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USA e Italia, le differenze nella visione del gioco d’azzardo

Il paragono con gli States

Milano - L’Italia è passata dall’essere modello per altri Paesi nella gestione del gioco d’azzardo a un caso da guardare con sospetto. Il governo ha deciso di cambiare improvvisamente e drasticamente rotta nella questione del contrasto alla ludopatia, con una serie di provvedimenti volti a ridurre l’impatto dell’industria sulla vita dei cittadini. Il Decreto Dignità conteneva al suo interno una sezione dedicata al gambling, con l’esplicito divieto di spot pubblicitari di aziende di scommesse a partire dall’estate 2019. Una stangata per il settore, soprattutto se unita agli aumenti di tassazione per scoraggiare il mantenimento delle apparecchiature da parte dei gestori. Ma la differenza con altri Stati risiede soprattutto nel ruolo dell’opinione pubblica, e di come la mentalità comune può incidere sull’evoluzione dell’azzardo.

Un paragone interessante può essere affrontato con il caso degli Stati Uniti, una delle superpotenze mondiali anche a livello di scommesse. Gli USA infatti hanno un sistema che prevede la costruzione artificiale di intere città dedicate esclusivamente al divertimento e al gambling: la più famosa è certamente Las Vegas, diventata il simbolo mondiale delle puntate, ma anche Atlantic City ha un impatto notevole sul flusso di denaro dell’industria. Un sondaggio effettuato dall’American Gaming Association ha rivelato che la maggior parte degli americani stabiliscono un tetto massimo di spesa, decidendo prima di entrare in un casinò la cifra massima che sono disposti a investire. Questo discorso vale per il 90% degli intervistati, una percentuale incredibilmente alta. Ben otto clienti ogni dieci di un casinò sono perfettamente consapevoli di come ci si dedica responsabilmente all’attività.

Allo stesso modo, questo approccio si traduce in una maggiore consapevolezza nel ruolo che l’azzardo può avere nella società. Ben l’88% parla dell’azzardo come intrattenimento accettabile: una cifra che non permette neanche di immaginare provvedimenti come quello preso dal governo italiano. Addirittura, quattro intervistati su cinque riconoscono il gambling come community partner, creando posti di lavoro e permettendo all’economia locale di girare. D’altronde è la stessa filiera delle scommesse a stanziare 300 milioni di dollari per il gioco responsabile in tutto il Paese.
La mentalità italiana è ancora decisamente differente, frutto di un approccio meno aperto all’industria del gioco d’azzardo. Sull’argomento è stata fatta poca chiarezza, con l’informazione del pubblico che evidentemente non è stata in grado di scacciare alcune dicerie sulla filiera. Ad oggi si calcola che sono tra i 200.000 e i 400.000 gli italiani affetti da ludopatia, ma la presenza di tanti mini-casinò e pochi centri in cui si raccolgono le puntate dei cittadini rende più complicato rintracciare i casi problematici. Le case da gioco vere e proprie sono collocate lungo il confine e lottano per la sopravvivenza ormai da anni, mentre la filiera si spinge inesorabilmente verso l’online. Un’opzione che potenzialmente dovrebbe aiutare i giocatori, ma che per essere davvero efficiente ha bisogno di essere accompagnata da una cultura del gioco che in questo momento sembra essere ancora assente, o per lo meno carente. Difficile che il divieto pubblicitario e l’aumento della tassazione siano sufficienti per cambiare le carte in tavola.

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