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Ingroia, Grasso, leader inventati. E D'Alema: Quanto sprofondiamo?

Emma Bonino e Potere al Popolo tolgono consenso ai dalemiani

Roma - Antonio Ingroia è diventato una sorta di scheggia impazzita, che propone monete parallele all'euro, Piero Grasso ha dimostrato, scendendo dallo scranno più alto di Palazzo Madama, di essere politicamente impreparato. Giudici, che da giudici avevano un fascino e una autorevolezza, e che da politici dimostrano di essere inadeguati. Ne sa qualcosa Massimo D'Alema, che su Piero Grasso aveva puntato come leader alter ego politico. Fortuna ha voluto che Ingroia si sia fatto un movimento suo e non sia entrato nel partito di Bersani e Massimo. 

La concorrenza di Potere al Popolo e di +Europa di Emma Bonino erodono il consenso del partito di Massimo D'Alema e Pierluigi Bersani. La lista di Piero Grasso rischia di fallire. Due variabili i capi di LeU non avevano previsto: l’improvvisa apparizione di Potere al Popolo – formazione tosta di estrema sinistra – che rosicchia voti a sinistra; e la calamita +Europa che, catturando voti critici verso il Pd, rosicchia voti sulla sua destra.

Il primo a fiutare l’andazzo è stato uno dei suoi primi sostenitori, giornalista di lungo corso, Peppino Caldarola, che su Lettera 43 aveva scritto giù diverso tempo fa: “LeU resta, a oltre metà campagna elettorale, una cosa indistinta. Non è guidata da alcuno, sono tutti in periferia a cercarsi un posto in parlamento, ha i manifesti più tristi dell’epoca moderna. Cose che non si erano mai viste prima”.

Il partito di Grasso non esiste. Dopo un esordio forte (la scesa in campo del presidente del Senato con la proposta di abolire le tasse universitarie, peraltro subito scomparsa dai radar), LeU stenta a entrare nel dibattito elettorale. L’attacco frontale a Renzi non basta. La non chiarezza su M5S è emersa clamorosamente con la diversità di opinioni fra Grasso e Boldrini, anche lei, come D'Alema in deficit di simpatia. 

Neppure dell’antifascismo militante LeU la spunta. Più efficaci quelli di PaP che nelle trasmissioni tv quando si trovano a cospetto di CasaPound si alzano e se ne vanno. Bersani è ospite delle trasmissioni più seguite ma via via appare più nervoso e stanco; D’Alema fa antipatia anche a sua madre; Grasso balbetta; Laura Boldrini fa la maestrina con la penna rossa e blu. 

Sulla Rete poi il confronto con Potere al Popolo sembra assolutamente perdente, come ha dimostrato una ricerca apparsa su Libero Pensiero dalla quale si evince che LeU non è per nulla social forse a causa di una certa “vecchiezza” del suo modo di fare politica e della cultura politica dei suoi gruppi dirigenti.

Poi è scesa in campo Emma Bonino con una lista che sta dimostrando di saper intercettare (paradossalmente con una piattaforma tutt’altro che estremista) proprio gli elettori che criticano il Pd da sinistra. Per questo Pippo Civati è andato giù a testa bassa: “Il voto alla lista +Europa di Bonino non è solo un voto a Renzi. Ma una benedizione dell’alleanza con Berlusconi, le ben note ‘larghe intese'”. E anche la martellante campagna di Renzi (“Se votate D’Alema aiutate Salvini”) qualche effetto ce l’ha senz’altro. Quella del voto utile infatti è una campagna che LeU non riesce a bilanciare, complice il fatto che un terzo dei parlamentari viene eletto nei collegi, dove basta un voto in più.

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Lucido Francesco Costa su Il Post: “Dentro e fuori Liberi e Uguali anche i pochi benintenzionati sanno che fine farà questo cartello elettorale dal 5 marzo: la fine che ha fatto L’Altra Europa con Tsipras allo scorso giro, e Rivoluzione Civile a quello prima, e la Sinistra Arcobaleno a quello prima ancora. Smetterà di esistere, si sbriciolerà nelle mille sigle che l’hanno costruito allo scopo di farsi riportare in Parlamento”.

Se l’idea era quella di ricostruire una nuova sinistra, siamo lontani: come ha scritto ancora Caldarola, “l’immagine di Leu è sempre stata opaca, stupisce questa reticenza a mostrarsi, a dire con forza il tema vero, che non sono le tasse universitarie, ma il voler diventare il polo ricostruttivo della sinistra”.

Alessandro Gilioli sull’Espresso: “Il messaggio di lotta contro le disuguaglianze è stato sovrastato dall’immagine di funzionari in cerca di lavoro, con grotteschi battibecchi sulle alleanze e oggetti che volano alle riunioni, tutti pronti a dividersi il mattino del 5 marzo”.

Alessandro De Angelis su Huffington post parla di una situazione difficile: “È un quadro sconcertante per un progetto all’inizio. Pippo Civati due giorni era sul punto di mollare. Massimo D’Alema è nero, consapevole che su questa vicenda si sta certificando il fallimento di un progetto mai nato: mesi di avvitamenti politiciti nell’attesa di un leader, poi l’attesa di Grasso che non si è rivelato tale, le liste come paracadute, senza idee, slancio, fantasia, mentre i sondaggi attestano una certa freddezza degli italiani, rispetto all’ambizione della doppia cifra”.

Nessuno scommette sulle famose “due cifre” previste da Massimo D’Alema. Nelle ultime ore anzi c’è chi paventa addirittura un risultato che mette in forse l’ingresso in Parlamento e Elisa Calessi su Libero ha addirittura azzardato l’ipotesi della scissione, con Fratoianni-Civati da una parte e Mdp dall’altra. Forse è tutto troppo esagerato. Ma persino D’Alema è preoccupato. Incontrando Nando Pagnoncelli qualche giorno fa gli ha chiesto: “Quanto stiamo sprofondando?”.

La soglia di sbarramento del Rosatellum bis, per fortuna è al 3%. 

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