Cultura Ragusa

Il paesaggio degli iblei attraverso le foto di Giuseppe Leone

La pietra vissuta

Ragusa - Nel dicembre di trentacinque anni fa nasceva la passione “popolare” per il paesaggio degli Iblei.

In quel mese del 1978, infatti, la Sellerio Editore di Palermo (all’epoca non ancora la celebre casa editrice di Elvira) consegnò ai librai “La pietra vissuta”, libro di testi e foto. Un sottotitolo, già nella copertina classicamente blu coi caratteri bianchi, dovrebbe giustificare il nostro iniziale assunto: “il paesaggio degli Iblei”. Autore il professore Mario Giorgianni, fotografie di Giuseppe Leone, con un saggio di Rosario Assunto.

Quel libro, è la mia opinione, ha fatto scattare qualcosa, un quid che ha innescato tutto quanto oggi possiamo rubricare come “passione”, “studi”, interesse latu sensu verso questa parte dell’Isola. “La pietra vissuta”, scritto benissimo e benissimo illustrato, è infatti un volume di pregio che ha permesso, inizialmente ad una ristretta elite intellettuale, di conoscere una parte della Sicilia che da secoli giaceva sonnolenta e contenta di se stessa, anche tra i borbottii e le solite vicendevoli accuse di voler restare isolati, di non fare nulla per diventare cittadini del mondo e non del solo altopiano, all’ombra, appunto, dei Monti Iblei.

Il libro si apre col saggio di Rosario Assunto (a gennaio saranno venti anni dalla sua morte a Roma) dal significativo titolo “Iniziazione a un’altra Sicilia”, che perpetua quell’idea di una provincia di Ragusa “diversa” dal resto dell’Isola. Il filosofo nisseno, da tutti considerato un “filosofo delle forme”, che nel saggio esalta la fotografia come mezzo di studio del paesaggio. E la fotografia di Peppino Leone in particolare. L’artista ragusano della Leica aveva già pubblicato sue opere, anche in importanti mostre. Ma è opinione diffusa che quel libro di Giorgianni stampato da Elvira Sellerio pone Leone all’attenzione nazionale, e mostra agli stessi ragusani scorci in bianconero che a molti appaiono come assolute novità, anche se ritraggono masserie, fiurede, strade, chiese e paesaggi da sempre sotto gli occhi di tutti. Fu quindi la felice combinazione delle foto di Leone e dei testi di Giorgianni, perfettamente miscelati in “La pietra vissuta”, ad avviare un discorso dapprima solo intellettuale e poi più diffusamente popolare (discorso nel quale si inseriranno via via anche altre figure di spessore, e basterebbe citare Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Pierluigi Cervellati e Piero Guccione) sulla impareggiabile terra iblea.

Oggi, e per fortuna, il dibattito è diventato possedimento di tutti, o comunque di molti, ed ha permesso di sensibilizzare i molti in merito alla tutela ambientale e dei beni culturali. Se poi tale dibattito – oggi diffuso anche sulla stampa quotidiana, cartacea e ondine – abbia portato ad effettivi e positivi risultati sarebbe da verificare con appositi strumenti scientifici. Ma è fuor di dubbio che la legge speciale del 1981, i primi timidi approcci imprenditoriali nel mare magnum dell’industria turistica, i ristoranti di Ibla e i tour di Scicli e forse anche il cioccolato modicano hanno tutti un antesignano nobilissimo: “La pietra vissuta”, di Mario Giorgianni, architetto e professore palermitano, innamoratissimo della terra iblea, che ci ha lasciati nell’ottobre del 2011.

Sia chiaro: continuano a crollare i tetti e poi le mura di antiche masserie, e si continua a costruire squallide villette su fertilissimi terreni agricoli, che per secoli furono agricoli. Ma il merito di questo libro che compie trentacinque anni (e sono tanti nell’ambiente editoriale, tanti da giustificare una aggiornata riedizione della Sellerio) è certamente quello di avere creato la scintilla, anche se poi altri hanno messo legna al fuoco.