Cultura Scicli

Marco Goldin, un grande e rimpianto assente in terra iblea

Uno sciclitano mancato

Scicli - Magari per il grande pubblico resta un nome quasi sconosciuto, eppure è uno dei più famosi galleristi d’Italia. Definirlo un imprenditore dell’arte, non sarebbe poi tanto sbagliato. Eppure, Marco Goldin è anche e soprattutto uno storico dell’arte. Oggi ha 55 anni, è trevigiano di origine e ha portato l’arte non solo in Italia, ma in tutto il mondo. In una recente intervista rilasciata al giornale “Il secolo XIX”, viene asserito che Goldin ha avuto più di 10 milioni di visitatori in vent’anni e viene definito “un trascinatore di folle”. A partire dal 29 ottobre una mostra dal titolo “Storie dell’impressionismo” sarà visibile presso il museo di Santa Caterina, a Treviso. Una personalità importante che, ovunque sia passato, ha lasciato il segno. Anche a Scicli. Si, perché Goldin è un estimatore e un amico degli artisti che fanno parte del Gruppo di Scicli. Ed è lui stesso a dircelo, in un bellissimo saggio dal titolo “Il sole e il tempo”. Si tratta di un racconto di viaggio in cui vengono descritte le sensazioni che Goldin ha avuto incontrando gli artisti e cercando di conoscere la loro terra, la loro dimensione e il loro modo di vivere. Un tuffo nel mondo di chi vive d’arte e ama l’arte, come si può leggere in questo passo: “L’indomani mattina ci alzammo presto per scendere verso il mare, come Piero e Sonia facevano da tanto, incontrandosi sulla spiaggia con Franco e Piera. Mi aveva colpito subito questa consuetudine, ed era come darsi il buon giorno, augurarsi una buona giornata di lavoro dopo essersi trovati lì, sulla riva del mare. Da allora, fino adesso, ho partecipato spesso a queste passeggiate sulla sabbia della baia di Sampieri, mentre il Pisciotto, la vecchia fornace abbandonata, a ogni mia visita perdeva qualche pezzo, dal frontone alla grande ciminiera squassata dal vento”.

In quest’altro passo, invece, Goldin è incuriosito dal paesaggio che ha ispirato i quadri di Guccione, che lui affettuosamente chiama semplicemente “Piero”: “La strada da Quartarella a Sampieri si fece in mezzo alla campagna, una svolta dietro l’altra. Avevo già imparato a distinguerle bene nel mese di giugno, quando guidavo velocemente la vecchia Panda bianca di Sonia, che non aveva ancora trovato nessuno che inserisse anche la quarta marcia: Sonia infatti pensava che le marce fossero solamente tre. Delimitata dai muretti a secco, la strada correva in mezzo ai carrubi ed ero sinceramente emozionato di stare proprio nei luoghi dove nasceva la pittura di Piero. Anzi, di vedere ciò che lui aveva dipinto dal momento del suo ritorno in Sicilia, quando il suo sguardo si era nuovamente posato sulla natura dell’infanzia. Le gazze si riparavano all’ombra dei carrubi, i campi di grano bruciati tenevano ancora una lieve ombra del giallo pieno. Avevo in mente tutti i pastelli che in quel decennio Piero aveva realizzato, e come per un miracolo mi trovavo al centro del suo stesso evento, al centro di questa terra, la provincia iblea, che capivo avrei amato come fosse stata mia da sempre. Giravo lo sguardo ovunque, provando a indovinare quello che avrei potuto vedere cambiando la mia prospettiva. Dentro di me facevo la somma di tutte le cose che ancora non avevo visto, e che invece ricordavo nei suoi quadri. Sopra a ogni altra, mancava adesso il mare.
Il mare è un immenso lago prima bianco e poi azzurro che si svela d’improvviso, dopo una curva che piega larga verso sinistra, arrivando a Sampieri da Scicli. Con Quartarella formano i tre capi di un triangolo per me dell’amore, i luoghi che muovono e agitano la pittura di tanti amici che adesso stanno tutti compresi in questo libro, in questa mostra. Il mare si vede come un’apparizione attesa da lungo, che a ogni tratto di strada pensi che avvenga, e quando avviene non l’aspettavi ormai più”.

Ma Goldin, da ottimo conoscitore della sua terra d’origine, sa che la scelta di portare il Gruppo fuori dai confini iblei ha avuto un peso non indifferente, soprattutto per quanto concerne le critiche che gli furono rivolte in terra natia: “Ed effettivamente non ci avevo mai riflettuto bene, ma senza questa passione per la Sicilia, molte cose non sarebbero così come oggi sono. E mi viene quasi il sospetto, dopo aver organizzato molte esposizioni monografiche agli artisti iblei fra Treviso e Conegliano — essendomi preso violente accuse di immettere “foresti” nel tessuto puro del nord-est, perfino di togliere spazio ai pittori “nostrani” che per la mia cattiveria non potevano accedere al palcoscenico, divenuto importante, di Palazzo Sarcinelli o Casa dei Carraresi -, che questa mostra riepilogativa avrei dovuto farla prima. Per amore dell’amore e della testimonianza vera. Ma così facendo avrei perduta l’occasione di accogliervi alcuni giovani artisti che invece oggi sono felice che Piero e Franco abbiano accolto nel loro recinto dello spirito. Penso a Zuccaro, a Puglisi, a Colombo, a Bracchitta, o anche a Roccasalva pur non essendo qui rappresentato da opere. Ma poi ogni cosa ha un suo tempo, e non viene né prima né poi, ma sempre nel punto esatto del tempo in cui da sola, senza il nostro apparentemente decisivo aiuto, è andata a collocarsi”.

E la consapevolezza che questo lembo di terra, se non fosse mai stato riprodotto su tela, forse non sarebbe esistito: “Questo spazio è diventato non più paesaggio ma luogo. Preesisteva a questi pittori ed esisterà dopo di loro, ma non è esistito in questi anni se non per la loro presenza, per l’amore di cui l’hanno colmato e che ha generato la loro pittura. Niente sarebbe potuto esistere senza gli uni e senza l’altro”. Ma è anche un saggio in cui viene raccontato il mondo quasi frugale di questi artisti.

E Goldin, con rara capacità narrativa, ce lo racconta con questo tableaux: “Il nome che ricordo meglio, di quei primi anni, è il Trippatore, che sta poco sotto la casa di Franco, sulla discesa che va a Sampieri, e poi si deve svoltare a sinistra e inerpicarsi un po’. Ho in mente una cena tutti insieme, Paolo Nifosì e io con la grande passione per la Coca-Cola. C’erano i Guccione, i Sarnari, i Nifosì, i Causarano, i Polizzi, forse qualcun altro, ma non credo. Era settembre. Settembre anche quando mangiammo le fave e i ceci, che portammo a casa dentro un grande recipiente di terracotta”.
Perché Marco Goldin non è più presente in terra Iblea? La sua presenza sarebbe non solo un onore ma anche un’opportunità. Un peccato, la perdita di qualcuno che ama e conosce così a fondo lo spirito di una città, di un gruppo di persone che fanno già parte della storia dell’arte.