Giudiziaria Messina

Peppino Mineo, la candidatura nella Lega, l'inchiesta

Si è candidato nella Lega, prendendo 36 preferenze

Messina - Si è candidato al consiglio comunale di Catania, nella lista della Lega Nord, prendendo 36 voti di preferenza. Giuseppe "Peppino" Mineo -arrestato oggi su ordine della Procura di Messina- è molto noto, e per varie ragioni. Il papà era direttore sportivo del Catania calcio, e negli ambienti popolari catanesi è famoso come "il figlio di Mineo", dove Mineo era appunto l'uomo del calcio. Ideologo dell'Mpa di Raffaele Lombardo, amico fraterno di Peppe Drago, Mineo è stato docente associato di diritto privato alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Catania, giudice laico del Cga, nominato da Lombardo (per quanto sui requisiti e titoli professionali vantati dal Nostro vi siano state varie discussioni), candidato a svolgere il ruolo di giudice del Consiglio di Stato su indicazione del Governo Renzi. 

Proprio tale nomina politica sfumò perchè Mineo era finito sotto procedimento disciplinare per il ritardo con cui depositava le sentenze. 

Mineo, oggi arrestato per corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreti d’ufficio, alla obiezione circa il fatto che una sentenza, depositata oltre un anno dopo la camera di consiglio, era diversa da quella concordata con i suoi giudici, ha risposto che forse, visto il tempo trascorso, aveva dimenticato cosa era stato stabilito. Una spiegazione che decisamente non ha convinto il Gip che ha disposto il carcere per lui. E dire che il suo maestro è stato il catanese Pietro Barcellona, fine giurista e storico deputato comunista.

Per gli inquirenti, se le sentenze magicamente cambiavano quando il relatore era Mineo il motivo era un altro: la corruzione. L’ex componente del Cga in cambio di soldi si era detto disponibile a favorire le imprese siracusane Open Land e AM Group nei ricorsi che queste avevano intentato davanti al Cga contro il Comune e la Sovrintendenza di Siracusa. Sfruttando il suo ruolo di relatore della causa si sarebbe impegnato a sovrastimare il danno che i due enti avrebbero dovuto risarcire alle società controllate dai costruttori siracusani Frontino in un interminabile contenzioso.

A confermare i sospetti dei magistrati sono le rivelazioni di due personaggi che le vicende le conoscono bene: Piero Amara e Giuseppe Colafiore, legati a doppio filo ai Frontino e loro difensori in diversi contenziosi. Arrestati a febbraio dalla Finanza nell’ambito dell’inchiesta che ha svelato il «sistema Siracusa», la rete di corruzioni messa su per pilotare inchieste e affari che ha coinvolto anche l’ex pm Giancarlo Longo, Amara e Colafiore hanno cominciato a collaborare. Le loro dichiarazioni, al vaglio anche dei Pm romani che indagano su presunte sentenze pilotate al consiglio di Stato, raccontano di un vero e proprio accordo corruttivo con Mineo.

«Il giudice voleva 115mila euro. Non per sé, ma per il carissimo amico Giuseppe Drago, ex presidente della Regione siciliana molto malato che doveva fare un costoso intervento in Malesia. Drago è poi morto il 21 settembre 2016. Il pagamento è fatto per assecondare Mineo. - spiega Amara - Mineo ci chiese di aiutare Drago». Il denaro non venne dato direttamente al politico, ma passò per il conto maltese dell’imprenditore siracusano Alessandro Ferraro a cui oggi il gip ha concesso i domiciliari. "Dopo, incontrammo Mineo e parlammo della camera di consiglio. - prosegue il legale - Mineo ci ha rivelato il suo orientamento su Open Land e su AM Group. Cercammo, io e Calafiore, a Roma all’hotel Alexandra, alla presenza di Ferraro di convincerlo a riconoscere di più. L’incontro fu preparato, Calafiore venne con degli appunti e scrisse addirittura un’ipotesi di sentenza. Gli atti furono consegnati a Mineo...». Ma qualcosa va storto, perché intanto esplode il caso «Procura Siracusa» e tra veleni ed esposti si comincia a parlare della gestione che l’ex pm Longo faceva di certi fascicoli. Tutto si blocca, ma per il Gip, il reato non viene meno. E nella misura cautelare Mineo viene descritto come una persona «avvezza a una particolare professionalità a delinquere in spregio alla funzione pubblica ricoperta».
 

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