Giudiziaria Reggio Calabria

Processo omicidio Fava e Garofalo. Chi informava il Monaco?

Processo per la strage dei carabinieri del 1994

Reggio Calabria - In questi giorni si è celebrata la commemorazione della morte dei due carabinieri uccisi a Scilla nle 1994 in un agguato mafioso, Antonino Fava e Giuseppe Garofalo. Nel frattempo, a Reggio Calabria continua il processo ai presunti mandanti della strage. Al vaglio degli inquirenti, non solo la posizione di Giuseppe Calbrò, il killer riconosciuto come l'esecutore materiale dell'omicidio dei due carabinieri. In queste ultime udienze è stata studiata la posizione di Marina Filippone, madre di Giuseppe e sorella di Rocco Santo Filippone, accusato di essere il mandante di quell'omicidio e di altri attacchi agli esponenti dell'arma.

Tutto sarebbe dovuto rientrare in quella strategia stragista voluta da Totò Riina per costringere lo stato a trattare con la madia. Insieme a Rocco Santo, imputato anche un altro boss della 'ndrangheta, Giuseppe Graviano. E' stato un agente della squadra mobile a ricostruire e a testimoniare su una vicenda: quella di Marina Filippone che, intercettata durante i colloqui in carcere col figlio, parla di un certo "Monaco" e intima al figlio di tornare indietro sulla sua decisione di collaborare.

Saranno proprio le parole di Giuseppe Calabrò a permettere agli inquirenti di fare luce su quell'attentato. Raccontò tutto d’un fiato di quel viaggio sulla Piana di Gioia Tauro, nella tenuta dello zio, quando ricevette l’incarico di uccidere i carabinieri. Poi, però, preso da un ennesimo rimorso di coscienza, per aver tirato dentro i suoi familiari, Calabrò mandò una missiva in cui ritrattava tutto quanto. Ed è proprio su quella lettera che si poggia la “difesa” del killer dagli attacchi veementi della madre che gli intima senza alcun problema e cosciente della possibilità di essere intercettata, che bisogna tornare indietro e che avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa.

Nel colloquio del 19 luglio 2014 che gli investigatori trovano altri interessanti elementi. L’ispettore Briguglio li illustra in aula, in Corte D'Assise, davanti ai giudici e incalzato dal pm, Giuseppe Lombardo.
La Filippone svela un particolare d’interesse, affermando che la Finanza, tempo fa era andata a prendere al comune il nome e cognome di tutti. Giuseppe Calabrò non capisce e la madre ripete che quando lui era in Sardegna, la Finanza è andata al Comune e ha preso il nome e cognome di tutta la famiglia loro.

Calabrò allora chiede se siano andati prima o dopo e la madre risponde che pensa dopo, a questo punto, si alza e si appoggia al tavolo, fa avvicinare a sé il figlio per parlargli all’orecchio e dice che "Il Monaco" ha un’amicizia con qualcuno e si è informato e gli hanno detto che la Finanza è andata e ha preso il nomi di tutta la famiglia, ma ora non sanno cosa stanno facendo. In parole povere, il Monaco aveva una talpa che gli raccontava tutto ciò che faceva la finanza e che quindi informava direttamente la famiglia Filippone. Ci si chiede, a questo punto, se il Monaco è prorpio Rocco Santo.

Molto probabilmente si.
Durante il suo interrogatorio di garanzia è lo stesso Rocco Santo a informare gli inquirenti di essere soprannominato così da tutti.
C’è qualcuno, dunque, che informò Filippone dell’attività posta in essere dagli inquirenti, tanto da sapere degli accertamenti della Guardia di Finanza? Di certo c’è che sia Calabrò che la madre erano parecchio preoccupati per le notizie stampa che uscirono in quei mesi.