Cultura Libri

Giornalismi. La difficile convivenza con misinformation e fake news

Un saggio che tutti gli operatori dell'informazione dovrebbero leggere.

Post verità, misinformation, fake news. Quali sono le differenze fondamentali fra queste tre categorie? E gli operatori dell’informazione, in primis i giornalisti, cosa devono fare di fronte a certi fenomeni? Come comportarsi per arginare le fake news (che non sono certo nate in quest’epoca, ma sono vecchie come il mondo)? Come imparare a riconoscerle? Il bellissimo saggio di Francesco Pira e Andrea Altinier, uscito qualche settimana fa, in questo senso è illuminante. Pensato per gli operatori del settore, questo agevole libro può essere tranquillamente letto anche da un semplice appassionato dei fenomeni comunicati. Agile, scorrevole, scritto in un linguaggio semplice, anche se tecnico, la lettura di questo saggio dovrebbe essere prerogativa di tutti coloro che a vario titolo si occupano di informazione.

Il libro è suddiviso in quattro parti: una prefazione/introduzione e tre capitoli: la dieta mediatica degli italiani, l’informazione in un click, l’informazione tra processi e modelli, oltre le notizie: il ruolo dell’ufficio stampa in continua evoluzione, il giornalismo alle prese con i nuovi giornalismi, la nuova era della comunicazione: fake news vs fact checking. Partiamo da questo presupposto: “se sembra troppo bello per essere vero, probabilmente non lo è”. Questo è l’assioma su cui basarsi in presenza di alcune notizie che possono sembrare verosimili, ma che in realtà si rivelano delle fake news. Ma com’è cambiato il mondo dell’informazione? Se le fake news esistono dai tempi dell’antichità (la prima fake news è stata quella del Cavallo di Troia, diffusa dai greci per entrare all’interno delle mura della città) i social, invece, sono stati il vero fenomeno degli ultimi vent’anni. L’avvento di facebook, twitter, youtube e instagram, ha profondamente modificato il lavoro del giornalista e ha inaugurato quella che viene definita “epoca della post-verità”.

Come scrive Lippman: “Non vediamo quello che i nostri occhi non sono abituati a considerare. Siamo colpiti, talvolta consapevolmente, più spesso senza saperlo, da quei fatti che si attagliano alla nostra filosofia”. E’ il cosiddetto fenomeno del “non è vero ma ci credo”. Non importa se la notizia sia falsa e anche smentita. Se quella notizia si adatta alla nostra verità, noi ci crederò. Ed è così che le fake news crescono e proliferano, generando il fenomeno della “misinformation”, ovvero la condivisione involontaria di notizie false. I social (è giusto precisarlo), non sono del tutto responsabili di questo fenomeno: diciamo che hanno amplificato il tutto. Due nuove categorie di notizie, inoltre, sono entrate nell’olimpo dell’informazione: il gossip e il food. L’ultimo amore di Belen o l’ultimo tatuaggio di Fedez, sono argomenti trattati ormai dai grandi quotidiani alla stessa stregua della cronaca o della politica. Il food, invece, ha generato una categoria informativa del tutto nuova. Tutto questo riguarda l’informazione on line. E quella tradizionale? Che fine ha fatto? Non vi è dubbio che i social hanno influenzato anche i grandi quotidiani o le tv e spesso ritroviamo nelle pagine dei quotidiani i tweet del politico di turno o la polemica social. Il punto, però, è sempre uguale: per non estinguersi, per non scadere di livello, ciò che spinge un lettore a preferire un giornale piuttosto che un altro è la sua buona reputazione e la sua capacità di offrire al lettore un punto di vista alternativo ad un fatto. In un’epoca di copia-incolla, ciò che conta veramente è il controllo delle fonti e garantire che quella notizia non solo è vera, ma affrontata da un punto di vista interessante e diverso.

Ma nel marasma informativo rappresentato oggi dai social o da siti che spesso confezionano fake news ad hoc, la sfida per i nuovi giornalisti è quella di riuscire a catturare il pubblico dei Millennials, ovvero quei ragazzi compresi in un’età fra i 18 e i 35 anni. Questa categoria, infatti, è particolarmente difficile da agganciare perché preferisce un’informazione via app o via smartphone e ha quasi del tutto abbandonato la tv o la carta stampata. Inoltre, questa categoria non si fida delle news che vengono scritte dai siti “classici” di informazione e predilige un giornalismo quasi fai da te: “non mi fido di te se non so ki 6”, sembra il loro motto. I lettori, insomma, da semplici e passivi fruitori di informazione, diventano anche protagonisti o chiedono una partecipazione attiva. Uno sguardo interessante, inoltre, viene lanciato sul ruolo degli uffici stampa, particolarmente diverso rispetto a quello che poteva essere vent’anni fa.

Oggi, si richiedono più “reputation management office”, ovvero persone in grado di creare un brand, una “reputazione” attorno ad un determinato personaggio o azienda. Per questo, il ruolo degli uffici stampa è vicino, oggi più che mai, al marketing e il capo ufficio stampa deve essere in grado di prendere decisioni rapide in caso di necessità, oltre a saper usare alla perfezione i nuovi media. Il conclusione, il saggio di Pira e Altinier rappresenta uno sguardo disincantato e contemporaneo su un’epoca fluida come quella che ci apprestiamo a vivere ed è un’agile mappa per iniziare un serio percorso di studi e per scardinare alcune nostre convinzioni.

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1526885848-3-antonio-ruta.png