Attualità Politiche

Mulè e la fuga dai giornali verso la politica

Una riflessione su politica e giornalismo

E' notizia di pochi giorni fa: Giorgio Mulè, direttore del magazine Panorama, lascia il suo posto a Raffaele Leone, giornalista catanese che viene dalle file de Il Giornale e che subentrerà ufficialmente il 2 febbraio. Ci si è chiesti il perchè di questa scelta fatta dal popolare giornalista e molti hanno subito insinuato che si trattasse di una fuga verso la politica. Insinuazione che sembra diventata una certezza in queste ultime ore. Mulè, da buon giornalista dei giornali berlusconiani, entrerà a far parte delle liste di Forza Italia e sarà in corsa alle elezioni poltiche del 4 marzo. Non c'è ancora ufficialità, sia chiaro, ma ormai sembra una cosa certa. Mulè, siciliano, potrebbe essere capolista al Senato.

Altri, addirittura, sostengono che sia lui il nome del candidato premier che Berlusconi tiene per sè e che non vuole svelare neanche fosse il segreto di Fatima. Sinceramente, non crediamo a questa possibilità: Mulè, infatti, sarebbe un altro giornalista che Berlusconi prova a lanciare come possibile "sostituto" dopo Giovanni Toti, oggi alla guida di Regione Liguria e che in qualche modo ha rinnegato il suo passato vicino al Cavaliere. La realtà è anche questa: uno come Berlusconi, non accetterà mai di avere un sostituto o di cedere il bastone del comando. Troppo potere, troppo egocentrismo, troppo personalistico il suo partito per avere una direzione condivisa. Non ci sorprende poi più di tanto nemmeno la scelta di Mulè di fuggire verso la politica e di certo non è il primo: nemmeno si possono contare tutti i giornalisti che abbandonano i giornali per avviarsi verso una carriera più interessante, quantomeno economicamente.

E diciamocela la verità: tanti scelgono di andare verso la politica principalmente per la crisi della stampa. Il primo, tra l'altro, a optare verso questa direzione, fu proprio Benito Mussolini, che aveva diretto il giornale socialista "Avanti!". Bell'esempio, anche se per fortuna non per tutti.
Ma di fronte al crescente numero di giornalisti pronti a dare in cambio la loro penna per il titolo di “Onorevole”, il parallelismo è d’obbligo. Nel resto del mondo i giornalisti hanno storie d’amore più o meno lunghe e più o meno segrete con i politici, ma non vivono insieme.

In Italia, si preferisce la fusione. L’unione tra consanguinei fa sì che non sia più possibile scindere le due professioni. In Italia, tra l'altro,  il ritorno al giornalismo, dopo essere stati al servizio di un partito o di un governo, è certo. L'esempio di Lilli Gruber o di Michele Santoro è palese. Nella vita ci sono poche certezze, ma tre sicuramente lo sono: le tasse, la morte e il fatto di dover mangiare. E in Italia i giornalisti non mangiano, o mangiano poco.

Collaborazioni pagate con quattro soldi (o addirittura gratuite) nessuna prospettiva di carriera e la certezza di essere costantemente ostacolati da qualunque tipo di potere politico se solo ci si permette di muovere qualche velata critica. Naturalmente, dal punto di vista di chi scrive, ciò non significa che bisogna necessariamente asservirsi al potere politico o fondersi con esso. Ci sono anche persone che onestamente e quotidianamente, lavorano per la cosidetta "pagnotta" non aspettandosi praticamente quasi nulla in cambio. In un mondo, tra l'altro, in cui i giornalisti stessi, soprattutto in provincia, ingaggiano una guerra fra poveri che definire vergognosa è un pallido eufemismo.

E qual è il prezzo di tutto questo? La credibilità. Diciamocelo pure: la categoria dei giornalisti, che pur tante arie si dà, ha pochissima credibilità nei confronti del pubblico, che è poi l'unico a cui dovrebbe rendere conto veramente. Ma è talmente autoreferenziale da essere cieca e sorda e pensare di asservirsi, in qualche modo, al potente poltico, al potente imprenditore o al potente massone, sia l'unica strada per non morire di fame. Un mea culpa collettivo potrebbe essere un buon inizio.

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