Cultura Album di famiglia

Conoscete quel bambino? E' Benito Mussolini. FOTO

Nato in una borgata dell’Appenino forlivese da una famiglia di modeste condizioni

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Di origini probabilmente romane, Predappio sorge sulle colline dell’Appennino forlivese. Sul finire dell’Ottocento contava poco più di 5.000 abitanti, distribuiti tra il nucleo principale del paese, attorno al castello medievale
dell’odierna Predappio Alta, e le molte borgate che ne costituivano il circondario.
Lungo la valle del Rabbi, a un paio di chilometri da Predappio, sorgeva la frazione di Dovìa, oggi perduta, costituita da poche case sparse, una scuola e un’osteria. In uno di quei casolari, il 29 luglio 1883, nacque Benito Amilcare Andrea, figlio del fabbro autodidatta
Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni.
In Italia ferveva ancora la commozione per la scomparsa del patriota garibaldino Alberto Mario, spentosi il 2 giugno, a un anno esatto
di distanza da Garibaldi, morto a Caprera il 2 giugno 1882. L’evento dovette certamente scuotere Alessandro Mussolini, venuto al
mondo nel 1854 nella casa che appena cinque anni prima aveva ospitato proprio Garibaldi e la moglie Anita, in fuga da San Marino verso le Valli di Comacchio. Divenuto Duce degli italiani, Benito amava ricordare questo insieme di circostanze, che lui leggeva come
coincidenze, suggerendo un ideale passaggio di consegne tra l’eroe leggendario protagonista dell’unificazione d’Italia e lui stesso, fondatore di un nuovo impero italiano.

Anche i tre nomi imposti al bambino erano carichi di significato: Benito, come Benito Juárez (1806-1872), rivoluzionario messicano, due volte presidente del Messico e primo indio della storia a ricoprire tale carica; Amilcare, in onore di Amilcare Cipriani (1843-1918), famoso patriota e anarchico la cui elezione a deputato sarebbe stata caldeggiata dallo stesso Mussolini, trent’anni dopo; Andrea, in
omaggio ad Andrea Costa (1851-1910), fondatore, nel 1881 a Rimini, del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, e futuro primo
deputato socialista nella storia d’Italia. Li aveva scelti con cura Alessandro, socialista rivoluzionario, ateo e anticlericale, mentre
Rosa, devota cattolica, non li approvava ma li accettò, a patto di poter battezzare il figlio. Alessandro Mussolini non era certo un’eccezione, all’epoca. L’unità d’Italia aveva dato vita a una nuova regione, l’Emilia-Romagna, che aveva inglobato non soltanto l’ex ducato di Parma e Piacenza insieme a quello di Modena e Reggio Emilia, ma anche la città di Bologna e tutti i territori a est di questa, tradizionali possedimenti dello Stato della Chiesa, ereditando i mali del secolare immobilismo pontificio. Nella seconda metà dell’Ottocento, l’Emilia-Romagna era dunque una zona generalmente depressa, la cui endemica povertà divenne miseria quando, dal 1° gennaio 1869, il ministro delle Finanze Quintino Sella impose l’odiosa tassa sul macinato, per far fronte al gravissimo deficit del giovane Regno d’Italia.

Il provvedimento scatenò ovunque una serie di proteste che proprio nella nuova regione conobbero una particolare violenza, tanto da
indurre alcuni storici a considerare queste sommosse come l’equivalente settentrionale del brigantaggio tipico del Sud. La repressione
dei moti fu affidata al generale Raffaele Cadorna (padre di Luigi, capo di stato maggiore durante la Prima guerra mondiale), cui furono
concessi poteri militari straordinari per meglio operare, e che al termine della campagna mirante a ristabilire l’ordine nei paesi
in rivolta lasciò sul terreno, tra dimostranti e soldati, 250 morti e un migliaio di feriti.
I rivoltosi dell’Emilia-Romagna erano per la maggior parte repubblicani, e auspicavano la caduta della monarchia. Vi si aggiungevano molti anarchici e un numero ancora maggiore di socialisti, destinato a crescere nel tempo.
Tra loro naturalmente figurava Alessandro, socialista della prima ora e per breve tempo consigliere comunale a Predappio, che proprio a causa del suo impegno politico stentava spesso a trovare lavoro. Le magre entrate dei Mussolini erano dunque garantite soltanto dallo stipendio di Rosa, alla quale era stata assegnata, come maestra elementare, una casa di due stanze in cui la famiglia viveva modestamente: in un locale dormivano marito e moglie, l’altro ospitava una grande cucina e un letto che Benito divideva con il fratello minore Arnaldo (così chiamato in onore di Arnaldo da Brescia, il riformatore religioso fatto giustiziare nel 1155 da papa Adriano IV).

Solitario e ribelle, Benito crebbe in questo clima di dignitose ristrettezze, che la madre sopportava cristianamente e il padre stigmatizzava come conseguenza dell’ingiustizia sociale. Dopo aver frequentato a Dovìa e poi a Predappio le prime due classi elementari, fu mandato al collegio salesiano di Faenza, da cui, insofferente alla rigida disciplina ecclesiastica e di carattere
turbolento, fu espulso. Dopo i vani tentativi materni di istruirlo a casa, fu deciso di fargli proseguire gli studi nella vicina Forlimpopoli, dove sorgeva un istituto laico: la Regia Scuola Magistrale maschile “Carducci” diretta da Valfredo Carducci, fratello del celebre poeta
Giosuè. Anche qui, tuttavia, l’inquieto Benito mordeva il freno, collezionando espulsioni e punizioni meno gravi per una serie di bravate.

Intanto, sotto l’influsso paterno, si avvicinava al socialismo, frequentando i comizi e le riunioni che animavano la vita politica della cittadina, finché nel 1900, a 17 anni, s’iscrisse al Partito Socialista, fondato a Genova nel 1892. L’anno successivo, l’8 luglio 1901, conseguì finalmente il diploma di maestro elementare, preparandosi a trovare il suo posto nel mondo.

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