Giudiziaria Vittoria

Omicidio Incardona, 18 anni di carcere per l’84enne Arangio Mazza

I fatti risalgono all’82
Vittoria - Gli uomini della Squadra Mobile della Polizia di Stato di Ragusa, hanno eseguito l’ordine di carcerazione emesso dalla Procura Generale della Repubblica di Catania, a carico di Giombattista Arangio Mazza, vittoriese di 84 anni in quanto deve ancora espiare 18 anni di reclusione quale mandante dell’omicidio Incardona del 1992.

Pochi giorni addietro la Squadra Mobile di Ragusa veniva incaricata di dar seguito all’ordine di carcerazione, in esecuzione alla sentenza della Corte Assise Appello di Catania a carico di Giombattista e e Giovanni Arangio Mazza in quanto ritenuti anche in appello mandanti dell’omicidio di Giovanni Incardona. Il padre è stato trovato presso la sua abitazione mentre il figlio, nonostante la famiglia comunicava agli agenti che lo cercavano che stava per costituirsi, attualmente è ancora latitante, ma verrà rintracciato.
I fatti risalgono al lontano 1992 quando la Polizia di Stato con diverse Volanti, interveniva nelle prime ore della mattina di un lunedì, in Via Parma dove erano stati uditi dei colpi d’arma da fuoco. Sul posto in pochi attimi, le Volanti prestavano i primi soccorsi ad Incardona Giovanni che si trovava all’interno della sua auto agonizzante per le numerose ferite al volto dovute a dei colpi di fucile calibro 12 così come appurato dalla Polizia Scientifica. L’uomo moriva in ambulanza durante il trasporto in ospedale e da li partivano immediatamente le indagini. In pochi minuti veniva rinvenuta l’auto utilizzata dai killer data alle fiamme ed il mistero si faceva sempre più fitto considerato che Incardona seppur non facesse una vita del tutto regolare non era inserito in ambienti criminali.
I sospetti degli investigatori della Polizia di Stato ricadevano subito sugli Arangio Mazza in quanto il legame di parentela acquisito a causa del matrimonio contratto dalla figlia con Incardona, aveva fatto nascere dissapori sin dal primo istante, dissapori che il padre non accettava e che addirittura appuntava in un diario con una meticolosità fuori dalla norma, proprio per non dimenticare i torti subiti.
Tra le cose da non perdonare al genero vi erano sia le percosse nei confronti della figlia che quelle ancora più gravi nei confronti del nipote che, a suo dire, aveva subito gravi danni psicologici. Inoltre Incardona una volta entrato a far parte della famiglia pretendeva di ricevere in donazione la casa a loro data in uso da Arancio Mazza e per di più pretendeva delle somme di denaro come pagamento di alcuni lavori.
L’attività d’indagine iniziale non permetteva di raccogliere elementi di prova tali da consentire la cattura immediata degli Arangio Mazza, motivo per cui dopo qualche tempo veniva sospesa.
La svolta nelle indagini si registra dodici anni dopo, nel 2005, grazie a due collaboratori di giustizia, uno dei quali si era autoaccusato dell’omicidio Incardona. L’esecutore materiale dell’omicidio riferiva che aveva acquistato un’auto dagli Arangio Mazza e siccome non riusciva a pagare le rate, i due gli offrono la possibilità di estinguere parte del debito per “gambizzare” il marito della loro congiunta; successivamente considerati i continui problemi, nelle more dell’esecuzione “dell’avviso”, gli Arancio Mazza si determinato per commissionare l’omicidio ed estinguere l’intero debito per l’auto che ammontava a 10 milioni di vecchie lire. Nel 2006 per i fatti sopra esposti viene eseguita l’ordinanza di custodia cautelare in carcere degli Arancio Mazza e di Luigi Favitta responsabili, i primi due come mandanti e Favitta quale esecutore materiale dell’omicidio unitamente al collaboratore ed al di lui figlio.
Nelle more del ricorso per Cassazione avverso il provvedimento emesso dalla Corte d’Assise d’Appello di Catania, gli Arancio Mazza tornavano liberi fino a quanto la Polizia di Stato non catturava il padre Giombattista.
In corso serrate indagini per catturare Arangio Mazza Giovanni altro mandante dell’omicidio Incardona, allo stato attuale latitante, considerato che si è allontanato da Vittoria prima della sentenza definitiva.
La Polizia di Stato non sottrarrà alcuna risorsa al fine di raggiungere il latitante, riconosciuto come mandante dell’omicidio del cognato e per il quale deve scontare ancora 15 anni di reclusione, sempre che non decida spontaneamente di costituirsi considerato che è bene a conoscenza di quanto accaduto al padre e dell’esito della sentenza a suo carico.
Nonostante siano passati ben 22 anni dall’omicidio e 8 dalla confessione dell’esecutore materiale, gli investigatori non demordono al fine di assicurare alla giustizia chi si è reso responsabile del peggior crimine, l’omicidio.

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