Cultura Scicli

La Scicli di seconda metà Quattrocento del notaio Giuliano Stilo

L’universo comitale socio-economico era scosso da spinte xenofobe

Scicli - I bastardelli del notaio Giuliano Stilo sono i documenti più antichi custoditi presso l’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica.
Sono documenti venerabili miracolosamente sopravvissuti a tutte le ingiurie del tempo e arrivati intatti fino a noi.
Giuliano Stilo esercitò a Scicli per un lungo periodo. Di questa sua attività notarile rimangono purtroppo solo i bastardelli relativi agli anni 1473, 1474, 1475.
Sono anni importanti per la Contea di Modica che preludono a grossi rivolgimenti e cambiamenti.
Giovanni Cabrera, figlio di Giovanni Bernardo, conte di Modica, dettava sul letto di morte il suo ultimo testamento il 29 maggio 1474. Lasciava la contea nelle mani della moglie, la cugina Giovanna Ximenes de Foix Cabrera, tutrice del figlioletto Giovanni e madre di due figlie femmine di cui una nata subito dopo la morte del marito. Ma il piccolo Giovanni, ancora in tenerissima età, avrebbe seguito il padre nella tomba a distanza di pochissimo tempo.
Per un illuminato presentimento del Conte Giovanni che si riallacciava comunque al pensiero del nonno Bernardo Cabrera, al suo primogenito Giovanni, in caso di morte di quest’ultimo, sarebbe dovuta succedere, come in effetti fu, la primogenita delle sue figlie femmine, Anna.

Anna presterà, infatti, al Viceré di Sicilia il consueto “homagium fidelitatis et vassallaggij” il 1º settembre del 1477, a pochi anni dalla morte del padre e a pochi mesi da quella del fratello, diventando la prima “contessa” di Modica.
Non solo politicamente questi anni sono importanti per l’assetto ereditario della Contea ma anche storicamente.
L’universo comitale socio-economico era scosso da spinte xenofobe che portarono inevitabilmente a pesanti ritorsioni contro la comunità ebraica a Modica, sulla scia di quanto era accaduto a Noto e in altri grossi centri siciliani.
La Scicli di Giuliano Stilo, nonostante fosse per importanza la seconda città della contea, invece, è un microcosmo pacifico, dominato da una élite commerciale non indifferente che rappresenta una grassa borghesia emergente costituita in gran parte da “conversi”. I cognomi lo rivelano senza alcun dubbio.
Ho voluto costruire, leggendo attentamente tutti gli atti dei bastardelli superstiti del notaio Stilo (includendo anche gli atti cassati), un vero e proprio “topografico”: un indice, cioè, comprendente ogni singolo atto corredato da una breve descrizione.
Il grande e antico agglomerato urbano di Santa Venera alle pendici del Colle San Matteo, sotto l’attuale Chiesa di Santa Lucia, smentisce, in verità, qualsiasi teoria formulata in epoca ottocentesca secondo la quale la città sarebbe lentamente scivolata, soprattutto nel Quattrocento, verso le ricche e fertili pianure dall’impervia e inaccessibile rocca.
L’abitato urbano di Santa Venera nel 1473 è assolutamente antico e ben consolidato per essere il frutto di un “moderno” insediamento. Al contrario, da Santa Venera per contiguità ed espansione la comunità sciclitana colonizzerà la naturale propaggine di Monte Campagna spingendosi fino alle antiche “Botteghe” dell’attuale Carmine che si raggrupperanno intorno alla “Porta Settentrionale”. Questa porta presumibilmente controllava l’accesso alla cittadella fortificata dalla pianura. Doveva essere una delle zone più periferiche della città, se proprio nei paraggi era stato situato un lupanare, ambiente che richiede una necessaria discrezione per i clienti che amano frequentarlo.

“Lupanare in contrada di li Miccicheni, confinante con vucciria di Pietro di Miccicheni a oriente, a occidente con bottega di Brathonio Euritt, con case di Simone di Purchello, con porta verso settentrione.”
Il lupanare fu affittato da Jacopo Creenza e dalla moglie per onza una e sei tarì.
Godono di un’importante centralità nel quartiere di Santa Venera la chiesa di Santa Maria la Nova, ancora in “marammata”, e un’affollata confraternita di Santa Maria della Pietà. Nel testamento, Nicola Melfi lascia ai confrati dieci onze.
Chicco de Vaccaro, condannato non sappiamo perché a prestare servizio nelle regie galere, è difeso da un avvocato pagato profumatamente dai genitori con tre onze d’oro.
Spiccano nel quartiere di Santa Venera le famiglie Arrabito, Belguardo, Carpintieri, Cassarino, De Prattes, Di Fede, Di Martino, Erizzi, Ficicchia, Giluso, Giuffrida, Guarrasi, Ioccia, Issisa, Lo Conte, Mazzara, Melfi, Miccicheni, Micheli, Mirabelli, Moncata, Ragusa, Rubeo, Vaccaro, Vonasia, Xifo, ecc... Tutte famiglie che nei secolo futuri alimenteranno la ricca oligarchia cittadina.
I genitori di Michele Ficicchia, ragazzo che andrà a studiare a Palermo “se Dio vorrà”, gli firmano dal notaio una fideiussione in procinto del suo trasferimento nella lontana capitale.
Si conferma, così, l’esistenza di un antico e complesso fil rouge che ha legato da sempre Scicli a Palermo.
Il notaio Matteo Melfi vive nella Cava di Santa Venera e presumo che eserciti là con uno studio ubicato nella stessa abitazione.
Goffredo di Giluso concede in enfiteusi al notaio Tommaso Francesco di Giluso (che la riceve per conto del figlio) una “cripta” esistente nel quartiere San Matteo vicina alle case “di li tihinduri”, confinante con la chiesa predetta di San Matteo, per altra parte con la strada pubblica e con loco sito sopra detta cripta.
Quest’atto è di un’estrema importanza.
Per la prima volta il Duomo si rivela cuore del quartiere ebraico con la giudecca sottostante e, a lato, con le sue concerie e tintorie e i piccoli commerci che inevitabilmente erano collegati a questa fiorente industria.
Solo ora possiamo spiegarci perché la rocca era stata abbandonata dalla ricca e benestante élite cittadina, l’aria che vi si respirava doveva essere pestilenziale. Si conferma, così, pure l’antica abitudine delle comunità ebraiche di agglomerarsi proprio a ridosso di centri di culto importanti o centri di potere, quasi a invocarne la necessaria tutela.
Non solo case di piacere a Scicli nel Quattrocento ma anche “fondachi”, locande cioè dove gli stranieri di passaggio in città trovavano riparo e ristoro con i loro animali.
Manfrido di Not. Guglielmo e Nicola Miceli, magister, sono i fideiussori di Paolo Di Cataldo, il conduttore del fondaco che era stato di proprietà di un tale Mirabellis. L’operazione era stata curata dal notaio Paolo Fagilla e aveva avuto un costo di sedici fiorini. Al recedere il Di Cataldo, subentrano i fideiussori che affittano il fondaco a Iacopo de Cucuzza a sua volta garantito da Antonio di Miccichè e da Arizzi.
Non mancano anche i protesti cambiari, elevati come di consueto dai notai e pubblicati nei centri più importanti della contea come Modica, Ragusa e Chiaramonte.
Questi protesti coinvolgevano spesso la comunità ebraica.
Bartolo Rizzone, giudeo di Scicli, ne fa spiccare uno in danno di una certa Sancha di Ragusa, giudea, avallata dal marito Jofer.
Salamon, rabbino di Scicli, commercia in animali.
Già da allora i Miccichè si distinguevano in Scurcillo e Scialla.
Paolo Fagilla, un giovane praticante di uno studio notarile, volendo partire per lucrare le indulgenze durante il primo grande Giubileo romano indetto proprio da Sisto IV nel 1475, fa testamento e, oltre a lasciare la figlia erede e poi in seconda battuta la madre e la sorella, dispone un censo a favore del vescovo siracusano e una lunga sfilza di elemosine per le chiese in costruzione. Era una pia abitudine molto diffusa, quest’ultima.
Giovanni Cabrera, il conte di Modica, nel suo testamento, aveva anche lasciato elemosine per San Giacomo e Santa Maria (la Piazza) di Scicli.
Quasi sempre la clausola che dava nome a queste oblazioni era “pro malis ablatis incertis”.
Sappiamo dai testamenti che S. Maria La Piazza era in “marammata” comprendendo in questa parola non solo le prime edificazioni ma anche eventuali ampliamenti per cappelle erette da benefattori. Così pure, la chiesa di San Giacomo, la chiesa di San Giovanni Evangelista, quella di San Michele, quella di San Bartolomeo, quella della Madonna di li Milithi, il Duomo.
Molte elemosine erano legate alla Messa dell’Alba, dell’Annunziata, di San Gregorio, di San Amador, di Santa Margherita, queste ultime tutte pro anima.
Gentile Arrabito, sul letto di morte, chiede di essere sepolto nella Matrice di San Matteo e, oltre ai figli, nomina erede un carmelitano, Goffredo di Rivillitto. Il figlio liquiderà la quota ereditaria del monaco in onza una. Tra i beni relitti del testatore figurano diverse grotte tra cui una molto vicina alla porta chiamata “di la Posterna”.
Il presbitero Giuliano de Vaccaro lascia alla sorella una vigna con terra in c/da Pozzo del Giudeo. Già io avevo scoperto una pergamena che ritengo essere il documento più antico della città di Scicli, riguardante proprio la vendita del Pozzo del Giudeo effettuata dai proprietari Giovanni Settimo e dalla moglie Marchisia a Alaymo de Ioccia. La vendita era avvenuta il 7 maggio del 1350 sotto il breve ed effimero regno di Ludovico re di Sicilia, essendo conte Manfredi Chiaramonte.
La vendita è molto interessante perché ci permette d’individuare tutte le partite catastali attorno al fondo denominato “Pozzo del Giudeo”. Ci consente di poter ricostruire con esattezza l’antica geografia dei luoghi. La pergamena si è salvata solo perché il conte di Modica, vantando dei censi sui terreni, la fece opportunamente trascrivere da originale dal notaio Giovanni Baxetto nel 1564.
Stilo descrive, fornendoci misure dettagliate, la grotta delle “cento scale” che fa finire in contrada Santa Lucia.
Il notaio sfiora appena il quartiere della Maddalena. I suoi atti riguardano spesso terre in contrada Cuturi (o Culturi), contrada Licozia, contrada Guardiola, Contrada Senia, Contrada San Filippo, Contrada Sant’Andrea e Casale e Abbiviratura. Essi incontrano un forte limite di demarcazione nel torrente di San Bartolomeo, al di là del quale difficilmente il Nostro opera.
Questo la dice lunga sulle due grandi anime della città: da una parte i conversi e la Scicli cristiana, dall’altra la Scicli “marrana” nella quale convergono e coabitano pacificamente ebrei e mori.
Con qualche eccezione come quella di Nicola Melfi che nel “codicillo” testamentario proibisce ai suoi eredi di indossare durante le esequie vesti “italiche”.
Solo in un atto fa capolino il caricatoio di Pozzallo. Questa notizia ci rivela come, in effetti, l’economia cittadina non era legata esclusivamente alla coltivazione e commercio del frumento come per Ragusa e Chiaramonte, bensì al trattamento del canape e soprattutto all’allevamento ovino, caprino, equino e alla vendita del legname.
È normale che dove fioriva il commercio fiorisse anche l’abuso. Un atto ci testimonia un regolamento di conti cui seguì una denuncia penale con controdeduzioni delle parti e un ferito “ in letto cum largo dolore et cura”.
Gli inventari, compilati alla morte dei testatori, sono particolarmente ricchi e i capitoli matrimoniali rivelano un benessere inusuale.
Paolo Fagilla giunse a Roma e tornò forse prima che la città eterna fosse attaccata dalla peste. Lo ritroviamo, ormai notaio affermato, vivo e vegeto a Scicli operante nel settore immobiliare. Purificato certamente dall’antica colpa di essere “converso” e pacificato nella sua coscienza di “cristiano nuovo”.
Gli Stilo (erano in diversi) sono perfettamente integrati nel tessuto sociale, nonostante le origini calabresi tradite da un cognome fin troppo evidente.
Jacopo de Arrabito lascia per testamento un viridario in contrada “di lu bagasciu” coltivato a canape e canna.
Il venerabile Antonino Vaccaro lascia un’elemosina alla confraternita di Santa Maria della Pietà. Chiederà al nipote erede di essere seppellito nella sepoltura destinata ai sacerdoti in Santa Maria la Piazza. Come il notaio Paolo Fagilla, dispone elemosine per le chiese in costruzione, confermando ciò che già sapevamo e cioè che la città era in pieno boom edilizio ed economico.
L’incarico della compilazione dell’inventario dei “giogali” della Matrice Chiesa San Matteo è affidato proprio al notaio Giuliano Stilo per un passaggio di consegne da un cappellano all’altro.
Questa la Scicli che emerge dagli atti, fotografata con consumata pignoleria notarile da un attento e puntuale cronista.
Non era stata scoperta ancora l’America.
Più tardi, col matrimonio della contessa Anna, la contea finirà di esistere come un’enclave siciliana per trasformarsi in un vero e proprio possedimento d’oltremare della famiglia castigliana degli Enriquez. Ma quella sarà un’altra storia che racconterò a breve in una mia prossima pubblicazione.
Crediti:
Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica (ASM)
Archivo Histórico Nacional (AHN)
AA.VV., 1955-2005 Cinquant’anni di Archivio Sette secoli di storia, Ministero per i beni e le attività culturali, a cura di Anna Maria Iozzia, Vol. I e Vol. II, 2005

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