Cultura Scicli

La Vergine del Silenzio

L'Addolorata dell'ospedale

Scicli - Da bambino non mi sapevo spiegare alcune cose che accadevano durante la Settimana Santa a Scicli.
Dalla lunga processione della Domenica delle Palme nella quale si venerava Cristo deposto dalla croce posato sul grembo di una madre distrutta dal dolore all’altra del Martedì Santo nella quale uno splendido crocefisso spagnolo una volta snodabile e ora, ahimè!, fissato da un restauro a mio parere inopportuno e sbagliato indirizzava l’attenzione del credente verso il Golgota.
Due momenti della Passione che una volta si facevano precedere dai tradizionali “lamenti” in virtù dei quali il popolo si preparava a celebrare il mistero pasquale.
Le due processioni erano caratterizzate da gesti di grande suggestione come il canto dello Stabat Mater nella versione scritta dal maestro Borrometi davanti alla chiesa del Carmine la Domenica delle Palme o la sfilata compassata dei confrati della Confraternita di San Bartolomeo il Martedì Santo, berretto in testa e mazza nelle mani.
Le musiche suonate dalle bande erano diverse ma preferivo la marcia funebre suonata il Martedì Santo. Com’è noto, è molto cantabile. Forse mi piaceva perché spesso accompagnava i funerali che di regola attraversavano l’antico Corso della città. Era questo un addio mesto e struggente al mondo scandito dai rintocchi delle campane dei monasteri che del Corso erano fiancate, porte, quinte scolpite del teatro della vita.
I giochi di artificio alla fine delle processioni impaurivano il bambino che era ancora e sempre dentro di me, dal tempo in cui mio padre mi caricava sulle spalle come il buon pastore avrebbe fatto con un agnello ferito.
Ricordi come trappole per la mente affiorano nella mia memoria invecchiata e quasi mi spingono a un pianto inspiegabile e ormai inutile.
Ma il Venerdì Santo nulla di tutto questo accadeva a Scicli.
Risalivo il Corso fino alla Chiesa di San Giovanni per anni meta segreta della mia curiosità infantile.
Il canonico Augi, di venerata memoria, ormai carico d’anni, gelosamente ne custodiva le pietre, gli splendidi interni, le suppellettili e le sepolture in essa rese evidenti da stucchi e dorature.
Un piccolo cimitero immaginavo questa chiesa, il sacello di una memoria a me ignota che a volte riempiva d’incubi la mia notte.
Nel nartece bolliva già dal Giovedì Santo un pentolino pieno di essenze profumate che con rara e segreta alchimia il vecchio prete sceglieva e il suo profumo già bastava a farmi immaginare quel luogo come l’antro di un mago.
Fra centinaia di bicchieri di vetro ardenti per uno stoppino galleggiante su un’emulsione di acqua e olio era lei, l’Addolorata, giovane madre, il volto trasfigurato dal dolore ma bello ancora come quello di una fanciulla in fiore. Un uomo martoriato, il figlio, giaceva in un’urna di vetro fra piatti d’erba nuova e vasi di clivie di un colore arancio intenso.
Solo un cornetto fuori, nella piazza, lanciava suoni striduli nell’aria. Un tamburo discreto annunciava l’imminente uscita della processione, l’inizio di un percorso che avrebbe portato la madre e il figlio per strade inconsuete dove però li aspettavano balconi addobbati di antiche coltri tessute a telaio o ricamate e tappeti, lanci di petali di fiori.
Non so perché l’Addolorata detta di San Giovanni mi faceva quella strana impressione. Ero affascinato dai suoi gioielli e dopo seppi che erano prestati. Una mano pallida tratteneva appena un fazzoletto di pizzo inamidato. Tutto sembrava surreale in una cornice di pietra che a volte mi mozzava il respiro. Giovani studenti caricavano il fercolo della Vergine e l’urna. Il cornetto continuava a stridere, due note sole. Il tamburo appena rullava e una folla silenziosa accompagnante si muoveva lenta e mi ricordava tanto i cortei funebri che si snodavano lungo quella via. Immaginavo così la mia morte, un viaggio verso l’ignoto senza il chiasso delle bande e il cantabile di una marcia funebre.
Le candele nelle mani, schermate da piccoli paraventi multicolori di carta colorata, rischiaravano appena l’incedere silenzioso nell’oscurità fredda e il senso della fine che quella Vergine nascondeva dietro occhi pietosi era palpabile, drammatico, sublime.
Dopo, seppi che quella processione era forse la unica, la vera, la più antica di tutta la Settimana Santa sciclitana. La Vergine, veneratissima dalla Compagnia dei Bianchi, sfilava un tempo per la città sulle spalle dei nobili la cui identità un saio penitente e un “capirote” proteggevano da ogni curiosità indiscreta. Come i condannati a morte verso un patibolo, i Bianchi assistevano la loro Vergine nel momento più tragico del distacco, perché quello era il loro voto e la loro missione. Uomini, i Bianchi, che della morte avevano fatto la ragione della loro penitenza.
Attraversavamo, dunque, piccole strade di un quartiere antico nel cuore della notte, senza un brusio, un lamento. Rispettosi di un dolore che non era più privato ma universale, cosmico.
La chiesa di San Giovanni ci accoglieva al ritorno quasi al buio come un sepolcro vuoto accolse delle pie donne e uomini smarriti in un tempo in cui la Storia avrebbe negato la verità per un dispetto curioso fatto alla fede.
Il sabato santo era un tempo di attesa, ricordo. Il cielo di solito plumbeo.
A mezzogiorno di colpo uno scampanio turbava il silenzio spettrale della valle e un incubo finiva in un volo di colombe.
-E’ risorto, è risorto! – Gridavano lontano. Era un vocio indistinto di gente.
La banda di nuovo chiassosa attaccava una marcetta per ripeterla fino alla nausea. Un bombardamento di mille mortaretti annullava il concerto di campane tra voli di piccioni impauriti e volantini che volteggiavano come pensieri nell’aria.
-E’ risorto! - gridai anch’io, una volta, forse per un isterico contagio di sentimenti al ripetersi di un evento in un giorno magico in cui la morte trasfigurò e rese vivo e vero un uomo apparentemente di legno.
-E’ risorto.- Ripetei. In quel momento compresi, troppo tardi!, il vocio della gente che si faceva sempre più forte e vicino testimoniando nel quotidiano, scandalo e compromesso, un mistero della fede che guida da due millenni i destini della nostra Storia.

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