Cultura Scicli

Marco Goldìn: la fedeltà di Piero Guccione al mare

Il grande critico d'arte scrive dell'amico Piero

Scicli - Adesso che Piero Guccione non c’è più, sembra che anche il mare debba non esserci più. Oppure, che esisterà per sempre, dopo che il mondo non esisterà più. Perché è un’essenza, un pensiero, il profumo di un suono. Guccione ha dipinto ininterrottamente il mare dalla fine degli anni sessanta a quattro anni fa, quando la sua condizione non gli ha più reso possibile l’espressione della pittura. E’ stato quasi mezzo secolo di fedeltà assoluta all’azzurro, da quando Piero riprese a scendere in Sicilia da Roma, dove si era trasferito da Scicli nell’inverno del 1954. Tornarci e finalmente dipingere il mare. Come un appuntamento segnato da sempre nel suo libro delle ore, nella sacca del suo destino, fin da bambino. 

Forse nessuno, forse nemmeno Morandi, ha messo nella sua ricerca un simile senso di fedeltà a un colore, un tale senso di fedeltà a un’immagine. Che poi è niente di più di quel tratto di costa siciliana lungo la spiaggia inarcata di Sampieri, davanti al Mediterraneo. Quanti passi ho fatto su quella spiaggia con Piero, nei trent’anni che ci hanno visti accanto e che hanno portato tante mostre in ogni parte d’Italia. E tanti libri che gli ho dedicato, fino all’ultima monografia in occasione dei suoi ottant’anni, nel 2015. Ma soprattutto, una grande vicinanza d’anima che adesso rivedo nel fascio delle sue lettere che tengo tra le mani.
Il mare è stato per Guccione il luogo in cui tutto è accaduto, fuori e dentro di lui. Perché il mare se è stato realtà è stato soprattutto lo spazio del risolversi del tempo, il suo accadimento continuo e il rovesciarsi nella profondità che da sguardo diventava incanto e stupore. Certe parole di Piero, dette sempre con parsimonia e delicatezza, riecheggiavano quelle di Cézanne al figlio nelle lettere delle ultime settimane di vita. E forse non è un caso, perché proprio il pensiero di Cézanne fu la folgorazione iniziale, dopo che l’amico Ugo Caruso portò da Milano, sul finire degli anni quaranta, una monografia dedicata al pittore di Aix. Non molti anni fa Guccione dichiarò: “Prima di finire, mi piacerebbe poter dire tutto questo con la pittura, più compiutamente di quanto abbia fatto fino a oggi, almeno tentato”, e si riferiva alla sua capacità di dire in pittura il senso di meraviglia di fronte al mondo, il dibattersi davanti alla luce. E la gratitudine perché la vita gli aveva dato la possibilità di vivere immerso in un tale mistero.

E’ stato lungo l’operare di Piero, sempre nel silenzio del suo studio, prima davanti al mare a Cava d’Aliga e poi nella campagna di Quartarella, nel territorio modicano, in mezzo ai carrubi e ai muretti a secco. Alle gazze filanti. E anche in questa scelta di continuare a dipingere il mare allontanandosi fisicamente da quello stesso mare, si coglie il suo desiderio di abitare sulla soglia dell’infinito. Nel punto in cui della vita tutto si vede ma poi ci si ritrae, si respira piano e si comincia a dipingere. Lunghe sedute a stratificare ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, l’azzurro. Per rappresentare ciò che non è apparentemente rappresentabile. L’azzurro che è il mare ed è il cielo, la loro perfetta armonia. L’essere ugualmente separati e uniti dalla linea dell’orizzonte.
Ci si chiede come sia stato possibile che una pittura legata al vedere, alla raffigurazione del visibile, abbia spalancato dentro un simile mistero la porta dell’invisibile. Che tuttavia sorge da ciò che il pittore ha conosciuto. Dopo lunghi anni, e perfino decenni, di osservazione, e quasi di appostamenti quotidiani, su una spiaggia, davanti a un mare che ha per confine solo l’infinito. E ancor di più, l’immenso dell’anima. Quell’anima che nella pittura di Piero Guccione si è strutturata in correnti, luci, fiati d’ombra e infine, nei quadri di quest’ultimo decennio, anche in grumi di gialli tramonti che si spandevano sull’acqua, galleggiando.
E lasciatemi adesso finire questo ricordo di Piero tornando per un momento sulla spiaggia di Sampieri. Tanti anni fa. Quando, con la Ketty e le nostre figlie piccole, ci sedevamo sul muretto dopo avere lasciato l’auto alla pompa di benzina di Giovanni. Stavamo lì seduti nel primo mattino, davanti al mare, e le bambine già giocavano sulla sabbia. Mi piaceva guardare due figure che sempre di più si allontanavano, camminando e parlando tra loro sulla spiaggia. Lontano, si vedeva la fornace del Pisciotto e nell’aria l’odore delle piante aromatiche. Guardavo quelle due figure. Due pittori ai quali volevo bene, volevo immensamente bene. Due pittori straordinari, che hanno saputo raccontare il tempo dalla parte della luce. Ognuno a suo modo, lasciandoci incantati.
Sono stati amici per più di sessant’anni. Hanno camminato insieme a Sampieri ogni mattina per decenni, parlando di pittura e della vita. Mi sembra di vederli ancora, Piero Guccione e Franco Sarnari, guardare vicini il mare ed esserne parte. Guardarlo e cercare il suo segreto. Mi sento fortunato ad averli incontrati e poi accompagnati per un tratto di strada.
Caro Piero, che il mare ti accolga anche stanotte sotto le stelle.