Economia Ragusa

Enzo Di Pasquale: ecco perché muore Ragusa

Il pasticcere riconoscente a Leonardo Sciascia

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Ragusa - I rintocchi delle campane che annunciavano la messa mattutina, nella basilica di San Giovanni Battista, si alternavano ogni ora. Erano sei le messe del mattino, ognuna frequentata da fedeli che sceglievano l’orario più comodo per incontrare Dio.

“Mia madre mi diceva: Enzo, resta, non andare via dal bar, che ora escono le persone dalla messa”. Oggi le messe sono molte di meno e i residenti del centro storico in venti anni sono passati da 18 mila a 4 mila, buona parte dei quali extracomunitari.

Enzo Di Pasquale ricorda via Vittorio Veneto da sempre. “La pasticceria Di Pasquale nacque nel 1950, e io sono nato nel 1954. Ho sempre vissuto qui”. Due anni fa ha ceduto attività e marchio a un gruppo di imprenditori che nei locali storici stanno provando, con alterne fortune, a rimettere in cammino quel brand.

“Chiude il centro storico di Ragusa superiore? Non è una questione solo di centri commerciali che hanno tolto respiro alla parte vecchia della città. Le ragioni sono tante e complesse”.

Quali?

“I ragusani non abitano più in centro, gli unici uffici pubblici superstiti sono pochi e poco importanti, non ci sono dipendenti pubblici che lavorano qui, non ci sono gli utenti, e infine non ci sono i residenti. Anche la Banca Agricola ha decentrato la sede generale”.

Nel primo decennio del Duemila lei aprì una galleria d’arte a Ragusa superiore. Come andò quell’esperienza?

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“Sollecitato dall’amico Peppino Leone, ho acquistato un locale in piazza e lo chiamammo Degust’Arte; vi si svolgevano mostre di quadri e foto. Ricordo una mostra di Ferdinando Scianna, di Enzo Sellerio, di abiti da sposa di Marella Ferrera, dello stesso Peppino Leone, una mostra di tazzine d’autore della Illy caffè da collezione. Bene, sa cosa accadeva? La gente veniva per il rinfresco, all’inaugurazione, e poi non entrava nessuno più. E dire che non si pagava l’ingresso... eppure la città non si mostrava ricettiva alla proposta culturale. Pensi che Peppino ha 700 mila foto, vengono appassionati da tutto il mondo per ammirare la sua galleria d’arte, ma i ragusani la ignorano. Provocatoriamente le dico questo: se i ragusani andassero da Ciccio Sultano almeno una volta, Sultano avrebbe 70 mila clienti…"

Come andò a finire con la galleria d’arte?

“Abbiamo resistito per cinque anni. Poi abbiamo chiuso”.

In occasione del ventennale della scomparsa di Sciascia lei ha editato un libro. Non le sembri irriverente la domanda: perché un pasticcere dovrebbe diventare editore di un libro su Sciascia?

“Avevo un debito di riconoscenza nei suoi riguardi. Quando scrisse “Invenzione di una Prefettura” dormiva all’Hotel Montreal, veniva tutti i giorni a prendere il caffè da noi, era molto discreto ed educato, non permetteva mai che gli offrissimo il caffè. Da allora in poi, ogni libro che scriveva me ne regalava una copia. Quando pubblicò "Invenzione" lo presentammo in Prefettura, fu molto emozionante".

Torniamo a volare basso. Il colpo di grazia l’hanno dato i centri commerciali?

“No. Troppo semplicistico, sono fasce di clientela diversa, chi cerca la qualità deve andare nel negozio in centro, che però ha difficoltà a sopravvivere con la propria clientela di nicchia. Le racconto questa. C’è un negozio che era esclusivista di Brioni, ha smesso di vendere Brioni, perché non c’è l’utenza. Oggi il professionista di grido veste in maniera sportiva, negli anni '80 vestiva Brioni, oggi non più. E’ cambiato il gusto. Non è un problema solo di soldi".

E’ un problema di cinismo. Il ragusano non valorizza le punte di diamante della città? Di Pasquale, Peppino Leone, non siete stati difesi? E’ una questione di invidia sociale per chi ha successo?

“Le eccellenze a Ragusa sopravvivono grazie a persone che vengono da fuori e che mostrano di apprezzare”.

Come se ne esce?

“Ragusa è l’unico centro storico svuotato da persone. Veda Vittoria, Modica. A Modica, ad esempio, c’è la Sorda, cuore pulsante del commercio! Eppure il centro storico di Modica è vivo, idem per Vittoria. Serve riportare gente al centro, dare incentivi economici, abbattere i ruderi del centro, privi di vincoli, al Ponte Vecchio. Case disabitate, vuote, cadenti, serve un piano urbanistico di rivitalizzazione. Nessun ragusano vivrebbe in queste casupole. Se oltrepassa via Ecce Homo, da lì alla vallata non trova ragusani, ma immigrati. Sia chiaro, non è un ragionamento classista, ma di stratificazione sociale. Serve qualità abitativa in centro, vogliamo tutti il parcheggio, l’ascensore, la casa su un unico piano. Sono cambiate le esigenze. Il centro ha standard abitativi bassi, che solo chi ha scarse risorse economiche accetta".

A Villa Di Pasquale c’erano quadri di Guccione, Sarnari, c’era una attenzione culturale al territorio. Quale fu l'intuizione?

"In occasione del rinnovo della sala trattenimenti, nel 1990, l’architetto Battaglia mi suggerì di allestirla con opere d’arte, sulla falsariga del Santa Tecla Palace di Catania, un albergo ricco di quadri bellissimi. Prendemmo due olii di Guccione, un Sarnari realizzato su misura per noi, ma forse solo il due per cento degli ospiti si fermava davanti a quei quadri e apprezzava il nostro sforzo culturale. Viceversa, i convegnisti o gli uomini politici nazionali che venivano a Villa Di Pasquale riconoscevano quegli artisti e restavano a bocca aperta".

E dire che i ragusani hanno mandato i figli alla Bocconi…

"Serve a poco se quando si torna a Ragusa, ci si dimentica di aver frequentato il Teatro alla Scala, se la città riesce nel suo intento di appiattimento generale".

Cosa può fare il Comune?

"Un piano di recupero edilizio, incentivi a chi ristruttura. A Milano hanno recuperato Stazione Garibaldi, oggi splende il City Life. Recuperare palazzo Tumino, via Roma, viale Tenente Lena, dobbiamo fare il decumano dalla rotonda al viale Sicilia, ma servono fior di urbanisti. Oggi le posso fare l’elenco dei fantasmi che abitavano nei palazzi del centro: il 70 per cento dei locali sono chiusi, senza contare il danno che abbiamo subito con la perdita delle facoltà universitarie a Ragusa”.

E nella pasticceria cosa non ha fuzionato?

“Io e mio fratello Ciccio abbiamo sempre lavorato facendo prodotto fresco. Oggi, se lei va in una pasticceria, trova tutto a meno 12 gradi. Non esiste più la torta appena fatta, esiste il prodotto abbattuto a meno 40 gradi e mantenuto a meno 12. E’ la modernità, bellezza!”

Usciamo e mi porta in via Sant’Anna: “Sa, questa quando io ero piccolo, si chiamava la via delle Putie, delle botteghe. La guardi, non c’è più nessuno”.

Nella foto in gallery, di Giuseppe Leone, Leonardo Sciascia con la torta Savoia della Pasticceria Di Pasquale, a forma di libro, con su scritto: "Invenzione di una Prefettura", donata da Enzo in occasione della pubblicazione dell'opera. 

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