Cultura Scicli

Schiavi di pietra a Palazzo Beneventano di Scicli

Uno studio del prof. Paolo Militello, del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Catania

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Una storia taciuta

Scicli - Tra le varie forme di schiavitù che caratterizzarono il mondo mediterraneo in età moderna, ve n’è una che, per diverso tempo, è stata ignorata dalla storiografia e rimossa dalla memoria collettiva: la schiavitù praticata dagli “Occidentali” nelle città e nelle campagne della vecchia Europa con l’asservimento di neri africani e, soprattutto, di musulmani. È una storia sulla quale per secoli è calato un velo di silenzio, una «storia taciuta» – per usare le parole di Salvatore Bono – e dimenticata dalla nostra “civiltà”.
Di questa schiavitù siciliana non ci sono giunte tracce etniche sicure. Ciò che resta sono soprattutto le testimonianze documentarie (testi giuridici e amministrativi, atti notarili etc.) e quelle artistiche: letterarie, teatrali, musicali, iconografiche. Su queste ultime ci soffermeremo, analizzando alcune decorazioni scultoree, raffiguranti mori e schiavi africani, visibili a Scicli, nella Sicilia sud-orientale, sulle facciate di un pregevole edificio del Settecento recentemente inserito nella World Heritage List dell’Unesco: il Palazzo Beneventano della Piana. Si tratta di una iconografia – quella dei Mori e degli schiavi neri – poco diffusa nella Sicilia sud-orientale. Su di essa condurremo un’analisi che prenderà in esame sia le modalità di rappresentazione della schiavitù nella società siciliana del Settecento, sia le motivazioni e le logiche che portarono alla realizzazione di questi insoliti manufatti.

Il Palazzo Beneventano della Piana
Come le altre città del Val di Noto, anche Scicli subì gli effetti del devastante terremoto del 1693 e, quasi interamente distrutta, fu costretta ad avviare un processo di ricostruzione caratterizzato da uno scivolamento a valle degli originari nuclei posti alle pendici delle sue colline. Nuove case, nuove chiese e nuovi palazzi vennero costruiti ex novo, contribuendo a ridisegnare l’assetto urbano della città.
Tra questi nuovi edifici vi fu anche Palazzo Beneventano, così chiamato dal nome di una nobile famiglia originaria di Lentini, da dove il barone Don Vincenzo Beneventano e Bonfiglio si era trasferito dopo aver sposato, nel 1653, Donna Beatrice Celestri, primogenita del barone Don Camillo, già Maestro Portolano della Contea di Modica.
Il matrimonio portò ai Beneventano non solo ricchezze, ma anche titoli nobiliari e palazzi e, tra questi, un edificio vicino ad una delle strade principali, la Via Maestranza Vecchia. Lì, di fronte a un centralissimo e strategico crocevia al centro della città, a metà Settecento venne costruito, da un architetto finora ignoto, il nuovo palazzo, voluto quasi sicuramente dal barone Don Giovan Carmelo Beneventano, nipote del capostipite, a cui il padre aveva trasmesso il feudo della Piana di Scicli (da qui il cognome Beneventano della Piana).
L’edificio, di oltre 300 metri quadrati, venne realizzato su un terreno in forte pendenza che dava ai due prospetti principali grande maestosità. Senza addentrarci nella descrizione del palazzo – peraltro già fornita dallo storico dell’arte Paolo Nifosì – ci soffermeremo su due coppie di sculture che ne decorano il prospetto: due teste di moro con turbante, simmetriche e ben visibili dalle due strade principali, collocate in ognuna delle due facciate come chiavi d’arco di due grandi porte, e due teste di schiavi neri poste sotto lo stemma collocato nella parte superiore della cantonata.

Turchi infedeli e schiavi di pietra
Le iconografie dei mori e degli schiavi neri richiamano le caratteristiche prima ricordate: i mori vengono rappresentati con turbante e lunghi mustacchi; i due neri hanno il capo rasato con una ciocca di capelli in cima e, al collo, un collare da schiavo. I tratti di tutti i visi sono sproporzionati: bocche esageratamente aperte, labbra e nasi enormi, occhi spiritati. Tutto è amplificato, com’è tipico del barocco – e del tardobarocco siciliano (si pensi – un esempio fra tutti – alla Villa Palagonia di Bagheria, la «villa dei mostri», quasi coeva al nostro palazzo). È la poetica della meraviglia, fondata sull’amplificatio dell’immagine; quella che ad esempio Emanuele Tesauro, letterato del Seicento, descriveva nella sua opera Il cannocchiale architettonico (1654) come «bizarrie vagamente scherzanti nelle facciate de’ sontuosi edifici… Tutte metafore di pietra e simboli muti, che aggiungono vaghezza all’opera, e mistero alla vaghezza».
Queste immagini – lo ribadiamo – non sono molto comuni né in Sicilia né nell’area iblea. Ma allora perché compaiono a Palazzo Beneventano?
C’è chi vi ha visto un richiamo alla Madonna delle Milizie e ai «turchi infedeli» da lei uccisi. Chi, invece, come lo storico sciclitano Mario Pluchinotta, vissuto nella prima metà del Novecento, ha ricondotto tutto a una lite tra i Beneventano e la nobile famiglia sciclitana dei Penna, il cui palazzo si trovava di fronte al nostro edificio. Citando i racconti della lite, che ancora un secolo dopo si tramandavano in paese, lo storico scrive infatti: «Quando il barone Beneventano costruì quel palazzo, fece porre sotto lo stemma della sua famiglia le due teste di moro, per rinfacciare ai Penna che un loro antenato una volta fu preso schiavo dai barbareschi e poscia liberato».
La versione di Pluchinotta sembrerebbe la più verosimile. Ma le cose non andarono esattamente come lui riporta.

Figlio di schiava
Motivi di attrito tra i Beneventano e i Penna in quel periodo certamente non ne mancarono. In particolare un’aspra lite giudiziaria relativa all’eredità di Don Giulio Maria Grimaldi li vide fronteggiarsi tra Sette e Ottocento.
In questo clima di tensione si inserisce una episodio, per noi significativo, verificatosi alla fine del Settecento, relativo a una richiesta di ammissione ai Cavalieri di Malta – del quale già facevano parte i Beneventano – presentata da Ignazio Penna.
Dovendo rispettare una nuova norma, introdotta nel 1778, che per l’ammissione prevedeva la presentazione dei «Titoli primordiali» (vale a dire dei «documenti giustificativi della nobiltà e legittimità» del candidato), Ignazio Penna aveva presentato il suo dossier genealogico ai Cavalieri e nell’agosto del 1790 era stato ammesso nell’Ordine, anche se con due voti contrari su sei.
Nel frattempo, però, al Gran Maestro era stato inviato un «foglio», datato 5 agosto 1790, con il quale Penna veniva accusato di aver presentato prove «falsificate». L’autore di questa missiva – un certo Oronzio Rossi – col «nobile» obiettivo di non «imbastardire» l’Ordine, aveva presentato anche un «albero discendentale» che, con atti notarili, risaliva ai capostipiti della famiglia Penna. E qui, al posto dei nobili antenati citati da Ignazio, comparivano invece «Giovannella Cuffaro, figlia del lordo bottegaio Nicolò Cuffaro… [la quale] si casò con Mastro Vincenzo Penna, figlio di una schiava della Casa Beneventano»! Quale modo migliore per neutralizzare e ridicolizzare chi tentava l’ascesa sociale? E, per di più, Oronzio Rossi non si limitava a denunciare l’assenza di nobiltà dei Penna, ma li accusava di provenire dal più basso dei gradini sociali: dal figlio di una schiava (fors’anche «bastardo» di un Beneventano).
Ma Ignazio Penna presentò subito la sua «difesa», citando numerosi sciclitani come testimoni della propria nobiltà (il Capitano di Giustizia Giavatto, il giudice Betto, il barone Spadaro, il capitano d’armi Salonia, il sindaco Carpenteri…: quasi tutte le élites vennero chiamate a testimoniare in suo favore) e alla fine riuscì ad ottenere dai Cavalieri l’agognato titolo.
La delazione, anche se inefficace, fa comunque supporre che questa calunnia circolava già da tempo in città, e comunque prima che Oronzio Rossi scrivesse il suo foglio di accusa. Ed è quindi plausibile ipotizzare che i Beneventano avessero deciso di far collocare le teste dei mori e degli schiavi africani a imperituro scherno dei loro rivali, costretti, ogni volta che uscivano di casa o che percorrevano il crocevia della Mastranza Vecchia, a subire lo sguardo beffardo delle sculture. Com’è anche plausibile ipotizzare che, grazie a queste imperiture testimonianze scolpite, il collegamento fra i Penna e gli schiavi continuò ad essere presente nella memoria collettiva (e lo dimostra il fatto che, ancora a metà Novecento, Pluchinotta ricordava l’episodio del Penna preso schiavo dai barbareschi).

§§§

Gli schiavi di pietra di Palazzo Beneventano, al di là del loro valore artistico, diventano così testimonianza (insieme alle tracce archivistiche) di una presenza della schiavitù, nella Sicilia sud-orientale, praticata e utilizzata non solo nelle campagne (soprattutto nel Cinquecento), ma anche in città, fra Seicento e Settecento, tra le mura domestiche delle case e dei palazzi più ricchi, come forma residuale del fenomeno ma anche come segno di distinzione sociale. Queste sculture, pur essendo dei manufatti insoliti per la regione, danno forma alla percezione di questo asservimento nella memoria collettiva; e le storie e gli aneddoti che le accompagnano rendono conto del mutare della sua immagine nel corso del tempo. L’analisi iconologica e la contestualizzazione storica di questi manufatti si rivela, così, una chiave di lettura preziosa per una indagine sulla schiavitù e le sue rappresentazioni nell’Europa d’età moderna: una storia sempre meno taciuta, ma ancora da ricostruire pienamente.

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Questo articolo è il sunto di un saggio contenuto in una miscellanea in onore di Federico Cresti e in corso di stampa presso la casa editrice Aracne di Roma.

Bibliografia essenziale
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Barone G., Costruire il blasone. Note sulle aristocrazie della Contea nel Seicento, in Le passioni dello storico. Studi in onore di Giuseppe Giarrizzo, a cura di A. Coco, Edizioni del Prisma, Catania 1999, pp. 43-81.
Bono S., Schiavitù mediterranea. Una storia a lungo taciuta, in «Nuova Informazione Bibliografica», a. XIV, n. 4, ottobre-dicembre 2017, pp. 3-24.
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Nifosì P., Mastri e maestri nell’architettura iblea, Camera di Commercio di Ragusa, Ragusa 1985.
Pellegrino F., Il Blasone taroccato, www.ragusanews.com, 2015/03/21 (ultima consultazione: ottobre 2018).
Pellegrino F., Palazzo Beneventano e il suo mistero, https://www.ragusanews.com, 2016/10/02 (ultima consultazione: ottobre 2018).
Pluchinotta M., Genealogie di famiglie… della Contea di Modica, manoscritto inedito non datato [ma 1957 ca] conservato presso la Biblioteca privata degli eredi Pluchinotta-La Rocca.
Trovato A., Scicli. La città delle due fiumare. 1880-1920, Erre Produzioni, Siracusa 2001.

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