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E la mamma mi apostrofò: Sei una picata!

I racconti dell'antropologo Paolo Uccello
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Ragusa – Medicina popolare e omeopatica, erbe officinali e, soprattutto, magia: senza rituale o formule magiche, il rito non poteva avere luogo. E’ l’antropologo Paolo Uccello a raccontare alcuni aneddoti e alcuni rituali magici che venivano effettuati durante l’utilizzo di alcune erbe officinali, ancora oggi largamente conosciute e apprezzate in erboristeria per curare piccoli problemi. L’elicriso, in dialetto chiamato “picata”, o “buttuni do suli”, ad esempio, è rimasto anche nell’immaginario collettivo del siracusano e si usa dire ad una persona a cui cadono le cose; “Si na picata”.

Questa erba officinale, veniva preparata usando del grasso di maiale ed usata contro la caduta dei capelli e contro tutte le malattie legate al sole (eritemi, scottature). Anche l’agnocasto, un alberello che cresce soprattutto in zone umide, è una pianta officinale nota sin dai tempi dei romani. Pare che le vestali la usassero come anafrodisiaco. Era, infatti, la pianta della castità perché usata dalle donne per attenuare i dolori mestruali. In dialetto era chiamato “ulaimu” o “pepe dei monaci”, perché pare che i monaci la mangiassero come anafrodisiaco. Era usata come anti-tarme naturale se messa fra i vestiti. E che l’agnocasto fosse una pianta legata in qualche modo alla sessualità, lo dimostra anche il fatto che sotto vi cresce la scabiosa maritima (in dialetto Filamuri).

Avendo un gambo molto lungo, veniva utilizzato dalle ragazze in età da marito come anello per dare un segnale al pretendente. Altra pianta a cui è legata una lunga tradizione popolare è sicuramente il verbasco. Veniva fumato durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, utilizzato contro il malocchio e il raffreddore. Contro il malocchio, veniva recitata questa formula: “Cumpari tassu, passu e vi lassu attassu”. Contro il raffreddore, invece, il rituale prevedeva questo ritornello: “Cumpari tassu, stu friddu ca vi lassu”. Per i malati, invece, la formula era la seguente: “Vi salutu pani e tassu, lu cauru e lu friddu ca vi lassu, lu malannu si ni va via, la saluti torna arreri”. Si dice, inoltre, che dal gambo del verbasco, secondo la tradizione ebraica, sia nato il candelabro a sei braccia. Altra pianta interessante è la cosiddetta rosa del parto, originaria del Maghreb. S’immergeva durante un parto in una bacinella e man mano che si apriva la donna partoriva. Inoltre, si recitava questa formula: “Erano spine e divintaru sciuri. Erano duluri e addivintaru amuri”.

Altra formula, invece, era usata con i bambini prima che venissero battezzati: si credeva, infatti, che fossero “turchi” prima del battesimo e allora si recitava “Nesci cosa fitenti, tu ordina Diu onnipotenti, tu ordina la trinità, nesci fora e vieni ca”. Una delle medicine antiche più famose, descritta anche da Camilleri, è la Teriaca (o Triaca), fatta con carne di vipera, miele e 40 tipi di erbe diverse. Doveva stare in infusione dai 3 ai 12 anni e pare fosse un ottimo rimedio contro le infezioni. Ma la medicina sopravvissuta anche ai giorni nostri è sicuramente l’olio di Iperico, una sorta di panacea contro tutti i mali e un antirughe naturale. Il nome stesso, Iperico, vuol dire “colei che sta sopra le altre”.

Le donne, durante la notte di San Giovanni, mettevano quest’erba dietro l’orecchio e poi buttavano la piantina sopra le case, per proteggerle dal male. Uno sguardo, infine, ai filtri d’amore, famosi per essere stati cantati anche da Rosa Balistreri. Un filtro, secondo la tradizione magica, doveva essere fatto con un pelo di barba di monaco, un pizzico di ossa di morti macinate, tre gocce di sangue mestruale della donna che doveva far innamorare l’uomo, semi di viola e le parole magiche: “Ti rugno u sancu ri li me vini, tu m’amari finu alla fini, ti rugno u sancu ri li me ossa, tu m’amari fino alla fossa, ti rugno u sancu ri lu me funnu, tu m’amari finu a fini do munnu”.