Attualità Tv

Er Canaro. Il processo in tv presieduto da Severino Santiapichi

Correva l'anno 1988

E’ andato in onda ieri sera su Rai 3 la seconda puntata speciale de “Un giorno in pretura” che festeggia, quest’anno, i 30 anni di attività con due episodi in prima serata. Anche in questo caso, un fatto di cronaca che ha ispirato un film, vincitore a Cannes: “Dogman” di Matteo Garrone. Un giorno in Pretura racconta la storia del "Canaro della Magliana", da cui Matteo Garrone ha liberamente tratto il film "Dogman", per il quale Marcello Fonte ha vinto il premio come miglior attore al Festival del cinema di Cannes. Si tratta del processo a Pietro De Negri, il timido anonimo proprietario di una toeletta per cani in un quartiere popolare di Roma, che ha ucciso Giancarlo Ricci, un giovane conosciuto in tutto il quartiere come ragazzo dalla "testa calda”. E, sorpresa delle sorprese, il processo fu presieduto dal giudice di origine sciclitana Severino Santiapichi. Santiapichi ha praticamente presieduto i principali processi che hanno fatto storia nel nostro Paese: dal caso delle brigate rosse sul sequestro Moro, a quello di Mehmet Ali A?ca. Ma ha anche presieduto casi di cronaca importantissimi, proprio come quello a Pietro De Negri. L’omicidio di Giancarlo Ricci è avvenuto nel 1988.

Cocainomane e pregiudicato, De Negri fu complice di Ricci in una rapina che aveva portato al suo solo arresto mentre il pugile, lontano da ogni accusa, aveva dilapidato il bottino. Secondo quanto dichiarato da De Negri nel suo memoriale e da alcuni testimoni, Ricci era solito picchiare e insultare il canaro e che, alla fine, pretendeva da lui la cocaina senza pagarla. Stanco di questi continui soprusi, il 18 febbraio 1988 De Negri attrasse Ricci nel proprio negozio con la scusa di rapinare uno spacciatore di cocaina che lì attendeva; lo convinse poi a nascondersi in una gabbia per cani, apparentemente in esecuzione del piano, ma lo chiuse dentro. A partire dalle 15:00 De Negri, che aveva assunto droga, seviziò per sette ore la sua vittima. Secondo il memoriale, avrebbe causato tutta una serie di lesioni tra cui il taglio della lingua e dei genitali, delle dita e di molto altro ancora. Ma la perizia escluse che Ricci fosse ancora vivo e che le “torture”, in realtà, furono inflitte post-mortem. Ricci, infatti, sarebbe morto per una decina di martellate che avevano provocato l’emorragia cerebrale quindi era spirato nell'arco di quaranta minuti.

Durante il processo il giudice Santiapichi è intervenuto spesso a redarguire alcuni testimoni, considerati troppo reticenti e li ammonisce anche formalmente. Alla fine, il verdetto: 24 anni di carcere a De Negri, in quanto gli venne concesso il vizio parziale di mente. Durante il processo, la famiglia di Ricci ha sostenuto la tesi che il canaro, in realtà, non fosse solo, una tesi che però non ha mai trovato conferma. La storia di De Negri, il canaro della Magliana, è emblematica perché universale: è la storia di un uomo tutto sommato mite, che conduce una vita schiva e che fa un lavoro considerato all’epoca piuttosto bizzarro che, ad un certo punto della sua vita, complice la cocaina, decide di dare sfogo al buio e agli abissi della sua anima. E’ la storia dell’ira, di quell’ira funesta che riesce a trasformare anche il più timido degli uomini in una bestia assetata di sangue. E’ una storia che rimarrà per sempre.
 

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