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La Stagione della Caccia, ecco la Vigata di fine 800

C'è la ragusana Alice Canzonieri

Ragusa - C'è anche la ragusana Alice Canzonieri nel cast di "La Stagione della Caccia", in onda in prima assoluta lunedì 25 febbraio alle 21,15 su Rai Uno. 

Andrea Camilleri come un oracolo: «Per me andare a parlare con lui è stato come un viaggio mitologico». Parola di Roan Johnson che riporta l'universo del Camilleri storico e della sua Sicilia ottocentesca ancora una volta nella fiction. Appena a una settimana dal prevedibile successo dei nuovi episodi di Montalbano che compie i suoi vent'anni televisivi, il 25 febbraio in prima serata arriva su Rai1 un'altra storia incastrata nella cornice di Vigata, ormai cuore del mondo fiction.

Ed ecco “La stagione della caccia”, con ricco cast, da Francesco Scianna a Miriam Dalmazio, da Tommaso Ragno a Ninni Bruschetta, da Giorgio Marchesi a Alessio Vassallo, con la partecipazione di Donatella Finocchiaro. E con lo scrittore a regalare, suggerire, indicare chiavi di lettura: «Da regista volevo un faro che mi guidasse nelle diverse scelte. La critica al patriarcato pervade tutto il film. Quando Camilleri mi ha dato la chiave del romanzo, ho avuto una sorta di guida durante le riprese. E poi “La stagione della caccia” mi ha veramente conquistato. E' un romanzo che mi calza a pennello. Uno dei temi del romanzo è la follia e io sono un po' pazzo».

Così Johnson che ci porta nella Vigata di un secolo fa e dentro una serie di scomparse senza spiegazioni che si susseguono nell’arco di vent’anni. Storia di uomini e appunto, di patriarcato: «Sono una donna schiacciata nel letto del marito che voleva un maschio ad ogni costo. Una donna che, grazie alla follia, riesce ad essere una donna libera che riesce a dire basta e finalmente sono una donna di Camilleri! Questo è un capolavoro di scrittura magistralmente adattato, diretto e anche ben interpretato dai burattini che siamo noi! Questi personaggi erano cesellati già dalla scrittura. E' un film dove c'è tanto, c'è tutto. C'è l'emozione, il dramma, la tragedia, la morte e anche tanta comicità. Anche noi attori siamo rimasti vittime di questa storia».

E Francesco Scianna giura di «aver amato il personaggio perché si muove in un mondo irrazionale. Lo sforzo che ho fatto è stato quello di non giudicare niente di quello che lui stava facendo. Diciamo che ho provato a capire i suoi traumi e le sue ferite. All'inizio è spettatore di quello che la vita gli ha messo davanti, successivamente inizia a dialogare con il dubbio di poter fare una cosa o non poterla fare e dialogare infine con un vero e proprio senso di onnipotenza. Roan ha suonato in me una nota profonda e abbiamo ascoltato il risultato. Alla fine,il suo è un auto-sabotaggio perché accetta il suo epilogo».