Lettere in redazione Scicli

Anche San Bartolomeo dovrebbe avere il suo Gioia

Riceviamo e pubblichiamo

Scicli - Gentile redazione,

dopo aver visto su un social network la foto di colui il quale ha segnato in modo inequivocabile il destino un intero quartiere di Scicli, quello di San Bartolomeo, chiedo, gentilmente, che le argomentazioni che appresso proporrò vengano disquisite in pubblico e divulgate dalla Vostra testata, di cui sono attento e fedele lettore.

Sono nato 79 anni fa all’interno di uno dei tanti anfratti scavati nella roccia che popolano tutt’oggi la rupe di Chiafura, in un umile fabbricato dove attorno non c'era niente altro che miseria e povertà, nulla che fosse nuovo e da scoprire; intorno a Chiafura, infatti, tutto era nato già antico, ogni cosa cresciuta vecchia e rotta. Il nuovo a Chiafura non esisteva. I nostri calzoncini erano rotti, le scarpe, bucate, rotte. I nostri materassi erano fatti di paglia. Rotta pure quella. Lenzuola rotte, coperte rotte. Per tutti gli anni dell'infanzia fui convinto che tutto il resto del mondo fosse così: rotto e aggiustato, rattoppato, rammendato, tenuto insieme con filo di ferro, spago e chiodi arrugginiti. Credevo che il nuovo, in quanto inesistente, non potesse dunque manifestarsi. Che le vecchie grotte che ci ospitavano, le vecchie scarpe, le vecchie maglie, i vecchi buchi e i vecchi rammendi fossero per noi contemporaneità e già il futuro. Girava attorno al cerchio dell’ignoto la nostra povera e umile esistenza. Noi ignoravamo l’esistenza del Mondo e il Mondo, di contro, non sapeva che c’eravamo anche noi. Al mondo. Solo in due momenti dell’anno, però, anche noi “chiafurari” diventavamo, per così dire, mondani. Per Natale e per Pasqua, Chiafura apriva le porte al nuovo, alla festa, al Mondo. O meglio, per Natale e per tutta la settimana Santa che poi conduce alla domenica di Resurrezione, lì dove si è da sempre consumato il nostro dramma più vero.

Chiafura, per chi no lo sapesse, rientra nella circoscrizione della chiesa di San Bartolomeo. Qui insiste una confraternita da sempre in contrapposizione a quella di Santa Maria la Nova, la chiesa diventata famosa perché ospita la statua di Gesù Risorto, quella che la domenica di Pasqua, appunto, viene portata in trionfo da tutti gli sciclitani per le strade del paese. Da tutti, è vero, tranne dai chiafurari e da quelli di San Bartolomeo che vivono quel momento di gioia collettiva come un vero e proprio lutto. Di religioso in quel che racconto c’è poco e nulla. Sia chiaro. L’origine dei dissapori tra le due confraternite, tra i due quartieri di San Bartolomeo e Santa Maria la Nova, risiede proprio nelle festività in cui, per tradizione ma anche per ostentazione, c’è una statua di un santo o di un più alto in grado nella gerarchia dei cieli da portare a spasso per la città. Mentre per il Natale la contesa tra le due confraternite poteva dichiararsi pari e patta, con due distinte processioni per le due distinte statue di Immacolate e due distinti cortei per due distinti cori di “canzoncine”, a Pasqua, invece, per quelli di San Bartolomeo non c’è mai stata partita. Si pareggiava con i sepolcri e poi con l’Addolorata, va bene, una per chiesa, belle entrambi le statue della Madonna che piange il figlio deposto dalla croce, ma la domenica quelli di Santa Maria la Nova mettevano in campo il fuoriclasse, il Gioia, ed era per noi tutti, gente di Chiafura e San Bartolomeo, come un secco tre a zero scritto dall’arbitro a tavolino. La storia delle nostre disgrazie iniziava la notte della resuscita e finiva il lunedì dell’Angelo. Ecco svelato pure il mistero della puntualità a tavola degli abitanti il quartiere di San Bartolomeo per il pranzo della domenica di Pasqua. A mezzogiorno eravamo tutti a casa, già belli e seduti davanti ai ravioli al sugo di maiale. Altro che attese stenuanti sotto l’orologio del palazzo, giri di campo a tempo di Busacca e traballamenti vari che portavano gli altri sciclitani, quelli che andavano a Santa Maria la Nova a vedere correre il simulacro dei simulacri sulle spalle dei portatori, a pranzare alle 4 di pomeriggio. Noi questa festa dell’Uomo Vivo non l’abbiamo mai tollerata e adesso sapete pure il perché. Percè noi un Gioia non l'abbiamo mai avuto. È sempre stato così. Almeno fino a oggi. Finché, tra le foto scovate in un social network, che utilizzo con piacere nonostante la mia veneranda età, trovo la soluzione a questo sfacelo, e dopo settantanove anni, io di Chiafura, posso dire di aver visto una cosa «nuova»: la statua del Gioia a grandezza naturale, opera di un giovane artista del paese, in vendita ed esposta in una vetrina di un negozio del centro storico.

Bella, perfetta, magnifica, uguale uguale a quella di Santa Maria la Nova, con una sola, splendida, differenza: questa è nuova di zecca!

Cari amici della confraternita di San Bartolomeo, cari compagni di Chiafura, è giunta l’ora di riprenderci ciò che da sempre ci è stata negata, ovvero la dignità di avere una statua del Gioia tutta nostra, un Gioia per la nostra chiesa, un Gioia da far uscire in processione la domenica prima di quella di Pasqua segnata sul calendario e pareggiare finalmente i conti con la confraternita di Santa Maria la Nova. Questa assurda esclusiva, vecchia di qualche centinaio di anni, deve finire. San Bartolomeo deve avere il proprio Gioia. La statua è in vendita? Compriamola!

Lancio dunque un appello agli amici di Chiafura, a quelli della cava e soprattutto ai confrati: acquistiamo la statua del Gioia, facciamola benedire dal Vescovo e doniamola alla chiesa di San Bartolomeo. E se facciamo in tempo, gli sciclitani quest’anno potranno festeggiarla due volte la Pasqua. Prima a San Bartolomeo, e poi dopo sette giorni, dagli altri. Anche il turismo ne gioverebbe.