

Chi però „sapeva” da prima è un essere felice. Elio Vittorini, scrittore siciliano, del secolo scorso, diceva di Scicli:

„E’ la più bella città che abbia visto. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa. E più di Nicosia e più di Enna... forse è la più bella città del mondo”.

* n.t. Nelle fiabe romene questi alberi rappresentano terre lontane ed esotiche.  

© Chiafura dal Convento della Croce

Foto Carlo Giunta. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione. 

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