Cultura

Falsari e devoti nella Scicli d'inizio Cinquecento

Un importante giro di moneta falsa

Scicli - Il 24 febbraio 1515, quarta Indizione, il nobile Antonio de Alfano nella sua qualità di giudice giurato della Terra di Scicli si rivolgeva al notaio per attestare la giusta esecuzione di un provvedimento disposto dal Governatore della Contea di Modica.

Era successo che erano stati sequestrati nella sola Terra di Scicli e in tutto il suo territorio due “cantari” circa di moneta falsa circolante già ridotta in lingotti e altri “cantaro e cinquantatré rotoli” di soli spiccioli intercettati da Bajuli e Gabellotti.
Tutta questa moneta falsa era stata accantonata in un deposito dell’università e, non potendo rimanere a lungo sotto custodia per evidenti rischi di trafugamento, i Giurati, d’accordo con i notabili della città e previa autorizzazione del Governatore della Contea, avevano deciso di fonderla. Col metallo ricavato sarebbe stata ottenuta una campana per la Chiesa Madre di san Matteo.

La notizia è molto intrigante e divertente al tempo stesso ma rigorosamente vera.
Il povero giurato Antonio de Alfano, nel consegnare ai nuovi amministratori quel prezioso carico, aveva sentito il bisogno di mettere nero su bianco per sgravare la sua coscienza da una responsabilità così grande.
L’atto fu rogato dal notaio alla presenza dei seguenti testimoni: Giovanni Nicola Gallo, Giovanni de Micheli detto “cientu amuri”, maestro Giovanni Carpinterio, Macziotta de Francisco e don Giovanni di Cassaro.
Il mandato con cui il Governatore aveva autorizzato l’operazione era stato firmato alla presenza di diversi notabili, capitani e castellani di Modica e di Scicli, tra i quali il nobile Antonino de Cultrera, Mariano Luciano, Paolo de Renda, Giovanni Antonio de Erizzi, il presbitero della Matrice di san Matteo Rev/do don Antonio Zinza, il maestro Michele de Jurato, Lorenzo Purcello e altri ancora.
Erano giudici giurati pro tempore dell’università il nobile Bartolomeo de Erizzi, Andrea Denaro e Pietro Yssisa. Accettando i tre quintali e quarantaquattro rotoli di metallo, i giurati s’impegnavano solennemente a far eseguire a regola d’arte l’opera della fusione della campana.
Una domanda sorge, a questo punto, ineludibile e spontanea: per sequestrare questo enorme carico di moneta falsa quanto vertiginoso dovette essere il giro d’affari nel territorio amministrato dall’università di Scicli?
I saggi e pii amministratori del tempo, raramente imitati nei secoli successivi, avevano trasformato con questa trovata una frode monetaria in un servizio reso alla comunità civile e religiosa.
Ho ritenuto importante ricordare questo curioso aneddoto della storia cittadina sciclitana per far capire come già dai primi anni del Cinquecento il senso del rigore morale, la presenza di una fede viva e la pubblica consapevolezza dell’appartenenza, intesa quest’ultima come cifra identitaria, erano presenti e intatti a Scicli come anche grande fu da epoche remote la venerazione per la Matrice, testimone silenziosa e fedele di una città e delle memorie del suo popolo.

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica (ASM)
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