Cultura Chiaramonte Gulfi

Il Sacrificio di Clementuzzu e il magico mondo delle truvature

Non solo leggende

Chiaramonte Gulfi - E’ stato un fatto di cronaca nera, raccapricciante, che fino a poco tempo fa si pensava fosse soltanto una leggenda e invece, grazie alla pazienti ricerche in archivio, si è scoperto essere vero. E’ stato presentato ieri a Chiaramonte, presso il circolo di conversazione presieduto da Luisa Fontanella, il nuovo libro dell’antropologo Alessandro D’Amato e della storica Marcella Burderi intitolato: “Il sacrificio di Clementuzzu – Storie e leggende di tesori nascoti in Sicilia”, edito da Le Fate.  Ha dialogato con gli autori Giovanni Catania. Avete mai sentito parlare delle cosiddette “truvature”? Secondo la leggenda popolare sarebbero dei tesori nascosti “legati” a degli incantesimi. Per poter disincantare la truvatura, è necessario un rituale magico-religioso, come un sacrificio o una prova particolarmente difficile.

La prima parte del libro, curata da Alessandro D’Amato, analizza questo fenomeno antichissimo e, contrariamente a quanto si possa pensare in un primo momento, è diffusissimo anche nel resto d’Italia e in alcune parti d’Europa: “Ne parla Gogol in una delle sue novelle meno famose, denominata “La vigilia di San Giovanni” e narra proprio di un giovane ucciso per trovare un tesoro, ma ne parlano anche scrittori come Sciascia, Calvino, Camilleri. Ricordiamo, che una delle più famose storie delle truvature è quella legata alla costruzione del Duomo di Monreale: Guglielmo il Buono avrebbe sognato la Madonna mentre era addormentato sotto un carrubo. La Madonna gli disse di scavare sotto il carrubo e li avrebbe trovato il tesoro. Grazie a questo tesoro, avrebbe potuto costruire un tempio in suo onore”. Le truvature, spiega Alessandro D’Amato, potevano essere libere o, più spesso, incantante o “legate”.

A guardia, vi sarebbero stati degli esseri soprannaturali o animali. Spesso, per disincantare il tesoro, era doveroso fare un sacrificio (umano o animale), o delle prove di abilità impossibili da superare. D’Amato, spiega: “Ad esempio, stare una notte sullo scoglio al buio, aprire e mangiare tutti i chicchi di un melograno senza farne cadere neanche uno. Sono prove talmente difficili che giustificano il fallimento e il mancato ritrovamento del tesoro”. Le truvature sono legate anche a giorni, date e luoghi precisi: qualunque posto ritenuto dalla credenza popolare “misterioso”, poteva essere luogo di truvatura. Spesso, la numerologia è presente e anche i tesori dovevano essere trovati in date particolari, come la notte di San Giovanni, di Natale o il venerdì santo. In alcune storie, ricorrono spesso particolari raccapriccianti, come mangiare il fegato di un topo di sette anni, di una giumenta o addirittura di un essere umano.

Il fegato (e non il cuore), è un retaggio che ci portiamo dietro dalla dominazione araba e greca (basti pensare al mito di Prometeo). In queste culture, infatti, era considerato l’organo più importante, l’organo del coraggio, quello in cui passavano tutti gli umori. E Clementuzzu? Della parte prettamente storica si occupa la seconda parte del libro, a cura di Marcella Burderi. L’indicazione letteraria viene da S.A. Guastella che, in una lettera al Pitrè, parla di un processo per l’omicidio di un bambino. La Burderi ha raccolto tutte le testimonianze popolari su questa storia e dopo aver ritrovato in archivio il faldone per l’omicidio di una bambina, poi bruciata, datato 1886, è stato possibile confrontare nomi, luoghi, date. Tutto coincideva, a parte il sesso del bambino che, nella realtà era una bambina.

Il fatto di sangue si è verificato nel 1881, nelle campagne modicane, vicino Frigintini, in contrada Scrofani. Qui, una bambina sarebbe stata sacrificata da quella che il giudice chiama “la compagnia del tesoro”. Ciò che ne emerge è il racconto di una povertà umana e morale, un giallo alla Edgar Allan Poe a cui è difficile dare una soluzione. “Questa storia voleva essere raccontata”, spiega Marcella Burderi. “Ciò che è venuto fuori dalla sentenza è un modo pazzesco, di grande povertà, una storia di sangue che si intreccia con la nostra cultura popolare, col mondo del baliatico contadino, con miserie umane difficili, per noi, da comprendere”.

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