Cultura Scicli

Cosa fa grande Scicli? La retromarcia

Ovvero, il ripensamento

Scicli - Quando vedo i turisti fermentare, proprio come mosto nei tini, per le viuzze di Scicli, mi chiedo: ma che vengono a fare proprio qui con tutto il caldo che c’è?

E soprattutto: noi sciclitani, che cosa abbiamo offerto all’altare della bellezza universale per ospitare, poi, tutta questa gente?
A Scicli non c'è il Colosseo e manco il Duomo con le guglie, come quello della Madonnina, non ci sono Templi in rovina e a dire il vero nemmeno anfiteatri scavati nella roccia che sorridono all'Egeo. Per dire, a Scicli non c’è niente di tutto questo.
Tuttavia c’è sempre tanta gente giù per le strade.
Ah, c'è il barocco, il tardo barocco come sussurrano le guide turistiche coi loro megafonini (a ogni ora del giorno e della notte come fossero venditori ambulanti di materassi a molle, cuscini e sedie a sdraio), è vero; ma se guardate bene ai visitatori che frequentano i nostri luoghi, delle chiese costruite dopo il terremoto del milleseicentonovantaequalchecosa interessa ben poco.
Eppure qui da noi vengono in tanti. In tantissimi a dire il vero. Perché? Per il Cristo in Gonnella? Non credo. Per i faccioni cacciadiavoli di Palazzo Beneventano? Nemmeno per questo.
Per vedere Salvo, il commissario di Camilleri? Ma è più facile trovarlo in replica su Rai 1 che incontrarlo seduto in uno dei nostri bar mentre ciuccia una granita. E la gente che viaggia questo lo sa, mica è stupida. Però a Scicli ci viene lo stesso. Anche se Montalbano non c’è.
Forse i turisti arrivano a Scicli perché ci trovano simpatici, affabili e ospitali? Può essere, in inverno, però; perché col caldo delle nostre estati infernali qui diventiamo tutti scortesi. Provate a chiudere un affare in agosto con uno sciclitano, vi risponderà sicuramente così: sì, va bene, ci vediamo appena finisce questo caldo! Lo sciclitano non sopporta il caldo, come ogni buon abitante del Sud che al caldo non si è mai abituato e mai s’abituerà.
Ma da noi la gente arriva anche con 46 gradi. Misurati all’ombra del non so che, come dicono i meteorologi. Il viaggiatore del caldo se ne frega. C’è poco da fare. E se ci troverà un poco smaniati per via dell’afa non se ne farà un problema.
Anzi, la ragione dell’arrivo a Scicli, per un turista, risiede proprio in quell’attimo in cui: parcheggia, gira per le sette chiese del centro storico, selfie con la Madonna a Cavallo, puntatina al Castello (che castello non è) e per le grotte di Chiafura inclusi, fine della passeggiata veloce nella “più bella città del Mondo” (il tutto in meno di due ore) e inizio dell’interrogatorio gestito in autoanalisi: ma io, si chiederà il viandante, qui che ci sono venuto a fare?
Mica ha tutti i torti il turista, ma il bello è proprio questo: il perché.
Se ci pensate, da Catania per raggiungere Scicli ci vogliono due ore di macchina. Le strade sono quelle che sono. Non ne facciamo un mistero. Lo sanno tutti. E per giungere alle nostre amate destinazioni le mappe del turista devono essere aggiornatissime, perché a perdersi dopo Rosolini e sbarcare direttamente a Licata, senza passare dalla stanza del Questore di Vigata, non ci vuole niente. È un attimo, sbagli incrocio, ti pare Scicli e in realtà ti ritrovi a Gela.
E arrivato a Scicli, il turista, dopo aver superato l’impossibile, l’impensabile, l’incredibile, l’inarrivabile, appunto, pensa, riflette: tutto questo po’ po’ di viaggio per cosa?
Per questo! risponderemmo noi, se il turista potesse ascoltarci.
Per questo, solo per questo, per il gusto di farti riflettere e chiedere a te stesso: “come mai” e “perché” sei arrivato in casa nostra.
Ecco, gli sciclitani sono stati bravi a spacciare un “dubbio”, un ripensamento, come fosse un’opera d’arte. Ce ne dovete dare atto, se siamo patrimonio di un’umanità intera un motivo ci sarà, ed è questo: siamo il paese del “dubbio”, dei “perché” mai risolti, e forsanche dei perciò.

Se il turista avesse voluto visitare una città d’arte, in senso letterale, universale, sarebbe approdato a Venezia, in aereo oppure in treno, e il suo viaggio sarebbe finito con qualche foto in gondola, due tre vasche a piazza San Marco e qualche bomboniera di Murano da portare a casa.
A Scicli niente di tutto questo sarebbe stato possibile. Non c’è un aeroporto, non ci sono treni, non esistono strade che ti accompagnano a destinazione, niente gondole e piazze San Marco da visitare e soprattutto non c’è l’isola di Murano per i vetri d’autore e per le bomboniere.
Chi arriva a Scicli, sa che ha fatto un cammino pedagogico prima che turistico: Scicli ha il compito più intimo di far riflettere le persone sul perché dei loro viaggi.
La gente che visita Firenze può permettersi tutto questo? No, non ha tempo. Troppe cose da vedere, troppa bellezza artistica da godere.

A Scicli, invece, dopo un paio d’ore di camminata per la via delle basole e del barocco, lo straniero, stanco e accaldato (ma non lo dà a vedere), si smarrisce in un dubbio amletico, cieco: ed è proprio qui, in questo preciso istante che i turisti ritrovano sé stessi e si scordano pure che sono andati in vacanza alla ricerca dei luoghi artistici e d’autore.
Noi abbiamo venduto al mercato del turismo una retromarcia. Una semplice retromarcia. Un ripensamento. Un attimo di riflessione che il turista a Roma, ad esempio, davanti al trittico su San Matteo custodito nella chiesa di San Luigi dei Francesi, non potrebbe mai permettersi. La bellezza di un Caravaggio non concede distrazioni. A Scicli, invece tutto ciò è possibile.
A Scicli il turista può concedersi un pensiero intimo, una pausa meditativa che può durare anche un’eternità, a seconda del proprio orologio interno, che poi altro non è che una critica alla ragione nuda e cruda che l’ha spinto a farsi non so quale viaggio impossibile, partendo non so da quale accessibile luogo, per giungere negli Iblei e vedere quel poco ed effimero bello che c’è da visitare, e apprezzare, però, in profondità il “dubbio” che gli frulla per la testa e che gli sussurra al ritmo di un martello alimentato ad aria compressa: ma io qui che ci sono venuto a fare?
Scicli, insomma, ti fa riflettere, ti fa apprezzare il “relativo" tanto caro ai filosofi, anche perché qui da noi, a sud di Tunisi, l’assoluto, in senso stretto, artistico, letterario, non ha mai messo piede.