Lettere in redazione Scicli

Dove va la salute mentale in Sicilia?

Riceviamo e pubblichiamo

Scicli - Siamo una associazione di volontariato chiamata “CI SIAMO ANCHE NOI” formata da familiari di persone che soffrono di un disagio psichico.
I nostri primi passi sono stati quelli di capire come funziona il settore della salute mentale, partecipando a vari convegni, riunioni di diverso tipo ecc. ma ancora oggi ci sembra di essere in un labirinto.
In tutto il nostro percorso fin qui effettuato di una cosa ci siamo convinti, e cioè che una delle medicine importanti per i nostri disabili è quella della socializzazione, ribadita in tutti gli incontri cui abbiamo partecipato.
Alcuni soci della nostra associazione, nel mese di settembre di quest’anno, hanno partecipato a un convegno a Catania dal titolo “QUALE ASSISTENZA IN SALUTE MENTALE IN SICILIA”.

Abbiamo appreso con stupore che dal 1980 fino al 2000 la Sicilia, secondo dati dell’ISTITUTO SUPERIORE SANITA’, era in linea con i parametri nazionali sia con riguardo al numero di operatori, sia ad una rete ambulatoriale per pazienti medio/lievi che possono recarsi autonomamente ai servizi, come pure ad una rete residenziale/riabilitativa per i pazienti più gravi in strutture h24 su h24. Se si fosse continuato in quella direzione, oggi saremmo in una condizione molto diversa.
Purtroppo dal 2000 in poi la tendenza cominciò a cambiare progressivamente, e ciò principalmente a causa di due fenomeni distinti ma entrambi convergenti nella stessa direzione, e cioè quella di un notevole peggioramento.
La prima di queste cause consiste nella notevole riduzione degli operatori dei D.S.M. (Dipartimenti di Salute Mentale), e ciò non solo per la riduzione della pianta organica, ma anche per il mancato reintegro di quelli (già ridotti) andati in pensione. Questa (doppia) riduzione ha comportato tra l’altro che: gli operatori dei Dipartimenti di Salute Mentale si sono medicalizzati sempre di più; per carenza di figure professionali, non si riescono a realizzare programmi per la riabilitazione; i pochissimi centri diurni non rispettano i parametri di apertura; le strutture semi residenziali come i DAY HOSPITAL sono stati chiusi; le famiglie e i pazienti, che prima venivano visitati diverse volte l’anno, adesso per carenza di personale sono quasi abbandonati al loro destino; sono venuti a mancare i tutor per organizzare il tempo libero dei pazienti e favorire la loro socializzazione e tante altre iniziative utili per il benessere delle persone che soffrono.
La seconda causa del peggioramento è dovuta al verificarsi di una crescita a dismisura di strutture privatistiche come le CTA (Comunità Terapeute Assistite). Queste, infatti, prima del 2000 erano presenti solo a Catania, Trapani e una sola a Siracusa, e ciò comportava che nel conteggio complessivo della spesa sanitaria la somma ad esse dedicata era solo residuale.
E’ successo però che il proliferare di queste strutture privatistiche h24 su h24, per legge previste solo per i casi più gravi e solo per periodi di tempo limitati, ora stanno assorbendo quasi il 50% della spesa Sanitaria, a scapito delle altre strutture, e soprattutto dei servizi sul territorio. Perché tutto ciò?
Cercheremo di spiegare, prima di tutto a noi stessi, come si sono sviluppate le residenzialità psichiatriche privatistiche, altrimenti non si capisce tanto sviluppo.

Ogni struttura ha venti posto letto; è stato calcolato il costo per la collettività di ogni persona disabile pari a circa 6000,00 euro al mese, che moltiplicato per i venti disabili e per i dodici mesi, porta ad una spesa complessiva annua di 1.440.000 euro per ognuna di queste strutture. Sembra ovvio che qualunque privato abbia le capacità e l’opportunità di aprire una Comunità Terapeutica Assistita privatistica ha tutto l’interesse da una parte di avere occupati tutti i venti posti letto accogliendo anche pazienti non gravi, e dall’altra di trattenerli il più a lungo possibile in modo da realizzare alla fine dell’anno un sostanziale utile d’esercizio; il tutto, però, in violazione del più che giusto e logico precetto normativo che limita i ricoveri in questione ai soli casi più gravi ed al tempo strettamente necessario.
Ma c’è dell’altro: infatti è stato pure calcolato che ogni C.T.A. potrebbe funzionare benissimo anche se ospitasse solo 10/12 persone disabili invece dei venti; in questo modo si libererebbero circa il 35/40% (450/500 mila euro per ogni CTA) di risorse che potrebbero essere destinate dove servirebbero meglio per raggiungere obiettivi più significativi ; senza, per esempio, costringere i Dipartimenti di Salute Mentale ad elemosinare, peraltro spesso inutilmente, un tutor del costo di circa 10.000 euro l’anno.
Tutto questo dunque a discapito di tanti gli altri servizi utili al benessere psicofisico dei pazienti; servizi che nelle varie forme possibili e adattabili specificamente ai singoli casi concreti, non possono essere attuati proprio per il venir meno di questo considerevole ammontare di fondi.

Se non si interviene in qualche modo, e quindi restando in questa situazione (che di per sé tende a peggiorare nel tempo perché lasciata alle leggi di mercato), nel futuro avremo nient’altro che tanti piccoli manicomi, con la soddisfazione dei nostalgici.
Un’altra anomalia che si evince è proprio la mancanza di una regia, di un programma regionale, di una strategia da perseguire; o forse c’è, quella del più forte.
Sappiamo che, anche se è utile, non basta elencare le cose che non funzionano; bisogna anche intervenire su queste anomalie, cercando di risolverle o quantomeno neutralizzarle per quanto possibile, per evitare il drenaggio di risorse sottratte ad altri settori utili e necessari.
Pertanto, nel segnalare all’opinione pubblica i problemi sopra indicati, invitiamo i politici di buona volontà e le autorità che si occupano del settore di aiutarci nel cercare risolvere il problema della salute mentale in Sicilia, perché non si può speculare sulla salute dei più deboli solo perché non hanno voce.

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