Cultura Recesione Film

La Ricotta. Il film più bello e controverso sulla Passione di Cristo. VIDEO

Pier Paolo Pasolini, 1963, cortometraggio all'interno del film collettivo RO.Go.Pa.G.

“Voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti”. Questa è la premessa che il mai troppo citato Pier Paolo Pasolini fa al suo stesso cortometraggio, dedicato alla Passione di Cristo: “La Ricotta”, un film del 1963, inserito all’interno di un film collettivo che si chiama “Ro.Go.Pa.G.” (dalle iniziali degli autori dei vari episodi, ovvero Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti). Non è difficile incontrare nelle programmazioni televisive (e anche cinematografiche) di questo periodo, dei film dedicati alla Pasqua, la festa più importante della cristianità. La Pasqua, naturalmente, comprende anche la Passione di Cristo, uno dei racconti evangelici più famosi di tutti i tempi. Dubitiamo, invece, che incontrerete questo film facendo zapping in tv. Pier Paolo Pasolini aveva già dedicato un film alla figura di Gesù Cristo, con quel suo “Il Vangelo Secondo Matteo” nella splendida location dei sassi di Matera.

Un film che all’epoca venne anche censurato fino ad essere accusato di vilipendio alla religione, accuse da cui poi il regista fu completamente scagionato. Il suo Cristo, interpretato da un sindacalista spagnolo sconosciuto, così come tutti gli altri attori del cast (presi praticamente dalla strada) era assolutamente anti dogmatico. La sua è la Passione di un uomo solo, rivoluzionario, tradito da tutti, inconcepibile per i suoi tempi. Il Vangelo di Pasolini è, prima di tutto, una critica alla borghesia dei suoi tempi, proprio come lo è “La Ricotta”, anche se qui la “figura Christi” è un sottoproletario che fa una comparsa, il buon Stracci.
Per procedere all’analisi di questo gioiello pasoliniano, bisogna analizzare il cortometraggio sia dal punto di vista registico che da quello interpretativo.

La Ricotta è un’opera che cita sé stessa, è il cosiddetto “cinema nel cinema”. La trama, infatti, racconta di una troupe cinematografica che sta girando “La Passione di Cristo” alla periferia romana. Stracci è una delle comparse e dovrà interpretare il buon ladrone, colui che starà alla destra del Cristo durante la crocifissione. Ma essendo un sottoproletario ha “fame di pane” e così, per una serie di vicissitudini, si troverà a mangiare ricotta e gli avanzi dell’ultima cena fra una ripresa e l’altra, finendo per fare indigestione e morire sulla croce come il vero Gesù, fra dolori e rutti.
Il film, all’epoca, fu uno scandalo assoluto: la vera “figura Christi” è un sottoproletario che muore così indegnamente sulla croce, così lontano dagli schemi iconografici. Il set del film sembra una scampagnata domenicale, con comparse indegne di rappresentare la scena sacra: c’è chi si scaccola sul set, chi sbaglia a mettere disco, chi fa cadere durante la deposizione il Cristo, scatenando l’ilarità generale, chi si preoccupa più del cane che di interpretare per bene la Madonna e chi improvvisa uno spogliarello durante una pausa del set. Il regista è interpretato magistralmente da un grandissimo Orson Welles che non esita a prendersi gioco di un giornalista che gli chiede un’intervista.

Questo, il dialogo:
Giornalista: “Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?”
Regista: “Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo.”
Giornalista: “Che cosa ne pensa della società italiana?”
Regista: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.”
Giornalista: “Che cosa ne pensa della morte?”
Regista: “Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione.”
Il regista-Orson Welles, dopo aver letto una poesia di Pasolini (Io sono una forza del passato…), tenendo tra le mani il libro Mamma Roma, dice infine al giornalista (mentre quest’ultimo idiotamente ride):
“Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione… e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio.”
Ciò che Pasolini mette in opera con quest’opera dirompente è proprio la rappresentazione di quegli strati così umili della società, gli stessi che aveva rappresentato in Mamma Roma o Accattone. In questo caso, però, i “morti di fame” sono messi a confronto con l’iconografia sacra, creando un contrasto incredibilmente poetico e, per giunta, muoiono davvero di fame nel posto più sacro del mondo: la croce.

Questo stridìo fra sacro e proletario è messo in risalto dalla perfezione stilistica dei tableaux vivan che citano Rosso Fiorentino e Pontormo, gli unici sprazzi di colore in un film in bianco e nero, dove gli attori recitano (o almeno questo è ciò che dovrebbero fare) lo Stabat Mater di Jacopone da Todi.
Come si diceva, il film ebbe moltissimi problemi di censura, problemi che poi si risolsero con l’assoluzione del regista da parte della corte d’appello di Roma l’anno successivo, nel 1964. Le critiche e le motivazioni della persecuzione giudiziaria, come Pasolini stesso aveva previsto, erano dettate dalla malafede. Pasolini aveva diretto, in effetti, attraverso questo film, un attacco frontale nei confronti della borghesia e questo era il motivo vero che scatenò quel violento attacco (e purtroppo non l’ultimo) nei suoi confronti.
 

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1534503216-3-despar.gif