Cultura Anniversario

Il terremoto dell'11 gennaio 1693: un quarto d'ora di terrore

Il sisma che distrusse il Val di Noto

Il terremoto dell’11 gennaio del 1693, che devastò quasi tutta la Sicilia Orientale, fu un autentico quarto d’ora di terrore. Così lo descrive una preziosa cronaca da me ritrovata negli archivi spagnoli.
La scossa del 9 gennaio era stata sì un sisma lungo “quanto un credo” ma nulla a confronto della successiva dell’11 gennaio.
La cronaca da me riportata alla luce è anonima ma tutto fa pensare a una prima relazione compilata da Giuseppe Lanza, Duca di Camastra. Il Lanza era stato nominato dal Re di Spagna Carlo II commissario alla rilevazione dei danni e alla ricostruzione su proposta di Giovan Francesco Pacheco Téllez y Girón, Duca di Uzeda, Viceré di Sicilia.

Il documento, redatto in un buon castigliano, tradisce tuttavia modi di dire tipici della lingua parlata siciliana (a proposito di Catania: “quedó como la palma de la mano”) e sembra compilato a mano a mano che le notizie affluivano. È indirizzato a un’importante personalità straniera perché distingue l’ora di Spagna dall’ora d’Italia. Per la puntuale esposizione dei fatti e per una prima valutazione della situazione in tutta l’isola (l’elenco di tutte le città, villaggi e casali distrutti), denota una conoscenza del problema che poteva avere solo chi quel problema doveva risolverlo.
La “cronaca” è stata compilata nei giorni immediatamente successivi al terremoto dell’11 gennaio.
La conta dei morti non era stata effettuata: si avevano solo pochissimi dati parziali. Lo sciame sismico era molto attivo, ragion per cui la gente, tuttavia sotto choc, non rendeva possibile coordinare gli aiuti che avrebbero poi consentito i necessari rilevamenti.

È interessante scoprire che dalle parti di Santa Croce e di Terranova (Gela) si erano aperte nella marina grosse fenditure come veri strappi. Per Santa Croce, addirittura, si parla di case crollate, della paura della gente ad andare per strada, tutte informazioni, queste, che rappresentano un’assoluta novità.
È notevole la descrizione del crollo della Cattedrale di Catania mentre alla gente disperata e orante, radunata in essa, era impartita la benedizione col Santissimo Sacramento.
È di un rilevante valore storico la testimonianza, data dalla cronaca, circa l’esposizione delle reliquie di Sant’Agata sull’altare maggiore della cattedrale di Catania effettuata dopo il primo terremoto del 9 gennaio. A causa delle forti scosse, i resti della Santa erano scivolati, infatti, per ben due volte al suolo!
Il clima di terrore che seguì alla prima scossa è perfettamente descritto.
Il vescovo di Catania, Mons. Andrea Riggio, a piedi scalzi, solo indossando umili sandali, predicava conversione e penitenza nelle piazze, nelle chiese, nelle vie della città. Aveva autorizzato religiosi e chierici non ancora ordinati ad assolvere qualsiasi tipo di peccato, incluso peccati come l’apostasia la cui assoluzione era abitualmente demandata all’autorità papale.
Grida, lamenti e pianti da chi stava sotto le macerie e da chi, scampato, aveva perso i propri cari.
La cronaca fa anche un puntuale racconto di quella che fu la situazione nella capitale dell’isola, Palermo. Ovviamente meno grave ma non meno preoccupante per i crolli importanti che si erano in essa verificati.
Il Viceré Uzeda, forse a causa di questo documento, aveva minimizzato i fatti nelle relazioni al re. Per poi, però, affrontarli in tutta la loro concretezza e drammaticità, non appena resosi conto.
Forse fu a causa della sua scarsa iniziale affidabilità che sarà rimosso dopo ben nove anni di vice regno!

Resta questa straordinaria cronaca molto simile all’altra annotata sulle ultime pagine del registro dei battesimi della Venerabile Chiesa Matrice di San Matteo Apostolo di Scicli dall’Arciprete Guglielmo Virderi.
Entrambe in sintonia con una relazione dettagliatissima, da me scoperta fra i fondi dell’Archivio Storico Nazionale di Madrid e già pubblicata su questo giornale on line, inviata dai vigili inquisitori palermitani all’Inquisitore generale a Madrid Don Diego Sarmiento Valladares.
Altri documenti sono stati da me pubblicati sul terremoto del 1693.
Queste due cronache e la relazione, però, hanno il pregio di darci, ognuna per il suo verso, il vero polso di quella che fu la situazione.
Resta il dolore, testimoniato da queste carte, che le lacrime tuttora non hanno saputo esorcizzare per un rassegnato esercizio di pietà cristiana. È nel rispetto di questo dolore, che ho deciso di pubblicare quest’ultimo importantissimo documento.

Segue traduzione.
Il giorno 9, alle quattro e un quarto poco più del pomeriggio, ora d’Italia, si verificò il primo terremoto che durò il tempo di un lungo Credo. Sebbene a Messina non abbia fatto danni, una seconda scossa, che sopraggiunse l’11 dello stesso mese alle ore venti e trenta, durò circa un quarto d’ora causando grande dolore. Dopo di quest’ultima, non ci furono case e palazzi che resistettero perché furono sconquassati e rasi al suolo. I morti, di cui fino a ora si ha notizia certa, ammontano a quarantatré ma, proprio perché gli animi sono molto depressi, non si sono potuti contare tutti. Le processioni e le aspre penitenze che si fanno non hanno eguali in tutto il mondo e molte sono le confessioni pubbliche. Questo signor Prelato va predicando nelle Chiese, nelle Piazze, nelle strade a piedi scalzi indossando solo dei sandali. Ai Religiosi e ai Chierici (sebbene ancora non ordinati) ha dato loro licenza di confessare e assolvere tutti i peccati (anche quelli riservati al Pontefice). Il terreno della marina presenta grandi fenditure in diverse parti a Terranova come pure a Santa Croce [dove] è stata rasa al suolo la maggior parte delle case e nessuno si azzarda a camminare per le vie.
Infine, è un vero miracolo, attribuito alla Divina Maestà per intercessione della Vergine Santissima della Lettera, se ancora siamo vivi. Le scosse continuano ma sono molto lievi e ogni minimo strepito sembra una nuova scossa, tanto sono il timore e lo sconcerto nei quali tutti versiamo.
Nel Regno è stata accertata fino a ora la perdita di Carlentini, Lentini, Militello, Caltagirone, Acireale, La Ferla, Noto, Vizzini, Sortino, Francofonte, Melilli, la Trezza, Mascali, Augusta, Siracusa, Scicli, Modica, Ragusa, Avola, Spaccaforno, Misterbianco, Felice Moncada, La Mota, San Giovanni Galermo, Le Praque, Mascalucia, Torre di Grifo, Nicolosi, Borrello, Pietra viga grande (Viagrande), Tre Castagni, Sant’Antonio, La Catena, las Patamas, Santa Lucia, Aci e il suo Castello, San Filippo, Bonaccorsi, San Gregorio, il Trappeto, la Punta, Tre Misteri, Veloverde, e il Castello della Brucula, tutte queste città, paesi e casali sono stati rasi al suolo, senza che sia rimasta in piedi pietra su pietra.
f. n. 2
La città di Catania è stata letteralmente spianata, meno le mura che guardano alla marina, sono rimaste sotto le rovine più di sedicimila persone e c’è chi giura che tanto in questa città come nelle altre devastate si sentono provenire da sotto le macerie molte grida di persone che invocano misericordia e aiuto. [A Catania], mentre tutto il popolo si trovava riunito dentro la Cattedrale e il canonico don Giuseppe Celestre e Ventimiglia impartiva la benedizione col Santissimo Sacramento, improvvisamente crollò la chiesa sotterrando sotto le macerie molta gente tranne il canonico che rimase miracolosamente incolume. Solo le Cappelle ai lati dell’altare maggiore, dove si veneravano la Madre di Dio della Lettera e della Grazia, rimasero in piedi con il Coro e l’abitacolo nel quale erano conservate le reliquie della gloriosa Sant’Agata il cui corpo era stato esposto il giorno seguente al primo terremoto sull’altare maggiore. Dicono che per ben tre volte dovettero raccoglierlo [da terra] in quanto cadeva dall’altare e il volto della Santa, abitualmente con un’espressione sorridente e allegra, ora si presentava malinconico e triste.
Da Palermo informano per lettera che le scosse hanno abbattuto in quella città molti palazzi e case e che tutte le altre [abitazioni] presentano crepe e danni. Son venute giù pure Porta Felice, il campanile della chiesa dei macellai e parte della Badia delle verginelle con un’ala della Vicaria sotto le rovine della quale rimase un recluso che il giorno prima delle scosse aveva ucciso a tradimento un uomo, scontando così il suo peccato. Tutti gli abitanti di detta Città si trovano dispersi per la campagna e le case e i palazzi danneggiati sono stati puntellati in fretta.

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica
Archivo General de Simancas
Archivo Histórico Nacional
Biblioteca Nacional de España
Pellegrino Francesco, Scicli e il suo Duomo, The Dead Society Artists, 2017

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