Cultura Caporetto

L’amore che ti diedi

A mio Padre, combattente sul Carso

Maria guardava un punto fisso e lontano senza curarsi minimamente della mia presenza.
Le presi la mano per risvegliarla da quello strano torpore fatto di assenza e di ricordi.
-Sono sopravvissuta alla Grande Guerra e al suo dolore, cosa vuoi che m’importi, ora, se domani dovessi morire?- Pronunciò queste parole lentamente in uno stato di trance.
Mi sentivo in imbarazzo e maledii la mia curiosità.
-Scusami. – Balbettai- Non volevo ferirti. Pensavo che ti avesse fatto piacere raccontare qualcosa della tua vita. Un modo come un altro, banale, forse, se vuoi, per capire e amare. – Conclusi.
Lei ebbe come un sussulto e ritornò a fissarmi. Le sue labbra avvizzite si sforzarono di sorridermi.
-Mi chiedevi un racconto, la mia vita, mi parli di amare? E che cos’è davvero in fondo l’amore, te lo sei chiesto mai?-
Le presi le mani tremanti e gliele strinsi con l’affetto di un figlio.
Era sola, Maria. Novantenne e senza alcun interesse ormai per la vita. Lontani parenti l’avevano parcheggiata in quella casa per anziani e da quel giorno era diventata una donna senza storia, un numero. I pochi ricordi li aveva chiusi in fretta in una piccola valigia prima di abbandonare per sempre il paesello e la casa nella quale era a lungo vissuta.
-Lui era bello, alto, biondo. -Cominciò a raccontare. - Sembrava un montanaro tirolese più che un siciliano, sicuramente aveva qualcosa di normanno.
Partì con l’ultimo scaglione, destinazione prima Palermo, poi Milano e poi il Carso.
Lo accompagnammo alla nuova stazione ferroviaria con la carrozza, io mia mamma e mio papà. C’erano anche i suoi genitori e la sorella a salutarlo.
Mi strinse forte la mano e non potette darmi neppure un bacio.
“Tornerò, tranquilla!” Mi disse e ci sposeremo.
Il treno venne sbuffando da Modica, lui saltò su e mi agitò un fazzoletto bianco fino a quando i binari scomparvero dietro la curva.
Ero triste. Mia madre non profferì parola. Mio padre balbettò solo qualche frase di convenienza, anche a lui mancavano le parole. Salutammo i suoi e rientrammo a casa.
Furono giorni grigi, vissuti nell’attesa di un biglietto.
Alberto, questo era il suo nome, dapprima scriveva con una certa assiduità. Da quando, però, era stato trasferito al fronte, i tempi si erano allungati a dismisura fino a farmi impazzire.
I miei genitori avevano permesso quel fidanzamento prematuro proprio perché la cartolina di precetto ci avrebbe tenuto lontani un bel po’. Eravamo troppo giovani per il matrimonio, dicevano, dovevamo maturare. –
-Quanti anni avevi?- Domandai.
-Io diciassette, lui diciannove. –
-Eravate giovani sì, ma non così immaturi. – Sbuffai.
-Erano tempi diversi. –Replicò lei. –Dopo un lungo silenzio, ricevetti finalmente una lettera stropicciata, in parte censurata. Alberto m’informava di trovarsi in un posto di cui non poteva dirmi, scriveva che la guerra lo aveva molto provato, giurava che sarebbe stato mio per sempre qualsiasi cosa fosse accaduta. La calligrafia era strana ma la chiusura della lettera era uguale a tutte le altre: “L’amore che ti diedi è per sempre, custodiscilo gelosamente nel tuo cuore”.
Di nuovo un altro lungo silenzio.
Ero avvilita. Mio papà fece fare delle ricerche. La sua famiglia non aveva più notizie.
Qualcuno disse che era caduto a Caporetto, in quella tragica disfatta.
Non ricevetti più lettere dopo di quella, infatti, e mi convinsi per un attimo che non c’era un’altra verità.
I suoi vestirono a lutto, la sorella piangeva inconsolabile, anch’io mi misi in gramaglie e la vita perse ogni interesse, ogni colore per me.
Dopo la vittoria, alla fine della guerra, le salme di alcuni caduti furono rimpatriate ma la sua non era fra quelle.
Segretamente speravo in una ricomparsa.
Suo padre ricevette un giorno una lettera con la quale le autorità competenti dichiaravano Alberto defunto. In effetti, prima era stato considerato disperso. Sicuramente era uno dei tanti cadaveri non identificati, affermavano.
Questa era stata la conclusione ufficiale. Non restituirono ovviamente nessun piastrino di riconoscimento, non diedero di lui altra pista.
Col tempo finii di sperare e mi convinsi che Alberto non era più tra i vivi.
Accarezzavo la sua ultima lettera nei momenti di particolare solitudine e questo riempiva un po’ il vuoto che aveva lasciato la sua storia nel mio cuore.
Il tempo passò inesorabile, la ferita cominciò a rimarginare.
Mia madre un giorno mi chiamò in disparte e m’informò che il figlio del farmacista aveva chiesto la mia mano.
Era un bravo giovane ma non sentivo nulla per lui.
Ad ogni modo, anche contro la mia volontà, mio padre gliel’aveva già concessa.
Rassegnata, cominciavo con questa notizia a recuperare una certa serenità.
Una mattina il postino mi recapitò una lettera. Era molto simile a quelle che mi arrivavano dal fronte. Veniva da Udine. Era una lettera di Alberto, somigliava tanto all’ultima, la stessa calligrafia, la stessa chiusura. Qualcosa successe nel mio cuore. Lo stupore provocò un autentico tumulto. Il figlio del farmacista rimase di stucco. Alberto era vivo, allora? Come mai quella lettera dopo tanti anni di silenzio? E proprio quando io ormai mi ero decisa a convolare a nozze? Mio padre consegnò la lettera ai carabinieri, furono fatte delle indagini, non si approdò a nulla. Rimandai la data del matrimonio, sperando di prendere tempo per capirci un po’ di più. Un altro lungo silenzio. Quando io e il mio promesso sposo avevamo di nuovo fissato la data del matrimonio, un’altra lettera come le precedenti veniva a turbare la serenità della mia anima. “L’amore che ti diedi è per sempre, custodiscilo gelosamente nel tuo cuore.” Era la chiusura solita.-
-E allora? – La incalzai. – Il matrimonio non si celebrò più?-
Lei mi guardò.
-Come potevo sposare un uomo che non amavo e ingannarlo?- Continuò la vecchia signora. –Dopo l’ultima lettera, i carabinieri si trincerarono dietro uno strano e complice silenzio. Rimasi così per qualche anno ancora. Avevo già una certa età, non ero più una ragazzina. Un altro buon partito si fece avanti con mio padre. Era un maestro, questa volta, un bravo giovane. Mi sembrò più attraente del precedente e dissi subito di sì.-
-E di nuovo ricomparvero le lettere, immagino. – La interruppi.
-Esatto! – Confermò lei. – Questa volta, comunque, avevo deciso di non restare zitella e di sposare l’uomo che mi aveva chiesto in moglie. Le lettere continuarono ancora per qualche anno a mio dispetto, poi il silenzio. –
-Come mai? Hai saputo chi era stato il vero autore? – Domandai sorpreso e intrigato.
La vecchia signora chiuse questa volta gli occhi forse per pensare la risposta.
Seguì un’altra lunga pausa che nessuno dei due osammo interrompere.
-Sei stata felice con tuo marito almeno? – Azzardai, poi.
- Sì. – Rispose. – Anche se il primo amore non si scorda mai, l’uomo col quale mi trovai a condividere la vita non aveva nulla in comune con Alberto. Era, però, una persona buona e devota che mi seppe stare vicino con delicatezza e grande sensibilità. Grazie a lui superai la grave depressione nella quale mi aveva fatto sprofondare lo stillicidio di quelle lettere postume. –
-Che strano questo racconto! Quasi potrei credere all’esistenza di un vero fantasma. – Conclusi.
-I fantasmi non esistono. – Ribadì lei con un sorriso ironico sulle labbra. –I fantasmi esistono solo nella nostra fantasia. Ormai vecchia e inutile, seppi finalmente la verità. Quelle lettere erano davvero di Alberto. Era rimasto gravemente ferito durante la ritirata di Caporetto. Era stato salvato da una famiglia dei dintorni. Aveva sposato la figlia del suo salvatore solo per sdebitarsi e, per fare questo, aveva cambiato città, nome e identità. Ma il suo amore per me durava ancora e si era trasformato, purtroppo, per un senso d’impotenza, in accanimento, ossessione e rabbia.
I carabinieri, dopo le prime lettere, avevano cominciato a sospettare e, alla fine, avevano scoperto l’imbroglio. La sorella lo informava puntualmente su ogni mio progetto. Alberto non accettava purtroppo l’idea che io mi fossi potuta rifare una vita anche senza di lui.-
-Non ho parole! –Esclamai.
-Capita quando si ama a senso unico. – Mi corresse lei. –L’amore quello vero è fedele, non conosce la gelosia perché sa che nessuna può sostituire nel cuore di un altro chi veramente lui ama. Non è egoista. Infatti, vuole solo il bene dell’altro. Io ho amato davvero, ma ho amato un uomo che non esisteva, o, meglio, che è esistito solo nel mio cuore.-
Questa volta la vecchia signora mi guardò a lungo, dritto dritto negli occhi quasi a sfidarmi.
-L’amore – continuò- è una cosa meravigliosa. Quando finisce, però, bisognerebbe avere il coraggio di vivere quel momento con dignità e giudizio perché l’amore, quello vero, non sopporta né i giochi né gli intrallazzi né i tradimenti. Ah, la guerra! – Sospirò. –Sposare quell’uomo sarebbe stato per me un errore fatale! –

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