Cultura Racconto

Una visita inaspettata

"L'alba separa dalla luce l'ombra"

I lampioni erano stati appena accesi. La carrozza si fermò davanti al portone della casa. Agostino saltò giù con una vitalità insospettata. Bussò ripetutamente al portone con un battente che penzolava dalla bocca di un leone di ferro dalla folta criniera. Si udì lo scatto di un piccolo catenaccio che rispondeva alla sollecitazione di un lungo filo di ferro che scorreva grazie a un sistema di piccole carrucole.
-Chi e là?- Gridò una voce di domestica dal piano superiore.
Agostino scoppiò in una risata fragorosa.
Vodka, il cagnolino di razza Bichon Havanais di Elena, la sorella, si tuffò giù dalle scale producendosi in mille piroette per la gioia, appena lo riconobbe. Un grosso batuffolo di cotone bianco, Vodka, su cui spiccava un nastrino rosso vivo che sorreggeva al collo un allegro sonaglio.
La servitù scese quasi correndo. Elena, Maria, Nunziata, le sorelle, anche loro si affrettarono non resistendo al desiderio di riabbracciare il fratello. Sul portone era rimasto l’attendente, il caporale Brambilla, un giovane lombardo tozzo, quasi imberbe e con una bionda peluria, dalle guance rosa e dalle labbra rosse di un vermiglio fuoco. Impacciato e sorpreso guardava con compiacimento la scena mentre reggeva con mani robuste due pesanti valigie.
Agostino era rimasto ferito a Caporetto. Il fratello monsignore aveva brigato a lungo perché fosse assegnato all’ospedale militare di Siracusa, il suo distretto.
A Siracusa sarebbe stato molto più vicino al suo paese natale e alla famiglia per una convalescenza forzosa imposta dalla guerra.
-Su! – Disse Agostino a Brambilla. – Non stare lì impalato! Vieni, andiamo sopra, lascia le valigie ai servi. – E così facendo con il braccio sinistro che non era coperto dalle bende lo abbracciò sorreggendosi al suo corpo e spingendolo a salire.
In cima alle scale aspettava quasi tremante la madre.
La divisa, il braccio appeso al collo con una benda bianca, la barba trascurata e i baffi poco curati diedero all’anziana donna l’impressione di un figlio ritrovato, dopo averlo ritenuto perso.
Non era stata per nulla entusiasta la madre della sua idea di arruolarsi come volontario.
Agostino la strinse forte al suo petto quasi fino a farsi male, fino a farle sentire battere il suo cuore. Lei non sapeva trattenere le lacrime.
- Figlio mio! Figlio mio! – Ripeteva come impazzita.
-Mamà! – La esortava lui. – Basta piangere, è solo una piccola ferita, vedrai che guarirà. Sono tutto d’un pezzo ancora!-
Mentiva. Sapeva che la cancrena si era già impossessata dell’arto e forse avrebbe avuto ragione della sua vita.
Il giovane attendente continuava a stare sulle sue. Conosceva anche lui la verità ma preferiva in quel momento ignorarla.
Furono giorni di grande allegria.
Il dottor Rosa fu avvisato della sua presenza e venne a salutarlo. In quell’occasione gli praticò la prima medicazione.
Guardava la ferita attraverso due occhialini pince-nez e scuoteva la testa consapevole della sua gravità.
-Ma come ti hanno conciato, ragazzo mio! – Ripeteva con voce triste e sconsolata.
Agostino stringeva gli occhi e si contorceva in una smorfia orribile quando il dottore gli disinfettava l’arto.
-Pessimo lavoro! – Esclamava il dottore ogni volta. – Un macellaio avrebbe fatto di meglio! –
Brambilla gli bloccava i polsi durante la medicazione mentre Agostino mordeva un lembo di camicia per non gridare e non spaventare la madre.
- Dopo domani partiremo. – Comunicò a pranzo un giorno Agostino. – Dall’ospedale militare è giunto un dispaccio col quale mi ordinano di rientrare. Me l’ha detto il sindaco ieri.-
La madre lo guardò con occhi supplichevoli. Le sorelle abbassarono lo sguardo e finirono la minestra in fretta.
Brambilla era al suo fianco timido e muto.
- Se sono vivo è perché lui ha rischiato la sua vita per me. – Continuò Agostino con una voce nervosa ma ferma. –Se dovessi morire…-
Non fece a tempo a finire la frase che la madre scoppiò in lacrime.
-Se dovessi morire – riprese- voglio che lui occupi il mio posto nel vostro cuore, che abbia le mie cose, perché è solo un ragazzo ma crescerà come quel figlio che avrei desiderato…-
Brambilla diventò così rosso e quasi gli s’imperlò la fronte.
- Ma…Signor Capitano…- seppe solo balbettare- io non voglio…non è giusto…non ho fatto grandi cose…non merito tanto...-
- Zitto! E’ un comando! – Lo interruppe con forza Agostino. Proseguì rivolgendosi alla sua famiglia. – E’ tutto chiaro? –
Le sorelle si alzarono da tavola e scomparvero nelle loro stanze. La madre singhiozzava ancora. Brambilla era diventato ora rosso fuoco.
-Mamà – riprese Agostino – tranquilla! Devo ritornare al fronte, appena sarò guarito. Il mio destino è là. Sono un animale ferito, ora, ma sento di avere ancora tanti proiettili da regalare ai nemici…Accendimi la pipa – disse poi al Brambilla – ho voglia di fumare. –
La madre si alzò da tavola e anche lei scomparve nelle stanze interne del palazzo. Il ragazzo gli preparò la pipa, la accese e gliela porse. Agostino aspirò avidamente e si diresse verso il salottino per poi lasciarsi cadere su una comoda poltrona al lato del caminetto mentre Vodka si agitava impaziente fra le sue gambe. Brambilla si sedette in una poltrona accanto.
-Caro Brambilla – disse tra una boccata e l’altra Agostino – Dopo domani ritornerò a Siracusa ma sarà per morirci. E’ inutile continuare a tacere e a ingannare. Anche il dottor Rosa me l’ha fatto capire. Se questo dovesse succedere, voglio poter rivivere per la magia del tuo affetto nella tua vita, perché la vita è strana, spesso ti dà tutto per poi togliertelo di colpo senza alcun rimedio. Ho creduto nella guerra fino a quando era la guerra degli altri e ora che è stata anche la mia non credo più in essa e avrei voluto non averla fatta mai…- Fumava lentamente, gli occhi persi nel vuoto, scandendo le parole come se fossero state le ultime che avrebbe pronunciato.
-Ti ricordi sul Carso? Il rombo lontano del cannone che tuonava nella trincea nemica. Sotto le stelle gelide di una notte di gennaio l’urina gelava fuori dalla tenda e le mani congelate spesso stringevano lettere che prima erano state ricordi. Ci tenevano svegli i pidocchi e tu, con quella tua bella voce di tenore, ingannavi la notte cantando le romanze che tanto amavo a una valle che le restituiva intatte per la magia di un’eco che era, in effetti, la voce stessa del cuore? Che nostalgia quel tempo che un’attesa lunga aveva trasformato in un tempo sospeso nel quale gli ardori e gli amori erano evaporati come il respiro nell’aria, e la vita aveva assunto toni grigi e uguali! Una donna che non mi corrispose e per questo mi arruolai, questa casa che non ha più conosciuto la gioia da quando papà morì, mia madre svanita nel dolore di una perdita che non poteva e non sapeva accettare, mio fratello monsignore lontano e assente, le sorelle zitelle che una mentalità bigotta ha recluso dentro queste mura…no! Quella donna poteva salvarmi e non mi ha salvato. I suoi tratti fisici non li ricordo più ma ricordo ancora perfettamente il nome e gli occhi malinconici e inquieti che mai pronunciarono le parole giuste che avrei voluto sentire. Mi amò, non mi amò o chissà? A suo modo, forse…Ah, le donne! Che mondo strano e sconosciuto, le donne!-
– Elena, mia sorella, sarebbe una moglie ideale per te, ha qualche anno in meno, è giudiziosa, sai? – Disse al Brambilla sentendo arrivare qualcuno, cambiando il tono della riflessione.
Il ragazzo cominciò a tremare e farfugliò qualcosa.
- Che male c’è? – Continuò Agostino. – Prima o poi dovrai deciderti a prendere moglie, la famiglia ce l’hai già, la mia. – Scoppiò in una sonora risata.
Elena entrava proprio in quel momento nel salottino.
-Ho detto al Brambilla che ti sei innamorata di lui…- disse Agostino rivolgendosi alla sorella con tono canzonatorio.
-No, non le faccia caso, signorina…- si affrettò a supplicare il giovanotto – spesso al capitano piace scherzare. –
- Dai, Brambilla! Cantami quella splendida romanza di D’annunzio che musicò il Tosti…ho bisogno d’immaginarla come in quella canzone quella donna…Dio! Come si può sprecare l’ultimo respiro per qualcuno che non lo merita affatto?-
Agostino chiuse gli occhi e una lacrima scivolò birichina sulle guance rese ispide dalla barba trascurata.
Brambilla si avvicinò a un magnifico piano verticale che faceva bella mostra di sé in una parete del salotto, titubante guardò Elena forse per chiederle il permesso di poterlo suonare.
Elena abbassò gli occhi.
Agostino era immerso in una nuvola di fumo, perso fra i suoi ricordi.
Brambilla con voce sicura e intonata attaccò la romanza che tanto amava il suo capitano.
“L’alba separa dalla luce l’ombra e la mia voluttà dal mio desire…”
Arrivarono le altre due sorelle al sentire la canzone e sedettero vicino a Elena, affascinate dalla melodia.
- “Morir debbo, Veder non voglio il giorno, per amor del mio sogno e della notte…” Ripeté come in trance Agostino i versi della romanza che più sentiva sua in quel bilancio finale e tragico della sua breve esistenza.
Le note si persero nell’aria come il fumo della sua pipa, acre e profumato.
Il giorno dopo passò in fretta a preparare i bagagli e a salutare gli amici. Nella serata del giorno seguente una carrozza venne a prelevare Agostino e l’attendente. Un addio senza ritorno per un uomo malinconico vinto più che dalla guerra dall’amore non corrisposto e ferito.
La madre sapeva che quella visita sarebbe stata l’ultima. Glielo suggeriva il cuore. Lo strinse ancora più forte di quando all’arrivo lo aveva accolto. Pianse sulla sua spalla come solo una madre sa fare.
I servi sistemarono le valigie nella carrozza. Lui salì aiutato da Brambilla. Il cavallo si mosse dopo uno schiocco di frusta del vetturino.
Le sorelle seguirono dal balcone quella partenza con aria triste presentendo un lutto.
Appena la carrozza lasciò le ultime case del paese, Agostino scoppiò in un pianto liberatore. Brambilla lo guardava con occhi pietosi di bambino.
- Promettimi che tornerai tu, almeno, a consolarla, quando io non sarò più…Promettilo! – Gridò al ragazzo con voce alterata.
- Si! – Rispose il ragazzo farfugliando. –Lo prometto, signor capitano. –
-Mia madre – aggiunse -ormai è l’unica cosa che mi resta, l’unica cosa che davvero mi appartiene. -
Agostino gli strinse la mano. Guardò fuori dal finestrino il cielo nel quale già brillava la luna.
“O dolci stelle, è l’ora di morire….” Mormorò, ripetendo un verso della sua romanza preferita.
Si rannicchiò in un angolo e non profferì più parola per tutta la durata del viaggio.

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