Lettere in redazione Firenze

Firenze: bomba meteo sulla città

Il racconto di uno che c'era

Firenze - Ho il privilegio di lavorare a cento passi da casa. Come dicono da queste parti: “uscio e bottega”.
Tornavo a pranzo e delle gocce di pioggia si stampavano a terra, della dimensione di piattini da caffè. Dopo, all’improvviso, un vento dal corpo pieno di ghiaccio ha annebbiato tutto.
Era denso.
Le folate erano strisce furiose e maligne.

Mi sono riparato nell’imbotte di uno di quei portoni antichi.
Però pensando al cane Attila a casa da solo nella sua agitazione perché mal sopporta i temporali, mi sono avventurato a proseguire tra rami, tegole, vetri che volavano.
Passato l’unico angolo, quello di palazzo Pandolfini, arrivare a casa è proprio pochi metri.
Firenze: dieci minuti di cataclisma e di panico.

Non si era ancora acquietato il vento e la grandine, in una città che appariva deserta, le sirene delle forze dell’ordine e gli elicotteri monitoravano i danni e da subito il Centro è stato impacchettato dai nastri rosso-bianco per preservare i cittadini.

Palazzi scoperchiati, vegetazione sradicata. Tegole marsigliesi frantumate sui marciapiedi e sulle automobili in sosta. Gli alberi secolari dell’Orto Botanico dell’università con i maestosi rami troncati come braccia amputate, altri crollati sugli edifici. Per le strade intorno vegetazione dove non s’era mai vista: rami ovunque portati dal vento.

Dopo due ore, la macchina del ripristino era già in azione. Cantieri con ponteggi danneggiati, sono stati smontati di fretta e stamani ricostruiti. Nella notte sono state liberate strade dal personale del Quadrifoglio (raccolta rifiuti); i vigili del fuoco hanno dovuto risolvere casi difficili da subito. Il tecnici dell’università sono già a lavoro e ne avranno anche per domani domenica, perché le sedi universitarie lunedì (inizio semestre delle lezioni) devono essere efficienti e in ordine.

Stamani presto, nei grandi isolati del Centro che custodiscono i giardini storici, era tutto un ronzio di motoseghe per eliminare alberi divelti. Fuori furgoni per il trasporto e lo smaltimento.

Non è stato perso un solo minuto nell’aspettare assistenza. La cooperazione di queste zone è nota a tutti, hanno insegnato al mondo come si agisce in caso di necessità e calamità già quel 4 novembre del 1966, in occasione dell’alluvione. Qui non si piangono addosso e non chiedono che poco.
Lunedì sarà un giorno come un altro, di una nuova settimana di lavoro.

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Palazzo Pandolfini, disegnato nel 1500 da Raffaello Sanzio, con un giardino ammirato dall’umanità intera, ha subito l’ingiuria dell’uragano. I suoi alberi secolari hanno ceduto alla furia del vento. Si sono adagiati sulla facciata dell’edificio prospiciente.
Passavo si corsa sul marciapiedi testa dallo sguardo basso per ripararmi e non mi sono accorto di un pezzo di storia nella vita di quegli alberi spiccava il volo sulla strada, morendo per sempre.

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