Cultura Recensione

The post: i giornalisti servono chi è governato, non chi governa

Libertà di stampa e poteri forti

La libertà di stampa è talmente cara agli americani che esiste tutto un filone di film ad essa dedicata. E anche The Post, l'ultimo film di Steven Spielberg candidato all'Oscar come miglior film, si colloca in questa scia. Candidatura anche per Meryl Streep (si tratta della 21esima), che interpreta l'editrice Katharine Grahm. Un film attuale, interessante, che affronta tematiche delicate come il labile confine fra amicizia e lavoro, fra interferenza governativa e libertà di stampa. Ma è anche un film molto difficile per uno spettatore digiuno di pratiche giornalistiche o di alcuni eventi della storia americana.

La trama parla del caso dei "Pentagon Papers", ovvero la pubblicazione da parte del New York Times e del Whashington Post di alcuni documenti top secret che riguardavano la guerra del Vietnam. La storia inzia nel 1966: l'analista del pentagono Daniel Ellsberg viene inviato in missione in Vietnam come osservatore. Al suo ritorno, riferisce tutto al segretario della Difesa Robert McNamara che, però, mente pubblicamente agli americani dicendo che in Vietnam le truppe americane facevano progressi. I documenti del Pentagono, infatti, contengono in realtà accurati rapporti in cui si dimostrava che tutti i presidenti, da Truman a Nixon, avevano mentito circa lo stato dei fatti in Vietnam pur di non sospendere la guerra a causa di ragioni legate al prestigio americano, che non avrebbe mai voluto accettare una sconfitta.

Durante il governo Nixon, però, Ellsberg decide di fotocopiare i documenti e mentre il New York Times inizia la pubblicazione, Nixon decide di intervenire tramite tribunale per bloccare lo scandalo. Il giornale, dunque, su ordine del tribunale sospende la pubblicazione altrimenti sarebbe incorso nel reato di oltraggio alla corte. Ben Bradlee (Tom Hank), direttore del Washingon Post, entra in possesso dei documenti e, d'accordo con l'editrice Katherine Grahm, decide di pubblicare il rapporto, nonostante il forte sconsiglio dei legali. La battaglia per la libertà, infine, sarà vinta, con la corte che ribadisce il principio della libertà di stampa, vista l'importanza dei documenti e tutti gli altri giornali che in segno di solidarietà decidono di pubblicare i documenti. Il Post, da quel momento, non sarà più un semplice giornale di famiglia, ma un vero giornale nazionale.

Il film affronta diverse tematiche: la difficoltà di una donna ad entrare nel mondo dell'editoria, con una meravigliosa Meryl Streep che a inizio film è spaesata e confusa, visto che nessuno la vorrebbe proprietaria di giornale (che ha ereditato in seguito alla morte del marito), ma anche il difficile rapporto che si instaura fra giornalisti e potere. Sia Bradlee che la Grahm, infatti, hanno diversi amici alla Casa Bianca e l'interrogativo morale a cui rispondere è: un giornalista, fino a che punto può farsi trasportare dall'amicizia e restare comunque un buon giornalista?

In realtà, il film da una risposta molto dura: un giornalista non può essere amico di un politico, o meglio, può esserlo fino a quando non decide veramente di fare il proprio mestiere. Inoltre, viene affrontata anche la tematica di come i poteri forti, in questo caso il governo Nixon, facciano di tutto per tappare la bocca ai giornalisti che decidono di fare sul serio, bandendoli dalle conferenze stampa o cercando di intimidirli portandoli in tribunale. Ma in America, ogni volta che ci hanno provato, hanno miseramente fallito. La libertà di stampa è talmente importante, che forse si preferisce mettere sotto accusa un presidente piuttosto che riunciare ad essa. Come si ribadisce alla fine del film, queste le motivazioni della sentenza sul caso Post: "I giornalisti servono chi è governato, non chi governa".

Consigliato a chi ha dimestichezza con la storia americana.

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1523353389-3-cappello.gif