Cultura Scicli

Fra noi. Un’estate felice, nel 69

Iva Zanicchi cantava

Madrid - Le soffitte servono a custodire i ricordi.

In questi giorni ho rovistato fra vecchie cose: mobili in disuso affastellati sotto un tetto basso di assi di legno, bauli ripieni di vecchie riviste, di quaderni di appunti, di foto sparse. Libri squinternati, pesantemente sottolineati dallo sforzo quotidiano, erano stati confinati in quella terra d’ombra dove nessuno li avrebbe consultati più. Isolati come appestati, allontanati come parenti poveri da una biblioteca fatta di vetrine eleganti con volumi rilegati in pelle colorata e lettere d’oro.

Un sacchetto di carta ruvida, ancora sigillato, attirò la mia attenzione. Lo girai e rigirai fra le mani, sentii che conteneva qualcosa di duro. Una raccomandata restituita al mittente, conclusi. Aprii il plico e scoprii che conteneva un disco, un vecchio “45 giri” e una lettera che non fu letta mai.

Ci eravamo conosciuti all’Università di Catania nel lontano 1969.

Lei compagna attivista, liberata e “puttana”; io confuso e impacciato piccolo borghese.

Sessantottini entrambi per necessità.

Avevamo fatto l’amore nei cessi della mia facoltà, durante l’occupazione, senza neppure conoscerci in una notte politica in cui il sesso era, col pugno chiuso, l’unica vera arma di cui potevamo disporre.

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Scoprimmo che io villeggiavo a Donnalucata e anche lei passava le estati là. Mai vista prima, però. Forse perché io frequentavo la spiaggia di levante, affollata da gente di tutte le estrazioni sociali e lei quella più “in” di ponente.

A dispetto della forte vocazione proletaria, la sua famiglia era, infatti, benestante e agiata.

Cominciò così una storia.

Un’estate lunga e calda vissuta tra le sabbie roventi di una Donnalucata decadente e balzana.

Si ballava le notti nello chalet della Viali, montato su assi di legno sulla spiaggia di Micenci, al suono di un juke-box : tre canzoni cento lire. Complice una luna rossa e ruffiana che a Donnalucata ardeva come in nessun altro posto mai. Odori di fritture e caponate tra pareti di canne che lasciavano intuire carezze audaci, estenuanti coiti della carne.

Mina, Zanicchi, Buongusto erano le voci complici di un bombardamento erotico che utilizzava le parole come linguaggio del corpo.

Adamo, con la struggente malinconia di un romanticismo tutto siciliano, aveva da poco inaugurato il suo night “La Notte” a Marina di Ragusa.

Ad agosto venne lei.

Ogni estate donnalucatese aveva una folgorante novità. Lei, un’altra, fu la folgorante novità di quell’estate.

Era bella, disinibita quanto la “compagna” ma priva di quell’ideologia che la faceva apparire sospetta e pragmatica. Dolce o forse “oca” quanto basti per solleticare l’eros maschile. Ma  femmina come nessuna.

La vidi emergere dai flutti come Venere, in una mattina di caligine bianca, tipica delle afe donnalucatesi.

Aveva piantato l’ombrellone accanto a quello dei miei e subito facemmo amicizia.

Il padre, un ingegnere texano, era il responsabile di una campagna di sondaggi fatta in Sicilia da una compagnia americana in cerca di petrolio.

La presentai alla mia comitiva e lei, la “compagna”, la guardò subito con sospetto e invidia.

Kate, così si chiamava, lasciò tutti a bocca aperta. Aveva studiato italiano in un collegio di Roma per stranieri. Portava dalla Capitale quel fascino particolare che da sempre Roma ha esercitato sugli uomini. Non capiva il dialetto ma apprese in fretta e bene. Vestiva molto elegante e odorava di soldi e di profumi cari.

Si aprirono ben presto le cacce spietate e io, infatuato perso, mi guastai il sonno per la gelosia e l’amore.

Kate amava tutti e nessuno.

Riuscii a strapparle una mezza promessa.

Di nascosto, a fine estate una notte, in vespa la portai a ballare alla “Rotonda”, un locale notturno di Marina di Ragusa, dove pensavo di non dare nell’occhio.

Verso mezzanotte, mentre ballavo avvinghiato al corpo di Kate, una coppia mi urtò nella penombra fra un “lento” e l’altro.

Impallidii e cominciai a sudare freddo. Era lei, la “compagna” col mio migliore amico.

Un tradimento calcolato e contraccambiato con la perfidia di chi vuole ferire.

Ritornai a Donnalucata con la consapevolezza del bambino scoperto a rubare la marmellata.

La “compagna” scomparve quasi immediatamente da Donnalucata e dalla mia vita. Anche il mio migliore amico si dileguò. Kate ritornò con la sua famiglia in America, non appena il padre completò la sua missione.

Rimasi solo, depresso.

Comprai un pomeriggio un disco di Iva Zanicchi, “Fra Noi”, il mio preferito, il celeberrimo pezzo composto da Amadesi e Albula attribuito a Giorgio Gaber, quello che ora avevo nelle mani, il disco che avrebbe meglio di me saputo raccontare le mie ambasce e lo spedii alla “compagna” che lo rifiutò e lo rispedì categoricamente al mittente.

Ho risentito, in questi giorni, su You Tube quell’incisione di tanti anni fa e mi sono commosso.

Oggi quella canzone non ha più il volto della “compagna” e neppure quello di Kate. Per me, vecchio e ormai stanco, ha il volto solo di una magnifica Donnalucata, triste e desolata ma sempre magica e bella, sopravvissuta ai deliri del cuore per una crudele lucidità della mente.     

   

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