Cultura Venezia

Venezia e il vecchio pittore

Mi stregavano i tramonti, amavo perdermi per le sue calli

Venezia - Conobbi Antonio, un celebre pittore spagnolo, in una cerimonia ufficiale della Real Accademia di San Fernando di Madrid.
L’Accademia, che da cinquant’anni lo annoverava tra i suoi membri, per il novantesimo compleanno lo aveva voluto omaggiare dedicandogli nel suo museo un’interessante retrospettiva.
Era un uomo arzillo e giovanile, Antonio, nonostante la sua venerabile età. Lucidissimo, piacevole affabulatore.
La sua vita era fatta di moltissimi aneddoti, di viaggi compiuti dalla Russia al Giappone, dagli U.S.A. alla Cina, dall’Australia all’America del Sud.
Appena seppe che ero siciliano, mi manifestò subito una simpatia e una cordialità inaspettate, m’invitò a visitare il suo atelier nella casa di proprietà ubicata nel cuore più antico e bello di Madrid.
Lo chiamai un giorno per telefono e concordai la data esatta e l’ora della visita.
Mi accolse con uno splendido sorriso e m’introdusse in uno sconfinato salone ingombro di tele e di attrezzi.
-La Sicilia! – Esclamò con nostalgia.
-Conoscerla è stato per me come scoprire una seconda patria. – Spiegò. – Ero un giovanissimo studente. La Real Accademia di San Fernando mi aveva assegnato una borsa di studio che mi consentì di vivere per un tempo a Roma e di studiare da vicino i grandi maestri della pittura. Fu in quel tempo che percorsi l’Italia in lungo e in largo, fino ad arrivare alla tua incredibile isola. Più tardi ebbi un incarico come professore in un’università spagnola. Il Museo del Prado, infine, mi spalancò le sue porte e mi offrì la direzione della Sezione restauri. In quel periodo viaggiai molto per il mondo. Ero già un professore conosciuto e un pittore affermato. Come ben sai, -si rivolgeva con molta affabilità a me- il Prado agl’inizi del Novecento era conosciuto come il Museo di Tiziano. L’importante presenza di opere della scuola veneta e specialmente di Tiziano nelle Collezioni Reali fu determinante. Questi quadri costituirono, infatti, il primo grande nucleo di quella splendida pinacoteca unica al mondo. Per studiare più da vicino i Veneti, abbandonai gli incarichi madrileni e decisi di trasferirmi per un tempo a Venezia.
Un’Accademia veneziana mi aveva fatto una buona offerta e accettai.-
-Bello!- Esclamai, interrompendo senza volerlo il suo racconto.
-Sì. – Confermò lui. Continuò a raccontare. – Andai ad abitare un appartamento in uno dei palazzi storici dalle parti di San Marco. L’accademia aveva provveduto alla mia sistemazione proprio nel cuore più affascinante e intrigante della vecchia città. Mi stregavano i tramonti, amavo perdermi per le sue calli, alla scoperta di angoli pittoreschi che avrebbero sicuramente ispirato la mia tormentata pittura. Eh sì! La mia tavolozza, a quel tempo, era fatta di colori non ancora sfumati ma densi, accesi come il fuoco che ardeva nelle mie giovani vene. Avevo da poco compiuto quarant’anni. Convivevo da dieci a Madrid con una collega che mi aveva dato una figlia. Mensilmente, per i bisogni suoi e della bambina, le mandavo un assegno che prelevavo con una certa fatica dal mio non altissimo appannaggio mensile. Venezia aveva il potere d’ipnotizzare la mia coscienza. A volte mi sorprendevo a pensare cose strane che non avrei mai osato pensare in Spagna. Fra i suoi canali decadenti m’inventavo vite segrete, spesso popolate da volti anonimi, persone incontrate per caso magari solo la mattina. Mi meravigliavo.–
- Tutti più o meno abbiamo nutrito fantasie segrete. Trovo ciò molto naturale e coerente. – Ammisi per consolarlo, minimizzando il suo intimo disagio che lo spingeva inspiegabilmente a raccontare.
-Avevo avuto tante allieve. –Riprese. – Una in particolare, quella, era diversa da tutte le altre. I suoi occhi tradivano un candore che non era pudicizia ma consapevolezza della sua fragile e acerba pubertà. Mi fissava per lunghi momenti negli occhi costringendomi ad abbassarli, mentre la voce si trasformava in sussurro che accarezzava la mia anima inquieta. Forse si era innamorata di me. Ero ancora tutto sommato un bell’uomo. Un ostinato accento spagnolo faceva più grazioso il mio italiano e la facilità con la quale correggevo i lavori dei miei allievi mi rendeva magico e sorprendente ai loro occhi. Un giorno la sorpresi in classe mentre abbozzava in una pagina del suo taccuino un mio ritratto. Guardavo, non visto, da dietro le sue spalle. Tratteggiava con cura il mio volto. Era così presa dal desiderio di ritrarmi che non si era accorta della mia silenziosa presenza. Quando ebbe finito, con le dita sfumai alcune parti del disegno. Lei si voltò di scatto verso di me, sentendosi scoperta, e nei suoi occhi lessi rabbia e vergogna insieme. –
- Non vedo nulla di male in tutto questo. – Dissi.
- Infatti. – Proseguì il vecchio pittore. – La invitai, per questo, a casa a posare per me. Un invito insperato che accolse con gioia.-
-E venne poi? – Domandai molto intrigato dal racconto.
- Sì, certo!- Continuò Antonio. –Si denudò lentamente davanti a me con molta disinvoltura e rimase immobile per ore fissando ipnoticamente le mie dita. Eravamo agl’inizi di novembre, un giorno caldo e luminoso, ricordo. Avevo spalancato la finestra dello studio. Una tiepida luce d’oro colorava di sfumature ambrate la calda sensualità delle sue forme, i capelli. Non aveva diciotto anni. In quel gioco casto, mi sentii pervadere da una sensazione strana che m’ispirava. Dipingevo come sotto l’effetto di una droga. Quando finii la sessione, lei si rivestì, mi salutò e scomparve dietro la porta di quell’appartamento che già odorava del profumo della sua carne e risplendeva della luce enigmatica dei suoi occhi.-
-T’innamorasti di lei, dunque? – Chiesi con poca discrezione.
-Non lo so. – Sorrise. – Di sicuro m’innamorai del suo ritratto. Posò per molte sessioni ancora. Fino a quando terminai l’opera. Lei finalmente la guardò con quegli occhi malinconici, di adolescente, che avevano catturato la mia fantasia e andò via senza dirmi una parola. Scomparve letteralmente dalla mia vita così come prima vi era apparsa. Non frequentò più le lezioni in Accademia. Nulla seppi che potesse ricondurmi a lei.-
Lo guardai con pena. Antonio si alzò dal divano, mi fece segnale con la mano di seguirlo. M’introdusse in un salone più piccolo nel quale si potevano ammirare molte delle sue opere più belle.
M’indicò con un gesto sconsolato un dipinto nel quale un’adolescente sedeva di spalle quasi celando il volto, mentre una treccia scomposta scompariva dietro il collo per ricoprire un immaginabile seno.
Guardai con molta curiosità prima lo splendido dipinto e poi il mio interlocutore.
-Ecco! – Commentò amaramente Antonio. – Da cinquant’anni mi fa compagnia. Mi ricorda quelle ore incantate che solo una città magica come Venezia può offrire. Lei, la giovane sconosciuta, è diventata nei miei segreti pensieri il simbolo della città stessa. Bella e struggente, misteriosa e cara.-
- È finita, dunque, così? – Domandai con disappunto.
-Caro Amico –concluse il vecchio pittore –solo ora, a questa venerabile età, riesco a capire me stesso. L’Arte e la bellezza sono entrambe sfuggenti perché non appartengono agli uomini, ma fanno parte di un’idea universale che i nostri filosofi chiamano col nome di Dio. E l’arte è il mezzo attraverso il quale questa bellezza si manifesta, s’incarna, vive in un mondo in cui la perfezione non è sempre la regola. –
Antonio socchiuse gli occhi quasi a voler intuire attraverso la contemplazione del suo quadro l’idea stessa di quel Dio che aveva appena enunciato.
- Sei ritornato a Venezia altre volte? – Chiesi a bassa voce come a volerlo svegliare da uno stato di trance, tentando un esorcismo dei ricordi.
-No. – Rispose, scuotendo il capo. – Mosè salì solo una volta sul Sinai. Perché quando fai l’esperienza di Dio, è così forte da non poterla più ripetere senza morire.-
Lo salutai. Antonio non visse molto tempo ancora. Morì dopo qualche mese dal nostro incontro.
Nel suo testamento, aveva lasciato il quadro al museo dell’Accademia veneziana che lo aveva ospitato in gioventù.
Un giorno, mi trovavo a Venezia, andai ad ammirare il suo capolavoro nella nuova e definitiva sede.
Uscii quasi fuggendo dal museo, senza riuscire a camuffare il mio disagio. Il sole era basso sull’orizzonte.
“Che cos’è la bellezza?” chiesi quasi gridando verso un cielo lontano.
Venezia era lì, intorno a me, senza una vera risposta. M’intrappolava nella sua decadenza. Muta come il dio anonimo inseguito da Antonio. Enigmatica come lo sguardo impubere della misteriosa fanciulla nel quale, per un sortilegio inspiegabile, si era un giorno incarnata in un tramonto d’autunno.

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