Cultura Modica

Cioccolato e marketing

In merito a un articolo di Irene Savasta

Modica - Ho letto l’articolo a firma Irene Savasta apparso il 10 marzo 2018 su questo Giornale on line dal titolo Denominazione di Origine Inventata; c’è un mito sul cioccolato di Modica costruito su un libro di Alberto Grandi (professore associato dell’Università di Parma, docente di Storia delle Imprese) dal titolo Denominazione di Origine Inventata – Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani e non mi sono per nulla divertito.
Forse bisognerebbe leggere il libro per fare delle giuste e puntuali critiche all’Autore.
Dall’articolo, però, emerge già una superficialità di analisi storica di Grandi che non mi sento di condividere.
Sono anni che strenuamente mi batto per definire la “storia” del cioccolato “di Modica” una mera invenzione. Ora arriva questo saggio a suffragare le mie argomentazioni ma lo fa partendo da presupposti e interessi nient’affatto condivisibili.
Risparmio alcune mie considerazioni all’Autore del libro sulla pizza, sui maccheroni napoletani, sulla dieta mediterranea e su Pellegrino Artusi.
Preferirei leggere prima il testo, ripeto, per polemizzare correttamente.
Sul pomodoro di Pachino e sul cioccolato di Modica, però, non mi sento di soprassedere.
In questo estremo lembo di Sicilia anche i gatti sanno che il pomodoro di Pachino è stato inventato dagli israeliani. A nessuno è venuto mai il ghiribizzo di farlo discendere da Cristoforo Colombo poi direttamente trapiantato in Sicilia da coltivatori diretti spagnoli.
L’operazione di marketing eccezionale alla quale il libro pare alludere, in verità, non la vedo né riesco a intuirla.
Come per tanti prodotti, il pomodoro di Pachino ha incontrato il favore dei mercati e per questo oggi si continua a produrre.
Mi sembra strano che l’Autore non conosca la vera storia dell’economia iblea per meravigliarsi tanto del vituperato pomodoro di Pachino.
Chi ha vissuto il miracolo economico delle serre nel ragusano sa che l’attuale pomodoro è il frutto di un’attenta ricerca internazionale, così pure il peperone e la melanzana o la zucchina che qui sono stati e continuano a essere coltivati.
I semi si compravano, ricordo, a peso d’oro e venivano dall’estero esattamente come fu, più tardi, per quelli del pomodoro di Pachino. A nessuno è venuto mai il solletico di spacciare queste produzioni per storiche e autoctone siciliane o, in particolare, iblee.
Dove sta la notizia, dunque?
Altro discorso va fatto per il Cioccolato di Modica.
Per questo tipo di prodotto non vale la stessa analisi per il pomodoro di Pachino.
Il cioccolato di Modica è stato una pura invenzione moderna.
In buona sostanza, l’antica cioccolata spagnola, arrivata in Sicilia ed anche nella Contea di Modica già nei primi anni del Seicento, nulla ha a che fare con l’attuale prodotto spacciato per antico e storico.
L’Autore cita Sciascia e l’accostamento che lo scrittore fece del cioccolato modicano a quello alicantino.
Sciascia, con tutto il rispetto e l’ammirazione che ho sempre avuto per lui, in materia di cioccolato spagnolo era un perfetto “ignorante”. Non avendo una diretta e profonda conoscenza della Spagna, pensava che il cioccolato si facesse solo ad Alicante mentre, in effetti, la cioccolata si produceva in moltissime città spagnole.
L’antica ricetta del cioccolato nella Spagna attuale è tuttavia viva e vegeta e correttamente eseguita non solo ad Alicante ma in parecchi centri della penisola iberica, tanto per citarne uno, Agramunt.
Qual è la differenza tra Modica e Agramunt?
A Modica la ricetta è stata manipolata e stravolta quindi non possiamo più parlare di cioccolato “spagnolo” riferendoci al modicano.
Lo confessò candidamente Ruta negli anni Novanta del Novecento spiegando che l’eliminazione dell’amido di grano, una volta ingrediente fondamentale della ricetta, dava al nuovo prodotto la possibilità di essere registrato come cioccolato e non come surrogato di cioccolato (così come avrebbero imposto le leggi vigenti in Italia, se disgraziatamente l’amido fosse rimasto).
Ad Agramunt questo non è successo. In Spagna già dal Seicento l’amido di grano (quasi sconosciuto) era sostituito dalla fecola di mais. Chi vuole assaggiare dell’ottimo cioccolato a la piedra lo può tranquillamente fare oggi nelle cioccolaterie e nelle rivendite di molte città spagnole tra cui Madrid.
Il cioccolato “modicano”, così semplificato nella sua ricetta, poi fu lanciato sul mercato giustamente come cioccolato di Modica perché, in effetti, solo di Modica era.
L’errore grossolano fatto a proposito di questo nuovo prodotto riguarda la sua millantata antica e illustre discendenza.
Nulla ha a che fare, dunque, con il cioccolato spagnolo prima considerato quasi un rimedio e poi (ma solo in epoca molto tarda) una vera e propria leccornia.
Non mi pare ancora che il cioccolato di Modica abbia contribuito a promuovere un intero territorio. In effetti, i modicani hanno promosso solo Modica, giocando sull’equivoco che l’antico prodotto non fosse molto diffuso in tutti i centri della Contea e dando a intendere che fosse solo appannaggio di quest’unica città.
Ho tante volte scritto che le testimonianze più documentate della presenza del cioccolato nella Contea di Modica si trovano a Scicli, per esempio, con l’arrivo dei Cerraton (1702).
Le ricette più antiche da me ritrovate nel fondo Grimaldi dell’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, risalgono al 1747 e non prima, addirittura!
Non prodotto storico blasonato, allora, il cioccolato modicano ma solo una moderna e scadente imitazione di quell’antico.
Perché va avanti la storiella degli aztechi, mi chiedo? Non saprei proprio rispondere.
In verità questa dubbia operazione di marketing ha avuto due risultati evidenti: illudere il compratore e frantumare l’unità storica della Contea di Modica.
Il secondo effetto è, a mio parere, il più dannoso e devastante.
Qualche tempo fa chiacchieravo col mio carissimo amico Ignacio Panizo Santos del Cuerpo Facultativo de Archiveros, Capo Archivista della Sezione Inquisizione dell’Archivio Storico Nazionale di Madrid. A proposito di cioccolato/a spagnolo/a, l’archivista mi fornì le coordinate di alcune ricette riguardanti la cioccolata apparse in processi dell’Inquisizione.
E con mia grande sorpresa scoprii che proprio quelle ricette (tre addirittura, di cui qui di seguito do la trascrizione con una piccola biografia del suo autore) erano contenute in un’agenda ante litteram, una specie di diario intimo, sequestrata dagli inquisitori perché sospetta a un Tizio di Messina, Giacomo Diamanti, che si era trasferito dalla Sicilia nella Madrid di Filippo IV. Sicuramente era uno dei tanti uomini d’affari che operavano nella capitale spagnola.
In tutte e tre le ricette comunque era rigorosamente prevista la fecola di mais. Siamo nel 1636.
Questo particolare viene a smentire un’altra leggenda metropolitana che vorrebbe l’antico/a cioccolato/a spagnolo/a simile all’attuale ricetta eseguita a Modica e a confermare il consumo della cioccolata da parte di personaggi provenienti dalla Sicilia già nella prima metà del Seicento.
Sui miti del cioccolato modicano, frutto di una sbrigliata fantasia che farebbe impallidire perfino Ludovico Ariosto, soprassiedo, dunque, e lo faccio per carità di patria.

CREDITI
Archivo Histórico Nacional Madrid (AHNM)
Ringrazio Ignacio Panizo Santos, Responsabile della Sezione Inquisizione dell’AHNM.
Le eventuali coordinate archivistiche sarò ben lieto di fornirle a quanti le richiederanno attraverso la Direzione di questo Giornale on line.
Documenti:

Cuentas de una casa particular y aprovisiones á ella referidas, se ven recibos a favor de Jacome Diamante.
Libro deste presente anno de 1636 con las quentas como dise lalfabeto y 1637
f. (171) 74/r (nuova numerazione)
Para acer chocolati de cobillos finos
Cacao tostado y mundado limpio........................50 libras
almendra tostada..................................................16 libras
asucar blanco trenta libras....................................30 libras
pimienta xamaica quatro onças............................oz 4
achiote fino seis onças .........................................oz 6
despues destar molido que se quer echar en las caxas: se le echa tres adarmes de almisquel (sostanza odorosa estratta da alcune ghiandole del gallo, all’epoca molto usata per confezionare profumi, ndt) y medio asunbre de agua de anbar=

Se desase el almisquel en un almires con un poco de agua de anbar j desecho todo se le hecha toda la media asunbre de agua de anbar con los tres adarmes de almisquel se toma desta(s) aguas i se bagna el chocolati bien bagnado i batise i se encaxa en sus caxas quedera muj oloroso i muj fino y se puede tener por muj fino----------------
Nella ricetta, alla fine, c’è una nota:
pimiento molido asta estar sasonado de picanti
mais tostado j cernido tres libras

f. 172 (75/r nuova numerazione)
Por aser chocolati tan bueno como lo de las indias se toma lo sequiente--------------
Cacao cinquenta libras despues de star muj poco tostado no mas tostado quanto se calenta para tirar la cascara abirtendo no a de oler a tostado.
digo cinquenta libras de cacao mondado y limpio de cascarilla.................................................................50 libras
canella huna libra i media...............................................1,½
bainillas buenas y frescas muj oloras ciento..........100 libras
asucar blanco dies y seis (+vente ) libras........................16
achiote seis onças.........................................................oz. 6
pimiento lo que bastara asta estar sasunado de picanti:
pimiento xamaica quatro onças – mais tostado i cernido dos libras – castara (cascara, ndt) de cacao mulida i cernida fina por sedoso fino mui sutil libras tres = tres libras digo tres libras an de ser tres libras.
F. 172/v (75/v nuova numerazione)
Para aser chocolatj ordinario bueno de Sevilla muj bueno:
se toman tres libras de cacao de caraca j maracaio por mitad i se no se allan se tomera de los dos lo que se allere (hallara, ndt) que todo es bueno
cacao tres libras
asucar dos libras
almendras dulcis huna libra i media
gorgolin media libra (cereale, forse orzo, ndt)
canella, onça i media
arina de mais cernida i tostada huna libra
achiotte huna onça
pimento lo que bastare probandolo no sea mucho picanti= y se queren hechar huna libra de almendras i otra libra de ajargolin sera muj bueno
que ariba digo libra i media de almendras i media de jorgolin mexares huna libra de almendras i huna de jargolin

Notizie:
Don Giacomo Diamante sposò Doña Blanca de Herrera. Un loro figlio, Francesco, ricevette il secondo grado degli ordini sacri minori dal Cardinale arcivescovo di Toledo il 6 gennaio 1656.
Il 22 febbraio del 1658, alle cinque e mezza del mattino, all’alba di un venerdì, la signora Doña Blanca morì. Fu sepolta nel chiostro degli Agostiniani Recoletos, all’inizio della scala, ai piedi dell’altare del Cristo alla colonna il 22 stesso. Questa notizia è scritta per i posteri. Il 29 gennaio del 1659 fu fatta la scrittura di acquisto della sepoltura per un ammontare di 500 Reali pagati in contanti. Fu rifinita la tomba con la pietra tombale e la scritta per i posteri.
Giacomo nacque a Messina l’8 ottobre 1595, di sabato, all’alba del 9, festa di San Dionisio. Era figlio del capitano Matteo Diamante e di Doña Agata Rivera. Fu battezzato nella Parrocchia di San Luca di Messina. Furono padrini Fra Juan Salvo de Balsamo cavaliere dell’Ordine di San Juan e Bernardina Verardo. Per memoria.
Nel 1639 affittò una casa da Antonio Gomez in Calle Mayor (Madrid, ndt) per cinque anni per un fitto annuo di 2.600 Reali. La scrittura fu rogata dal not: Juan Rodriguez de Heredia l’11 agosto 1637.
La criada (cameriera, ndt) si chiamava Dominga.
Il fratello si chiamava Francesco.
Il 21 settembre 1634 en punto de mediodia (a mezzogiorno esatto, ndt) nacque il terzo figlio Giacomo. Fu battezzato nella Parrocchia di San Ginés (Madrid, ndt). I padrini furono fraj Fernando Albares Vega e la zia Doña Anna de Herrera.
Il 5 giugno 1633 tra le undici e le dodici della notte di domenica, albeggiando il lunedì, nacque il secondo figlio Paolo. Fu battezzato nella Parrocchia di San Ginés. I padrini furono suo zio Balthasar Rodriguez de Herrera e la zia Maria de Herrera.
il 26 agosto del 1625 di domenica, passato mezzogiorno era nato il primo figlio Juan Bauptista. Fu battezzato a San Ginés il 10 settembre del 1625. I padrini furono Don Juan de Pabia e Doña Catalina Osorio.
Il 18 gennaio 1646 Giacomo Diamanti fu accettato come residente di Madrid e nella Corte come da atto del segretario don Francisco Mendes Testa del 18 gennaio 1646.
Il 9 ottobre 1654 i figli Paolo e Giacomo ottennero il titolo di “nobile” come da atti in segretario della città Francisco Mendes Testa.
Il 7 aprile del 1655 il figlio Paolo fu nominato avvocato nei Reales Consexos come da libri di Caniçares, scrivano mas antiguo de camara, dai quali risulta il pagamento della media annata.
Gli esaminatori di Paolo furono: don Antonio de Luna, don Agostin de Hierro, don Francisco Zapata, don Martin de Bonilla, don Geronimo Camargo, don Gregorio de Encontrera.
Giambattista ricevette gli ordini minori dell’epistola dal Nunzio di Sua Santità nel convento di San Felipe el Real di Madrid il 27 aprile 1647. Celebrò fraj Gregorio all’altare della Madonna delle Grazie, cantò il Vangelo il dr. don Francisco Luvera. l’Epistola la cantò Giambattista. Fu confessato da frai Francisco de Salazar.
Cantò messa sempre a San Felipe el Real il 21 maggio 1651.
Il 14 giugno del 1626 apparve una cometa nel cielo alle tre dopo mezzogiorno, una domenica, come un fuoco grande.
Fu registrata la nascita di un nipote, il figlio del fratello Francesco.
Giacomo non era un boticario (speziale, ndt) ma si divertiva a confezionare sciroppi e medicine.
© Tutti i diritti riservati all’Autore.

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