Cultura Bertolucci

L’ultimo tango di Bernardo

Bernardo, come amava ripetere, ritrovava in ogni film il gusto di sorprendersi e di sorprendere

Madrid - Ieri mattina è stata diffusa da tutte le agenzie di stampa la notizia della morte di Bernardo Bertolucci.
Mi preparavo a compiere il mio solito viaggio mattutino in metropolitana, a Madrid, e, per un attimo, rimasi davanti alla televisione in religioso silenzio.
La mia generazione ha convissuto con quella di Bertolucci. Per noi giovani sessantottini, Bernardo era il mito, il fratello maggiore, il genio riconosciuto e amato, legato profondamente a una Sinistra che è scomparsa purtroppo molto prima di lui.

L’ambiente familiare nel quale Bernardo era cresciuto e maturato era stato di prim’ordine. Il padre, Attilio Bertolucci, era stato un poeta celebrato dall’élite intellettuale del suo tempo. Casa Bertolucci si era trasformata in un cenacolo d’arte e in un crocevia degli Spiriti più grandi del momento. Pasolini, però, fu il suo vero mentore. In principio, infatti, Bernardo lo aiutò nella regia di diverse pellicole.
Ma il Nostro fu molto di più, superando di qualche spanna il maestro.
La sua insostituibile capacità di affabulazione raggiunse limiti umanamente quasi irraggiungibili nel Piccolo Buddha, ne L’ultimo Imperatore.
Io, però, non voglio ricordare Bertolucci per questi splendidi film.
Il mio Bertolucci preferito è quello dell’Ultimo Tango a Parigi e de Il Tè nel deserto, due opere che scavano nell’intima fragilità dell’uomo per affermare, attraverso il celebre e naturale anticonformismo dell’Autore, la libertà di essere e il diritto di vivere la vita che si è scelta.
Ricordo il grande polverone suscitato da Ultimo Tango a Parigi. Gli anatemi di una bigotta e ipocrita Italietta che si scandalizzava più per fare un piacere a qualcuno d’Oltretevere che per convinzione e per sani principi.
Io come diversi sfidammo, alla prima proiezione del film nello storico e glorioso Cinema Italia di Scicli, il diktat furioso dell’arciprete-inquisitore, gravido di scomuniche e di penitenze spirituali.
Fu un’esperienza drammatica, quel film, che mi cambiò la vita e per sempre l’icona di Marlon Brando rimase scolpita nella mia memoria come l’enigmatico e oscuro volto della coscienza di una società che anticipava di vent’anni il cambiamento.
Un cambiamento nei costumi, nella morale, nelle scelte e preferenze politiche non solo degli italiani ma degli Europei in genere.
Il vecchio continente strizzava l’occhio proprio da Parigi, città secolarmente libera e indipendente, agli Stati Uniti d’America.
La solitudine dell’uomo dell’Ultimo Tango, nonostante fosse immerso in un universo affollato come quello parigino, preannunciava, purtroppo, lo squallore esistenziale nel quale sarebbero stati affogati i sentimenti dal consumismo.
Bernardo, come amava ripetere, ritrovava in ogni film il gusto di sorprendersi e di sorprendere.
Che la terra ti sia lieve, caro Compagno dell’età mia più bella. Grazie per aver sognato e averci fatto sognare, per averci regalato con il sogno la tua formula segreta di una felice e splendida utopia.

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