Cultura Scicli

Scicli ebraica e la sua antica sinagoga

Sul colle di San Matteo

Scicli - Lo studio sistematico della storia della Contea di Modica con particolare attenzione alla città di Scicli non poteva non spingermi a ricercare una delle anime più nascoste e meno indagate della città, la sua anima ebraica.
Gli storici del passato con alla testa l’arciprete Antonino Carioti hanno lasciato numerosi scritti al riguardo che, da una rigorosa e attenta analisi, spesso ho trovato contraddittori se non addirittura fuorvianti.
Ho letto nel frattempo tutta una vasta letteratura sulla storia delle comunità ebraiche di Sicilia e soprattutto sulla storia delle comunità ebraiche della Contea di Modica.
Opere più o meno reticenti se non deliberatamente ripetitive.
I vari Autori che si sono cimentati sull’argomento non hanno fatto altro che citarsi e citare alimentando un circolo vizioso che, alla fine, non ha dato risultati concreti e attendibili.
Decisi, dunque, di dimenticare le varie letture per non cadere nell’errore prima segnalato e di intraprendere uno studio solitario e sistematico delle uniche fonti consultabili rimaste, cioè i notai sciclitani della seconda metà del Quattrocento e della prima decade del Cinquecento.
I “protocolli” di questi notai costituiscono il fondo più antico dell’Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica”. Fortunatamente i volumi sono stati anche restaurati per cui la loro consultazione è diventata agevole, facile, interessante perché straordinariamente ricca d’informazioni e di dati.
Mi riferisco, perciò, ai Notai Giuliano Stilo, Matteo Melfi, Santoro Li Volti, Vincenzo Guarrasi, Lorenzo Vaccaro, tutti quasi contemporanei.
Eccezion fatta per i protocolli di Stilo che risalgono al 1473/75, gli altri regesti abbracciano uno stesso arco temporale (la prima decade del Cinquecento).
E’ venuto fuori dai loro atti uno spaccato credibile della città di Scicli, affascinante, sconosciuto e sorprendente.
La mole d’informazioni ottenuta dalla lettura dei protocolli è stata davvero impressionante. Per questo mi riservo di utilizzare i dati da me estratti in lavori futuri per un’analisi di volta in volta specifica della storia della città.
In questo documento mi limiterò, invece, a rispondere, una volta per tutte, a un’annosa domanda che gli storici antichi e moderni, dal Settecento fino ai giorni nostri, si son posti circa l’ubicazione della sinagoga.
Dove sorgeva l’antica sinagoga della città di Scicli?
Scicli fu uno dei centri della Contea di Modica con più alta densità ebraica.
La sua posizione geografica, l’ampia distesa della sua marina e la feracità del suo territorio furono caratteristiche indispensabili per incoraggiare e garantire qui tale presenza.
In fuga dai territori dell’Africa settentrionale o dalle circostanti città demaniali, gli ebrei trovavano nelle “Terre” della Contea di Modica il rifugio ideale, stabilendo una forte empatia con il potere comitale che ampiamente se ne servì.
Soprattutto a Scicli, ma anche a Modica e a Ragusa, si produsse, a cavallo di diversi secoli, una lenta osmosi tra indigeni e nuovi arrivati al punto tale da non distinguere più le diverse etnie presenti e operanti nel territorio.
Scicli agli inizi del Quattrocento, era popolata da famiglie miste che spesso diedero vita al fenomeno dei “conversi”.
Il “marranismo”, così fu sprezzantemente etichettato questo fenomeno in Spagna e nei territori soggetti alla Corona spagnola, consistette in una complessa ma necessaria mutazione religiosa che implicava anche l’adozione di un nome diverso. Più che da un’ansia spirituale, a Scicli il marranismo fu il prodotto di un irrefrenabile boom economico innescato e favorito dal celebre “Editto di espulsione degli Ebrei”, promulgato dai Re Cattolici nel 1492 e vigente in tutti i loro regni.
La pacifica convivenza della comunità ebraica con quella autoctona, sottolineata a Scicli dall’alto grado d’integrazione, fu, in verità, la vera molla del boom economico, il segreto impulso di una vocazione commerciale che si spingeva oltre ogni ragionevole aspettativa.
Gli ebrei erano, infatti, sparpagliati per diversi quartieri della città, soprattutto presenti in quelli nuovi, nati da una lenta espansione, causata dalla saturazione dell’agglomerato urbano arroccato, verso le fertili e aperte pianure, in corsa verso il mare.
Vari nuclei si erano stabilmente stanziati nella zona detta del Pendino, dando vita al quartiere oggi denominato di San Giuseppe, o nel quartiere detto dell’Auluvitu. Altri si erano felicemente confusi con gli autoctoni del quartiere Senia (nella duplice distinzione di inferiore e superiore) costruendo e abitando case “palazzate” nei cui “dammusi” avevano impiantato delle concerie.
Lo zoccolo duro della comunità, di stretta osservanza religiosa, però rimaneva comunque attestato nel cuore dell’antico quartiere ebraico a ridosso della porta di Modica. Dal piano della Matrice di San Matteo esso, infatti, si estendeva fino a sotto le rupi del castello dei Tre Cantoni passando per la chiesa di Santa Lucia.
Una vasta area, suddivisa in tanti piccoli rioni che, in assenza di un catasto urbano, servivano ai notai per individuare correttamente il bene oggetto della transazione descritta nei loro atti.
Dal rione della “Porta di Modica” propriamente detto, al rione di “Tre caci”, al rione dei “Macelli”, a quello di “Cento Scale” che confinava con l’altro del “Pendinello”, a quello detto della Meschita (così era chiamata la sinagoga in arabo-giudeo, la lingua parlata dagli ebrei del tempo), o dello “Steri”, a quello di Santa Lucia o di San Nicola alla Meschita.
I rioni, in effetti, ricordavano le caratteristiche principali delle abitazioni per rendere immediatamente riconoscibili le ubicazioni di queste.
La presenza dello “Steri” o “Musteri delli iudei” imprimeva al sito una solennità inoppugnabile che, anche dopo la cacciata degli ebrei e nei secoli futuri, sarà testimonianza invincibile di un passato che le carte d’archivio stanno restituendo alla vita della verità storica come mai prima era accaduto.
Fu proprio lo Steri a stimolare la mia curiosità di ricercatore. E prima ancora una nota del Carioti che chiamava nel suo libro di memorie “Notizie storiche della città di Scicli” quel luogo “Musteri” forse accogliendo un antico francesismo (monster) con il quale si voleva indicare un edificio di culto importante o addirittura un tempio.
Sempre il Carioti nel libro anzi citato racconta che nel 1481 i probiviri della comunità ebraica e il rabbino comprarono dal not. Giovanni Vaccaro una grotta adiacente all’antica meschita già esistente in quella zona per un ampliamento della stessa.
E’ una testimonianza importante questa del Carioti perché dimostra ancora una volta il grado altissimo di pacifica convivenza goduto dalle diverse comunità sciclitane. L’ampliamento appare credibile e giustificato soprattutto dopo i disordini, accaduti a Noto e a Modica nel 1474, che videro quelle comunità ebraiche vittime di pesanti rappresaglie in fuga verso le comunità vicine.
E’ errato a mio avviso l’anno di questa vendita fissato dal Solarino nel 1461 e, poi, ripreso dal Morana. Dal calcolo delle indizioni non esito ad affermare che il dato esatto è quello del Carioti.
Lo Steri, dunque, era attaccato alla Meschita, come spesso accadeva in altre meschite siciliane nelle quali al luogo d’indottrinamento e di orazione erano affiancati un ostello per accogliere i pellegrini e un ospedaletto per curare i malati.
Gli atti che dimostrano questa mia affermazione sono sparsi nei vari notai da me prima citati e studiati. Sono atti importanti, per la prima volta letti, riferiti a un periodo molto vicino alla cacciata degli ebrei (la prima decade del Cinquecento), per questo non solo assolutamente affidabili ma autentiche reliquie.
Nel gennaio del 1502 si scrive un censo su un palazzetto ubicato in contrada San Nicola proprio nei pressi della meschita che “una volta era stata dei giudei”.
4.1.1502
“tenimentum domorum consistent/ in camara cochina sit/ et posit/ terre dicte in qont/da santi nicolaj justa muschitam quod erat rillo judeo et viam publicam et alios confines.”
Nel luglio di quello stesso anno 1502 il notaio Lorenzo Vaccaro concede “sub jus census” in locazione a un tale Pietro de Galfano una grotta in contrada meschita cioè nelle immediate vicinanze della meschita o la meschita stessa (il “sub” spesso stava per “sub vocabulo”) a un tale Stefano de Galfano. La grotta confinava con altra grotta di Pietro De Galfano che doveva avere in un certo qual modo un legame di parentela con Stefano.
19.7.1502
“Nobilis not. laur/ de vaccaro existens presens coram nobis sponte pro s/ herederibus (così nel testo, ndt) succ/ jn perpetuum sub jus census cum caris grat/ secundum formam bulle + locavit concessit ut ex causa ditte concessione per calamum mei preditti not/ ut moris est tradidit et assignavit stefano de galfano de eadem terra (Sicli, ndt) presens conducens stipulans est pro se et suisque heredibus jn perpetuum quandam criptam sita et posita jnt/ terre sicli in qontrada di la muscita sub la muscita et justa criptam seu locis de galfano prope criptam gance q/ conf/bus petri de galfano et aliis.”
Nel 1503, invece, è venduto un “dammuso” facente parte del complesso dello Steri. L’atto è importante perché ci dà le coordinate dell’immobile e ci rivela il luogo esatto in cui sorgeva l’edificio della Corte.
24.7.1503
“locum cum dimuso posit int/ terre sicli in con/da di li tri caci intus locu dictus sterj iuxta viam qua itur ad sant/ Laurentio iusta locum cur (Corte, ndt) quod locum cum dimidio stendit usque ad quibusque pens/ camera et usque ad cantuneram grutam mag/ri pauli di luchenti cum aliis finibus.”
Nel 1504 il notaio Giovanni Cartia vende a Paolo Mani di Palazzolo una grotta confinante con grotte del Mani e con l’orto dello Steri versante Santa Lucia.
9.12. 1504
Paulus de Palazzolo> Giovanni Cartia
“cuiusdam gripte cum terra pos/ locis et al/ prope dictam griptam sit/ et posit/ in territorio dicte terre (Sicli) in cont/da Sante Lucie conf/ cum aliis cum duobus partibus ipsius Pauli cum Ortu di lu Sterj et via pubblica qua itur predit/ eccl/ Sante Lucie. ”
Nel 1506 Francesco Manenti, “judeus” in affari, acquista da diversi soggetti dei censi tra cui uno su una vigna in contrada Li Margi confinante proprio con il giardino della meschita. Da notare il plurale a proposito di meschita per dire che erano più di una: la vecchia e il suo ampliamento!
8.1.1506
“intus viridario sito et posito in dicto territorio lu osterio di li iuriei conf/ cum viridario di li moschita cum viridario anthonini de granco.”
Nel 1507 il chierico Masi Piccione vende ad Antonino Piccione un censo su una bottega nel rione meschita o dei macelli. Questa bottega confina proprio col macello di Pino de Spataro e con un’altra bottega. Nell’atto seguente il chierico ci ripensa e, invece di vendere il censo, affitta la bottega. Infatti, il primo atto è stato cassato dal notaio.
Questi due atti sono molto importanti perché ci descrivono all’inizio del Cinquecento un rione ancora molto popolato con le sue botteghe, i macelli, con la vita che si svolgeva nelle sue stradine.
9.9.1507
“super quadam eius apothega sita et posita in terra xichili in q/da mazellorum seu di la muxita conf/ cum mazello pini de spataro cum apothega masi de garaffa et aliis confinibus.” (atto cassato)
9.9.1507
“quaddam apothegam sitam et positam in terra xichili in c/da mazellorum conf/ cum apothega masi de garofalo cum mazello pini de spataro et aliis confinibus.”
Il 14 novembre del 1509 è, infine, iscritto un censo su una casa ubicata in contrada San Pietro o Bauso.
Quest’ultimo atto è anch’esso interessante perché ci testimonia che la contrada del “Bauso” si estendeva da sotto San Matteo fino al Pendino, cioè fino alle pendici dell’attuale collina su cui sorge ora il quartiere di San Giuseppe.
Per questo il Carioti scrive:
“I nostri ebrei aveano il loro ghetto (cioè quartiere, la parola ghetto nei primi anni del Cinquecento non era usata, ndr) in quella località poco distante dalle due prime or descritte sinagoghe, che tuttora appellasi del Balzo, la cui strada si avea il nome di Iudeca, voce corrotta da Iudea: ciò si conosce da un atto presso il notar Giovanni Xifo della III Ind. 1347, foglio 72 in contrada Matrice. In un altro atto dell’istesso volume al foglio 28, ove leggesi accennata strada Iudeca in contrada della Matrice. In un altro atto dell’istesso volume, al foglio 28 si legge così: Casa in contrada di Santo Nicola detta di lo Musteri di li Iudei.”
Ergo, se tanto mi dà tanto, la via della Giudecca iniziava dallo Steri, oltrepassava la Porta di Modica, scendeva per l’attuale via Matrice e poi si perdeva a valle attraversando tutto il quartiere del Balzo che si era nel frattempo esteso nella pianura.
Che dire? Novità sconvolgenti che non lasciano insensibili. La sorgente cosiddetta delle “Cento scale”, in piena cava di Santa Venera, riforniva direttamente di acqua pura e cristallina tutto il quartiere ebraico. La scala attraverso la quale si arrivava alla sorgente partiva proprio dallo Steri!
Nel Seicento i luoghi conobbero un vero e proprio abbandono. Furono proprietà della famiglia Carrera che nel 1610 li gravò con un censo a favore di Don Giuseppe Miccichè (e non don Antonio Miccichè come erroneamente indicato nel suo saggio dal Morana). L’atto fu rogato dal notaio Carlo Damiata. In esso il belvedere dello Steri, indicato proprio come la meschita, con vista mozzafiato sulla Cava di Santa Venera, è definito “luogo di delizia”.
“Item etiam super tenimento domorum di de Carrera consistens in pluribus corporibus partim terraneiis et partim soleratis sito et posito in civitate Siclis in q/ta dello Steri seu della porta di modica qonf/ cum domo col/ apud martini pisana et locis domorum col/ apud vincencij xaxa.
Item super stantia seu loco delitij dicti de Carrera nominatam la moschita cum viridario domibus stantiis gebbiis cisterna antris et aliis comoditatibus cont/ et col/ qonf/ cum rupibus di lo castilluzzu cum plano eccl/ santi mathei et via publica.”

In seguito, nel 1618, il Carrera farà donazione dei luoghi come da atto del notaio Bartolomeo Spicuglia.
“Quendam locum nominatum la muschita consistentem in antris, gebia, cisterna et horto alborato existentem in hoc preditta civitate Siclis in contrada Matricis ecclesie sancti Mathei istius civitatis Siclis isolatum ex viis publicis una cum raubis albis, stivi, libris et arnesis domus existentibus intus dictum locum nominatum la muschita…”
L’atto del 1610 è stato trovato da Giovanni Morana e citato nel saggio del 2006 “Ebrei a Scicli nell’anno 1475” apparso in “Annali 14” del Centro Feliciano Rossitto.
L’atto del 1618 è stato scoperto, invece, da Padre Ignazio La China il quale lo ha citato in un articolo dal titolo “Confessioni ad alta voce, Ma dov’era la nostra sinagoga?”, apparso sul mensile “Dibattito” nell’aprile del 2005 a pag. 5.
Proprio sullo stesso giornale “Dibattito”, Padre La China nel febbraio del 2013 pubblicava un nuovo articolo sull’argomento dal titolo “La prima visita pastorale del vescovo di Siracusa a Scicli nel 1542: le chiese e la sinagoga.”
Analizzando il testo dei due atti seicenteschi, la descrizione dei luoghi fatta dai due notai è molto simile.
Che Padre La China abbia cercato la sinagoga dalle parti di San Bartolomeo (zona Chiafura/Santa Margherita), come afferma nel suo pezzo “Confessioni ad alta voce”, è senz’altro da attribuire a una fuorviante descrizione dei luoghi anche da me constatata in Carioti o in alcuni rogiti notarili.
Padre La China, a mio avviso, è stato il ricercatore che più si è avvicinato alla soluzione del problema. Molto di più del Morana.
E’ di conforto questa nuova verità storica, quindi, frutto di un appassionato e sentimentale scavo delle memorie non solo mio. Scoperte le prime due sinagoghe, resta da scoprire la terza che il Carioti situa nei pressi dell’attuale Chiesa della Maddalena.
La città antica di Scicli piano piano risorge, a dispetto dei terremoti e delle macerie che la seppellirono.
A quella vita che nacque, crebbe, amò e soffrì fra quelle mura diroccate e in quelle grotte ora sventrate e abitate dal vento, agli uomini che percorsero quelle stradine oggi silenziose quasi scomparse sotto una nuova erba, dedico questo lavoro e a mio nonno, proprietario che fu della “grotta del Trappeto” ossia delle “Cento Scale”. Custodiva un segreto così grande e non lo seppe mai.

CREDITI
Archivio Diocesi di Siracusa, Visite Pastorali
Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica (ASM), Notai
Bresch Henri, Arabi per lingua Ebrei per religione: l’evoluzione dell’ebraismo siciliano…, Messina 2001
Carioti Antonino, Notizie storiche della città di Scicli, Edizione del testo, introduzione e annotazioni a cura di Michele Cataudella, vol. I e vol. II, Comune di Scicli, 1994
Dibattito, mensile della città di Scicli, copie aprile 2005 e febbraio 2013, Messina 2001
Morana Giovanni, Ebrei a Scicli nell’anno 1475, in “Annali”, 14, Centro Feliciano Rossitto, Ragusa 2006
Sipione Enzo, Economia e società nella contea di Modica (secoli XV-XVI), a cura di C. Biondi, Messina 2001
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