Cultura Scicli

Riparare a una ferita

Scicli come Venezia

Scicli - Il confronto di idee apertosi a Scicli circa la possibilità e le modalità di intervenire sulla facciata della Lipparini-Miccichè ricorda, per certi versi, quello avutosi a Venezia sulla ricostruzione della Fenice dopo l’incendio del 1996. Le situazioni sono molto diverse: a Venezia si trattava di ricostruire un manufatto quasi completamente distrutto, a Scicli si tratta di intervenire su un edificio che, a quanto pare, tutti concordano nel voler modificare ritenendolo incongruo.

In effetti, sempre (e mai mi è capitato di sentire giudizi diversi) il visitatore che approda a Scicli rimane subito negativamente colpito dalla stridente dissonanza di quella facciata con l’architettura che la circonda. Sembra quindi da tutti condiviso che si debba fare qualcosa per rimediare a quella «contestata facciata, figlia di un malinteso modernismo che negli anni 60 del Novecento portò alla demolizione del convento dei Gesuiti». Non so di chi siano queste parole riportate dal Giornale di Scicli, ma certo sono illuminanti. L’errore fu infatti non tanto quello di costruire una brutta facciata (ché di per sé, costruita altrove non sarebbe per niente brutta, tant’è che la Soprintendenza la notificò come opera architettonica di pregio), quanto quello di aver demolito il vecchio convento, apportando un vulnus inaccettabile all’integrità, alla forma, all’insieme della piazza.
La proposta del professor Paolo Nifosì di ricostruire quanto demolito appare l’unica via percorribile per ridare dignità ed equilibrio all’insieme architettonico di piazza Italia, mentre non si vede perché la sostituzione della esistente facciata anni ’60 con una nuova, riprogettata oggi, possa risolvere il problema.

Gli slanci generosi quanto ingenui di chi (dichiarandosi inorridito da ogni forma di recupero storico, in nome della creatività dell’Architettura) difende tout-court, senza mediazione, i valori della purezza architettonica, si richiama a princìpi libreschi e teorici, buoni per le tesi di laurea, che solo con molta cautela e giudizio possono essere applicati alla realtà viva delle nostre città. Un conto è parlare (e scimmiottare) di metropoli in cui i diversi linguaggi architettonici da secoli si sovrappongono e che soprattutto in questi ultimi due secoli hanno rinunciato alle loro identità specifiche; un conto è riferirsi a centri urbani il cui tessuto è tuttora significativamente omogeneo, peculiare, specifico. Come è il caso di Scicli e, per esempio, di Venezia. Nella città lagunare gli inserimenti di nuove architetture hanno sempre dato esiti insoddisfacenti. Sempre le architetture cosiddette moderne (quelle che utilizzano il cemento armato, quelle novecentesche fino a quelle di oggi, soprattutto quelle architettonicamente più originali) si sono rivelate inadeguate, stridenti: il Bauer. Il Danielino, la Cassa di Risparmio.

Persino la bella palazzina di Gardella non convince tutti e comunque la vediamo ai bordi della città, inserita in una linea di edifici già alterata, non a piazza san Marco. La Lipparini-Micciché purtroppo è collocata in uno dei luoghi più significativi di Scicli, proprio lì dove più dovrebbe mostrarsi la cifra barocca della città, sotto San Matteo e la Croce.
Non si tratta di ricostruire falsi storici, non assolutamente: ma di riparare uno squarcio, come si fa con un dipinto sfregiato. Infine, per quanto riguarda gli aspetti amministrativi e di immagine, mi domando con che faccia e con che spirito di responsabilità il Comune di Scicli potrebbe passar sopra e ignorare due concorsi da lui banditi con tanta enfasi e autorevolezza proprio su questo tema, l’ultimo dei quali concluso solo pochi anni fa.

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