Cultura Scicli

La fotografia di Gianni Mania nel contesto fotografico siciliano

Una recensione dell'avv. Enzo Rizza

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Scicli - "E questa sera carica d'inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d'amore senza amore."


C'è tutta la disperazione e la speranza del canto di Quasimodo, in questo omaggio di Gianni Mania alla sua terra ed al suo assurdo contrappunto di bellezza e di ferite; di ombre di antichi palmizi su facciate cieche; di fettucce biancorosse delimitanti il nulla. Un grido d'amore - anzi che un lamento - che costringe all'interrogativo se lei ci ami o non ci ami, questa Sicilia bedda di cui Mania carpisce l'intimità dell'essenza; e perché dovrebbe?
Una Sicilia tenera come i cieli pastellati di queste marine e impetuosa come i mari temerariamente violati.
Ed intorno a tutto, la gente e la sua visione della vita; sospesa come nell'attimo del tuffo dal trampolino raccattato. La realtà senza veli ma non rancorosa, e l'attesa quasi bloccata di quel che il mare metaforicamente nasconde.
Commentava qualche anno fa Ferdinando Scianna, espressione di una scuola fotografica siciliana che ha avuto un ruolo peculiare nel contesto italiano del '900 e degli anni successivi: "Per noi la fotografia era racconto, memoria, polemica e impegno politico nei confronti della realtà. Mentre questi nuovi autori pongono l'accento sulla loro personale creatività, sullo stile. Noi, più modestamente, non avevamo questa ambizione: raccontavamo quello che vedevamo. La loro narrazione è filtrata, raccontano i loro sogni personali più che contenuti oggettivi".
"Questi nuovi autori, che non sono poi gli ultimissimi visto che hanno già 50 anni, inseguono la poesia, la bellezza, la sicilianità, l'arte...." afferma Letizia Battaglia.
Gianni Mania si è nutrito di questi canoni, di quelli della scuola siciliana, divenendone espressione qualificata, dandone prova nei suoi lavori editoriali e nelle sue mostre. Egli prosegue una tradizione che si rifà ai nomi di Enzo Sellerio, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia, Giuseppe Leone. Molto più modestamente, egli non rappresenta una realtà onirica: vuole solo rapportarsi - come ama dire - con il contesto che lo circonda, riproducendolo attraverso le immagini.
Ed accade così di trovare nel cassetto le immagini di qualche decennio prima, di scoprire che nulla è più lo stesso perchè le persone sono cambiate e le spiagge non sono più libere. E come sempre è difficile riconoscersi in quelle immagini oramai distanti, in quei buffi abbigliamenti, in quelle abitudini desuete, ed in quei sovrappesi inattuali.
Questo è l'impatto delle fotografie della mostra, capace di documentare tratti di vita che, comuni fino a pochi decenni addietro, sono oramai del tutto superati.
A quel punto, però, prendono vigore i paesaggi e prepotentemente emergono anche dal disordine di pali inspiegabili e di spiagge erose. E le tinte pastello di quei cieli, bizantinamente disegnate dai sottilissimi pennelli della natura, danno voce ad una poesia non voluta, perché Mania non vuole, consapevolmente non vuole, rappresentare la "sua" realtà, ma registrare un'immagine, un colore. Come se non fosse evidente, tuttavia, che la fotografia non è mai riproduzione della realtà, ma la sua percezione attraverso l'obiettivo del fotografo.
Non è una Sicilia iconografica, la sua; ed ancora mi interrogo del perché le fotografie di questa mostra abbiano avuto l'effetto di un pugno allo stomaco; se il pugno che le immagini di Mania hanno assestato al mio stomaco io lo abbia digerito o, come spesso mi accade, abbia prodotto solo il dolore dell'impatto e la fatica della rimozione. Se ne riparlerà; si... ne riparleremo. Forse.
Siamo in Sicilia.
Una mostra da vedere.