Cultura Modica

Il Castello di Modica

Il giardino, curatissimo, ne sottolineava, se ce ne fosse stato bisogno, la residenzialità quasi a voler sancire l’indiscutibile importanza del luogo

Modica - Nelle magnifiche favole che amava raccontare mia madre, ricordo, c’era sempre un vecchio castello in cima a un monte o a una collina. Un maniero dal quale era possibile dominare tutta la pianura antistante.
Ebbene, io un castello così l’ho trovato, l’ho scoperto per caso, raccontato dai documenti di un’antica lite civile, il “Pleyto Quintana”, tra un Conte famoso e il Secreto della sua contea d’oltremare. Una controversia che si trascinò per quasi tre quarti di secolo e grazie alla quale Modica e la sua Contea si sono riappropriate di una storia che si pensava ormai irrimediabilmente perduta.
I primi anni del Cinquecento, relativi alla Contea di Modica (ma anche gli anni seguenti alla scoperta dell’America), sono rimasti a lungo avvolti in un alone di mistero per un’inspiegabile mancanza di documenti nell’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, e negli archivi siciliani. La scoperta del “Pleyto” ci consente, dunque, di colmare questa lacuna e finalmente di chiarire molti aspetti che prima sembravano degli autentici enigmi.
Poco hanno aiutato le vestigia di un passato remoto peraltro scarsamente evidenti. Occorrevano dei documenti che, opportunamente trascritti, contestualizzati e interpretati, ci restituissero un monumento nella sua interezza, nella sua perfetta funzionalità.
È proprio ciò che è avvenuto con il Castello dei Conti a Modica.

Il “Pleyto Quintana”, per una lunga e strana storia di necessarie verifiche, fotografa per un vero miracolo il castello di Modica nella sua quotidianità narrandoci la vita che in esso si svolgeva dal 1499 fino al 1510.
Una storia nella quale non mancano spese minute e ordinarie o spese importanti, nella quale le sorprese ci aiutano a rivivere le magiche atmosfere di un’epoca sottolineata dall’assenza continua e inquietante dei conti e caratterizzata dalla presenza di figure altrettanto inquietanti quali furono Francisco de Vivero, governatore e “arrendatario” (affittuario) in quel periodo della Contea; Francisco de Quintana, maestro secreto della Contea; Francisco Vacca, regidor (funzionario regio) della città di León nella Vecchia Castiglia e governatore della Contea dal 1506 in poi in sostituzione di De Vivero; Cristoforo Morel, ricevitore del Caricatoio di Pozzallo. Tutti attori di un dramma che ebbe per quinte e come sfondo il castello di Modica.
Il Castello in passato fu veramente il cuore della Contea. Non per la presenza del Governatore, spesso ingombrante.
Il Castello, con le sue prigioni, con gli uffici su cui si reggeva l’impalcatura comitale, con i luoghi di venerazione e di culto che ricadevano nella sua area perimetrale, era diventato il centro comitale del potere politico e religioso per una felice contrapposizione delle parti.
Il giardino, curatissimo, ne sottolineava, se ce ne fosse stato bisogno, la residenzialità quasi a voler sancire l’indiscutibile importanza del luogo. Il giardino, negli anni a venire, fu spesso reinventato. Due interventi si ricordano per la loro importanza. Il primo fu fatto in occasione della visita di Fadrique Junior, figlio di Luigi I Enríquez de Cabrera il nipote che, dai Conti di Modica Fadrique e Anna privi di eredi diretti, per testamento aveva ricevuto la contea. Il secondo avvenne in occasione della visita alla Contea fatta nel 1564 da Luigi II, fratello di Fadrique junior, ancora conte di Melgar e futuro conte di Modica.
Mirto e rosmarino abbondavano fra le specie botaniche presenti. Servivano, secondo un’antica credenza della medicina dell’epoca, a purificare l’aria. Ovviamente nel giardino non mancavano la vite, un piccolo agrumeto e con molta probabilità un frutteto, realizzati con piante provenienti dagli orti lungo il fiume Irminio. Su quest’ultima sistemazione del giardino ho scritto ampiamente nel mio saggio dal titolo “L’antico giardino dei Conti di Modica”, apparso sul giornale on line www.ragusanews.it il 26 luglio 2018.
Un piccolo universo, dunque, il castello, affollato di beneficiati e di chierici, di postulanti e di ladri, di reclusi e di soldati ma soprattutto abitato da uomini che hanno fatto la mia e la vostra storia.
Il 18 luglio 1480 a Toledo erano stati stipulati i capitoli matrimoniali tra un giovane rampollo di una delle più importanti famiglie di Spagna, Fadrique Enríquez, e Anna de Cabrera, contessa di Modica. Capitoli in seguito ratificati a Modica. Il matrimonio fu celebrato circa un anno dopo ma sfortunatamente, come sappiamo già, non fu allietato da figli.
È questa una data importante per la Contea perché segna il passaggio dall’epoca feudale all’epoca moderna.
Fadrique, non ancora almirante di Castiglia, diventerà conte consorte e aggiungerà al suo cognome, in ottemperanza a un’antica clausola inserita già da Bernardo Cabrera nel suo testamento, l’altro dei Cabrera.
Da questa data in poi tutta la Contea di Modica (ma anche le altre proprietà siciliane di Anna come Alcamo, Caccamo e Calatafimi) diventeranno possedimenti di oltremare della famiglia castigliana degli Enríquez.
La coppia dimorò nel castello di Modica fino all’agosto del 1482. In settembre abbandonava Modica per un viaggio verso la Spagna pieno di imprevisti e di incognite.
Con la partenza dei conti e la morte della contessa Giovanna, madre di Anna, avvenuta nel 1483, il castello sperimentò dapprima una lenta decadenza, un vuoto percepito e intuito già dalla contessa madre che negli ultimi anni di vita con tenacia ma senza risultato aveva ostacolato la scelta sentimentale della figlia.
Ai conti si sostituiranno degli “Arrendatori/governatori” della contea.
Il primo di questi personaggi fu proprio Don Francisco De Vivero, rampollo di una delle famiglie più importanti e discusse della Vecchia Castiglia.
Prima di partire, nel 1482, i conti avevano rilasciato una procura al De Vivero autorizzandolo ad appianare diverse pendenze legali che interessavano la Contea e la famiglia Cabrera tra cui la spinosa questione di Monterosso, nel possesso di Francesco Perillos, e l’imbarazzante vertenza con Betta Martorell riguardante la secrezia della baronia di Scicli.
I proventi della secrezia di Scicli erano stati ceduti con atto pubblico del 9 dicembre 1456 dal Conte Giovanni Bernardo a Francesco Martorell, Maestro Portolano del Regno di Sicilia, per la bella somma di quindicimila fiorini con una rendita annua pari al dieci per cento. Saldato il debito, bisognava recuperare la secrezia e i suoi introiti.
Dopo un breve choc, il castello nei primi anni del Cinquecento ritornò a vivere una centralità (seppur riflessa) che racconteranno le carte del Pleyto Quintana con una dovizia di particolari impressionante in un continuo avvicendarsi di uomini e castellani.
Nel 1499 era castellano, infatti, Sebastiano di Santo Stefano, don Tommaso Rizzone era beneficiato della chiesa di Santa Maria del Castello. A Filippo Scacciaferro, povero del castello, l’Almirante corrispondeva una pensione annua di tre onze.
In questo periodo furono aperte alcune finestre nelle camere del castello. Un intervento timido, se pensiamo agli altri che seguirono.
Nel 1501 Pietro di Amodio, mastro d’ascia, per sei giornate di lavoro riscuoteva tarì nove e grani dodici.
Ma già dal 1506 l’area del castello sarà tutta un fervore di opere, un vero e proprio cantiere.
Furono fabbricate nuove stanze e si pagò un muratore, mastro Orlandi di Anguna, per aprire qualche porta.
Nel 1507 Mastro Masi Civello sistemava lo spazio antistante alla fortezza e, lavorando con diversi muratori, arricchiva quest’ultima di merli.
“Et plui mi fazo exito di #1.10 pi una jornata fichi m/ro Masi Chivello per consari lu passu di la jntrata a lu Castello.
Et plui mi fazo exito di unza una tarì tri, dati a mastro Masi Chivello la unza una e li tarì trj a li manualj pi farj li merguli a lo castello.”
Furono spese per queste e altre opere onze quattro, tarì cinque e grani quattordici. Scalpellini e muratori rimodularono il piazzale del castello, diventato negli anni precedenti così impraticabile da non potersi più celebrare in esso la festa esterna di San Cataldo.
Dopo circa un anno, al termine dei lavori, fu commissionata attraverso il banchiere Marco di Catania a un pittore una bandiera da fare sventolare in cima al maniero.
Nel 1508 era castellano Martino Peros. Riscuoteva per i primi tre mesi tre onze considerando che il salario annuo era di otto.
Due chiese ricadevano dentro l’area perimetrale del castello: Santa Maria detta appunto del castello e San Cataldo.
Il servizio liturgico di Santa Maria era a carico dell’Almirante don Fadrique. Don Tommaso Rizzone era il beneficiato e per questo incarico riscuoteva dal Conte onze quaranta che poi distribuiva ai cappellani collaboratori don Matteo Grassiccia e don Matteo La Varca. Rizzone riscuoteva anche tarì venticinque per celebrare ogni anno cento messe in suffragio dell’anima della contessa Giovanna, come da sua disposizione testamentaria.
Mastro Benedetto Civello si prendeva cura del magazzino delle polveri che servivano per due bombarde. Il 9 luglio mandò una parte di queste polveri alla torre di Pozzallo che ne aveva fatta richiesta.
Nel luglio del 1508 il castellano era misser Giovanni di Jurato. Il mandato ancora era trimestrale.
Cappellano della chiesa di San Cataldo in quest’anno era don Giacomo Cassisi e per tale servizio riscuoteva sei onze.
Cappellano di Santa Maria del Castello in agosto era Don Giovanni Tuccitto. Per questo servizio riceveva tre onze abbondanti.
Andrea Rinzivillo fu per tutta una vita il giardiniere responsabile dei lavori nel giardino. Riceveva come salario annuale due onze, un salario considerevole che rimarrà stabile per diversi anni.
Sempre nel 1508 ebbero inizio parecchi lavori strutturali importanti.
Si ripararono tetti, si sostituì l’incannucciata delle volte, si imbiancarono a calcina le pareti delle stanze, si consolidarono crepe nei muri della “casa” del Governatore.
Per la sala del Secreto si ordinò una scrivania nuova. Si fecero arrivare mattoni e travi di legno da Pozzallo. Si aggiunse una nuova sala agli ambienti del castello. Si costruirono abitazioni per i soldati.
Contemporaneamente si riparavano le due bombarde.
I lavori durarono più di un anno. Il castellano era intanto Rodrigo Errera.
A novembre del 1508 mastro Bernardo lu missinisi e suoi collaboratori ripararono le botti delle cantine del castello.
Nel 1509 a Don Matteo Abarca era subentrato Don Marco Grassiccia nella celebrazione delle messe, disposte per legato dalla contessa Giovanna.
La guarnigione di stanza al castello era composta di dieci soldati più un soldato con compiti di portiere. A ogni soldato erano corrisposte onze cinque, al portiere onze quattro per un totale di cinquantaquattro onze annue.
Rodrigo Errera, come castellano, percepiva un salario di onze venti e degli extra.
Oltre questi soldati, vivevano al castello altri sei uomini che facevano da scorta al Governatore nei suoi spostamenti. Erano pagati onze tre ognuno.
Le bombarde avevano bisogno di continua manutenzione. La polvere per queste armi si comprava a Siracusa.
Si spendeva parecchio per olio e cera, circa cinque onze.
Il portiere del castello nel 1510 era Giovanni Ferraro. Faceva la guardia dentro una garitta che era illuminata la notte da una lampada a olio.
I corridoi del castello erano illuminati da torce e da lampade a olio.
Tra il 1508 e il 1510 s’intensificò il grande fervore di opere.
Gli interventi nel castello e nella sua area perimetrale furono assidui e d’importo rilevante.
Il 7 aprile si sostituì una trave nel tetto della chiesa di Santa Maria nel contesto di una definitiva sistemazione o ristrutturazione.
Il 13 maggio mastro Masi Ferrantu e mastro Carlo Civello, entrambi pittori, decoravano la chiesa. La spesa fu quantificata in cinque onze.
Il 22 maggio si stuccavano le cappelle di Santa Maria e di San Cataldo per una spesa complessiva di onze 5.15. I lavori furono eseguiti da mastro Marco Cassibba e da mastro Tullio D’Avola.
Mastro Bernardu Missinisi lavorava esclusivamente alla Cappella di Santa Maria.
Mastro Masi Ferrantu intanto dipingeva su tela un San Cataldo.
“Et pluy mi fazu exitu di tarj seti grana dechi dati a M/ro Masi Ferrantu et su pi duy cannj e menza di tila pi farj la figura di Sanctu Cataldu.”
Il 7 agosto successivo lo stesso Ferrantu dipingerà una “figura di Nostra Donna” per la cappella di Santa Maria del Castello. Gli saranno corrisposti un’onza e sei tarì.
Si rifecero alcune porte del castello, di cui una molto grande forse il portone d’entrata, e si applicarono a esse chiavistelli nuovi. Furono montate da mastro Bernardo missinisi. Si aprirono finestre nelle prigioni e si sostituirono diversi chiavistelli.
Era successo che Antonio la Rocca, recluso, era riuscito a fuggire. Era stato acciuffato grazie al coraggio e alla valentia di uno schiavo che per questo ricevette una ricompensa.
Si aprirono anche una porta che dava sul giardino e delle finestre.
“Et plui mi fazo exito di oz una data a Chicco Pregasulo pi farj tri para di feneste pi li cammarj di lu jardino di lu castello di Modica”.
Si aggiustò, infine, a lavori terminati, la campana della chiesa di Santa Maria.
La chiesa aveva sei altari per i quali erano stati commissionati a Palermo dei paliotti (anti altari), un “palio di sita” sicuramente per l’altare maggiore, due cantorali, tre paramenti liturgici di tela.
La storia finisce qui, purtroppo…
Tutto questo sembrerebbe una favola, se non avesse lo strano sapore della verità e l’irresistibile magia del tempo andato.
Voglio sperare che il nostro monumento, ciò che di esso rimane o scavando ciò che di esso apparirà, possa essere opportunamente valorizzato e tutelato per continuare a testimoniare uomini e fatti che appartennero alla nostra storia, risuscitati oggi per un miracolo della scrittura. Fantasmi di un’epoca che a dispetto dell’incuria e della sciatteria degli uomini si ostinano a voler vivere o a sopravvivere a qualunque memoria e leggenda.

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